Il passato presente

Ombelico – Frankenstein 1


Era passato un sacco di tempo dall’ultima volta in cui avevo messo piede fuori di casa. I miei figli avevano impartito indicazioni molto precise a Irina, la badante polacca che si prendeva cura di me. Non dovevo uscire perché ne andava della mia incolumità. Avevo provato più volte a dire qualcosa, al riguardo, ma ormai avevo poca voce in capitolo sulla mia vita. Pure sul cibo c’erano regole severissime: niente uova, né dolci, né vino, né birra – una dieta a base di pastina in brodo, riso in bianco e verdure lesse, un mix di salute che avrebbe prostrato chiunque. Nessuno può tirare avanti per molto mangiando tutta quella tristezza, ma quella mattina Irina si era distratta: mentre stirava le lenzuola, aveva trafficato con i canali del satellitare fino a quando aveva trovato un vecchio film russo che aveva visto da bambina. Mi sono seduto sul divano a guardarlo e anche se non capivo una parola di quello che dicevano, mi pareva che fosse la storia di una donna che doveva tirare su quattro figli (del tutto improbabili, da un punto di vista genetico) mentre il marito, un uomo con i baffi sottili, i capelli nerissimi e il viso bianco come uno straccio, passava le giornate a letto, lamentandosi. Gli mancava un braccio e nemmeno Irina aveva capito cosa gli fosse successo. Io un po’ guardavo il televisore e un po’ spiavo la faccia della badante, così grossa e severa. Ogni tanto si commuoveva e allora mi commuovevo anch’io, per quella curiosa proprietà trasmissiva che accomuna lacrime, risate e sbadigli. Non faceva alcun suono: solo, gli occhi le si inumidivano, un fenomeno più idraulico che sentimentale, a voler essere pignoli. Non era brutta, non del tutto – l’iride azzurra, il naso piccolo, le labbra che nascondevano tracce di un’antica lussuria – ma era irrimediabilmente arcigna: alle mie comprensibili richieste di affetto aveva sempre opposto un muro impenetrabile, identico, per durezza ed estensione, a quello che per tanti anni aveva diviso l’Europa, noi da una parte, loro dall’altra. E mentre guardava il film, non smetteva di stirare le lenzuola, ettometri ed ettometri di stoffa: possibile che fosse tutta nostra, quella roba? Talvolta avevo il sospetto che avesse aperto una stireria abusiva, nel salotto della mia casa, ma non potevo dire nulla. Intanto l’uomo senza un braccio (che finalmente avevo riconosciuto: era D’Alema ai tempi in cui faceva il primo ministro) aveva trovato il coraggio di chiedere perdono a sua moglie (Nilde Iotti da giovane): si era buttato in ginocchio e agitando l’unico braccio che aveva, era riuscito a farle capire che si era pentito, anche se né a me né a Irina era chiaro di cosa; comunque, approfittando di quel nuovo giro di lacrime, mi ero alzato e avevo detto: “vado in bagno, è successo il piccolo incidente”, che era il nostro modo di dire che mi ero fatto la pipì addosso; invece ho aperto la porta di casa, ho sceso le scale, e ho iniziato a camminare verso la città.
Il mondo non era poi così diverso da come me lo ricordavo. La primavera, ormai inoltrata, aveva già iniziato il suo lavoro su alberi, cespugli, siepi: c’erano fiori ovunque, e un profumo – ciclamino? sambuco? – che risvegliava i sensi. Solo la gente mi sembrava diversa. Quando ero più giovane avevo gestito un’azienda con centocinquanta dipendenti; avevo girato il mondo in cerca di clienti, materie prime, reti commerciali, giovani promesse, aree per costruire nuovi stabilimenti; avevo portato avanti trattative con tedeschi, inglesi, spagnoli, e poi con i romeni – ossi durissimi – e i russi, sempre così sentimentali, e gli enigmatici utzbeki, spingendomi sempre più a est, fino ad arrivare agli indiani, ai singaporegni, ai cinesi. Al polso avevo due orologi – uno sempre puntato sull’ora di casa. Per anni ho lottato instancabilmente, ma quando a un certo punto ho deciso che era arrivato il momento di tirare i remi in barca, di godere dei frutti che avevo accumulato, i miei figli se ne erano già andati di casa, come impone la naturale evoluzione degli esseri umani, e mia moglie era invecchiata di colpo, senza che io avessi il tempo di accorgermene; e poi un giorno è morta, proprio nel salotto dove Irina ora stirava le lenzuola di mezzo quartiere, seduta sul divano dal quale io guardavo quei film russi di uomini senza braccia e madri pieni di amore: si era messa una mano sugli occhi, aveva detto che era stanca, e un minuto dopo non c’era più. Avrei voluto piangere ma non ci riuscii, come se quel dolore fosse troppo grande per poterlo tenere dentro. In un libro di Nabokov che avevo trovato tanti anni prima, su un treno di ritorno da Roma, dopo aver concluso un affare che avrebbe garantito altri anni di lavoro per tutti, avevo letto che la solitudine è il campo da gioco di Satana. Allora avevo fatto spallucce: Satana non esisteva più da un pezzo, e in ogni caso, io avrei saputo tenere duro, ero forte. Ma quando mia moglie se ne è andata, io ormai ero vecchio, senza forze, e sono crollato. È stato in quel momento che il mio destino e quello del mondo si sono separati: in uno scambio ferroviario, io avevo imboccato un binario morto, mentre i ragazzi che ora mi giravano attorno con le bici, immersi in musica che pareva provenire dai loro zaini, e le donne energiche che correvano non so dove, avevano preso la direzione del futuro. Se avessimo aspettato altri venti o trent’anni, se io fossi resistito ancora così tanto, se mi avessero surgelato in qualche frigorifero, e poi scongelato all’improvviso nel 2050, non saremmo nemmeno riusciti a capirci. Le lingue divergevano, con il tempo. Alcune parole invecchiavano, e poi morivano, mentre ne nascevano altre che parlavano di cose che io neppure capivo. La natura, invece, sembrava la stessa di quando ero bambino; gli alberi avevano mantenuto il colore delle foglie e il profilo delle chiome: perfino l’odore non era cambiato. Mi sono fermato davanti a un glicine e ho inspirato. Bello, ho pensato. Era la mia vita, quella che conoscevo.
Ho camminato un altro po’. Non ricordavo quanto fosse faticoso spostarsi sulle proprie gambe. Sono arrivato alla Stazione dei treni e mi facevano male i piedi. C’era una frenesia elettrica e incomprensibile. Un signore con la barba mi ha aiutato a salire le scale. Ho visto la sala d’aspetto e mi sono buttato dentro a prendere fiato. Non mi pareva che le persone accanto stessero aspettando un treno; sembrava piuttosto che fossero lì perché non avevano nessun altro posto dove andare; e che fossero lì da un sacco di tempo. Avvertivo l’indolenza delle stalle, la stessa ruminante compostezza, il terrore dignitoso degli erbivori, quella carne da macello. Mentre lentamente tornavano forze e colore, ho visto che c’era uno schermo dall’altra parte della sala. Era un monitor sul quale scorrevano notizie e pubblicità, a intervalli regolari. Le due Coree avevano fatto pace. Un aereo era caduto in Oklahoma. Una famiglia aveva realizzato tutti i sogni grazie a un prestito. Dalla Russia, stava arrivando una perturbazione siderale che avrebbe abbassato le temperature di dieci gradi. Un cane, smarrito a Palermo, era stato ritrovato tre mesi dopo dalle parti di Torino. Una jeep grande come un camion girava indisturbata per le strade di una città completamente vuota. Una ragazza indossava un costume per l’estate. Poi, di nuovo le coree, l’aereo, la famiglia, la Russia, il cane, la jeep, e la ragazza con il costume. L’ho guardata meglio, ho stretto gli occhi fino a quando non l’ho riconosciuta. Era Marina! Giocavamo insieme nel paese di montagna dove da bambino andavo a passare l’estate: gare di velocità e di sputi, tatuaggi con le more, salto del torrente, sassi sulle lucertole, piattini di latte per gattini abbandonati, nascondini, capriole al contrario e infinite esplorazioni. Aveva i capelli lunghi e scuri, le sopracciglia folte, un portamento quasi barbarico. Veniva da Venezia e ogni tanto ci parlavamo in dialetto, io il mio napoletano stretto imparato dai nonni, lei la sua nenia lagunare, senza capirci niente. Un anno Marina smise di guardarmi: mi ero presentato a casa sua con una fionda ma lei era seduta sugli scalini vicini all’entrata e con una cugina più grande si stava colorando le unghie dei piedi. Passai un’estate solitaria, coccolando un gatto nero che avevo trovato in un fienile abbandonato e facendo le parole crociate. Il successivo inverno fu il mio turno: mi alzai di venti centimetri, vidi i miei muscoli crescere e mio padre, una domenica mattina, mi insegnò a tagliarmi i baffi. Quando a luglio tornai al paese, fu lei a cercarmi. Era finito il tempo delle corse: ora passavamo le giornate camminando in mezzo ai boschi, talvolta tenendoci per mano. Un pomeriggio di agosto, distesi su un prato dove da poco era stata tagliata l’erba, mentre fissavamo il cielo immenso sopra di noi, Marina mi disse senza guardarmi: “mi baci il bonigolo?”. Io mi girai verso di lei, mi avvicinai, chiusi gli occhi, cercando le sue labbra; ma poiché da parte sua non arrivava alcuna risposta, li riaprii. Aveva sollevato un po’ la maglietta e con un dito mi indicava l’ombelico, quel piccolo vortice nella sua pancia bianca. Mio nonno, non so perché, diceva che l’ombelico puzzava, che Dio non ce l’aveva, Adamo forse, e Caino sì. Mia mamma diceva che era come il nodo che si fa a un palloncino dopo averlo gonfiato. Io l’ho baciato, e non è passato nemmeno un secondo da quel giorno. Ancora adesso Marina mi sta mostrando il suo ombelico dal monitor nella sala d’aspetto della stazione, e io lo fisso come se il centro del mondo fosse là sopra. Poi è arrivata Irina, rossa in viso, con lacrime vere agli occhi, e mi ha portato a casa di corsa, facendomi promettere che non avremmo detto niente a nessuno. Nel salotto, tra i chilometri delle sue lenzuola, mi ha abbracciato stringendomi la testa ossuta e io finalmente ho pianto.