A dodici anni di distanza da me


La professoressa di musica è bassa, ha capelli ricci che le arrivano alle spalle, tinti di rosso – ma non un bel rosso, piuttosto quel rosso che tende al prugna, e non riesci a decidere se è un effetto voluto o se ha semplicemente usato una tinta di un brutto colore. Ne sai qualcosa.
I tuoi capelli sono di uno spento castano topo, che non è neppure il tuo colore naturale: hai dovuto rimediare a quel disastro che ha fatto Lucia, la parrucchiera che sta sotto casa tua, quella da cui ti ha portato tua madre prima della crociera perché avevi il permesso di farti qualche ciocca dorata che ravvivasse il colore, così come ce le ha Marta (lei le ha fatte la prima volta alle elementari, te le ricordi come delle spighe di grano mescolate ai suoi capelli neri lunghissimi che si legava così poco spesso, anche quando c’era minaccia di pidocchi, perché avere i capelli così lunghi e belli deve renderti inattaccabile pure dai pidocchi). Solo che Lucia ha sbagliato qualcosa, tutto ti sembrava strano anche mentre lo vivevi, quella carta stagnola in cui aveva messo troppi capelli rispetto a quelli che Marta aveva tinto, l’odore dell’acqua ossigenata che ti pizzicava gli occhi mentre passavano tanti, troppi minuti, fino a quando ti sei permessa di dirle che forse era troppo che avevi su quella roba, e lei è impallidita, ti ha sciacquata subito ed era un disastro, tre strisce di giallo canarino ai due lati della testa e dietro, spesse, orribili. Avevi dovuto tingerti i capelli. Sarebbe stata la prima volta, non certo l’ultima. Già che c’eri avevi chiesto di fare la frangetta. Ti veniva da piangere. Forse il taglio della frangetta non era proprio successo lo stesso giorno della tinta, però ricordo con sicurezza che in quel salone da parrucchiere frequentato solo da signore di mezza età ti veniva da piangere: e che poi, invece, hai sorriso quando hai visto come cambiava la tua faccia sotto la protezione della frangetta, e ti sei sentita bella, e da piangere non ti veniva più.
In quest’aula al piano terra della tua scuola media c’è anche Marta: solo che non andate più in classe insieme, vi parlate poco, quando siete sull’autobus più che altro, ogni tanto uscite insieme, ma la maggior parte delle volte lei si divide dal gruppo perché qualche ragazzo le chiede di fare un giro al centro commerciale da soli. Spesso torna a casa con loro, che magari la portano in motorino, o a piedi, mano nella mano. Allora, anche se abitate nella stessa via tu torni a casa da sola, facendo un giro largo per evitare di incontrarla seduta sul muretto di fronte al vostro palazzo, mentre limona con il ragazzo che l’ha accompagnata. Ogni tanto fai passare il tempo dondolandoti appena su una delle altalene che stanno nel giardinetto in piazza, mentre guardi i bambini più piccoli rincorrersi o scendere giù dallo scivolo lanciando gridolini di gioia. In quei momenti ti sembra tutto diverso da com’era quando tu e Marta eravate amiche alle elementari, e giocavate insieme in quello stesso giardinetto. Le spighe di grano nei suoi capelli sono diventate sempre più chiare, ora sono quasi bianche.
Oggi dovete suonare un pezzo con il flauto, ma c’è troppo rumore in classe; ci sono dei pomeriggi in cui la situazione non è sostenibile, e la tua professoressa di musica si rassegna, alza al massimo il volume della tastiera e si mette a suonare qualcosa che sovrasta le voci di tutti, fino a che la musica non si fa minacciosa, e la stanza cade nel silenzio, e si può iniziare a fare lezione. Mentre suona in quel modo la professoressa sembra diventare altissima, e tu la guardi con ancora più attenzione del solito.
È un giorno importante: è la prima volta che suonerai il contralto. Ti è stato assegnato, così come ad un altro gruppetto di studenti del corso di musica. Rispetto al flauto è più grande, tanto che sta in una custodia smontato in tre parti, che devi assemblare ogni volta che inizi a suonare. Dentro la custodia c’è un panno per pulirlo, una confezione di grasso per lucidarlo. È un bell’oggetto.
Il pezzo che dovete suonare è When the saints go marching in; la parte del contralto accompagna quella dei flauti, facendo una sorta di controcanto basso: do, do, do, do (pausa), re re si re. Ma anche oggi c’è troppa confusione; le ore di musica sono al pomeriggio, durante il rientro del martedì, a classi unificate, e far stare in silenzio cinquanta ragazzi costretti in un’aula così piccola è quasi impossibile: ogni tanto fai finta di essere in una boccia dei pesci rossi, la testa infilata dentro, e non sentire niente, e vedere tutto deformato.

Fuori fa caldo, gli alberi del cortile hanno almeno duemila sfumature di verdi diverse, e anche se non li vedi, sono lì.

La professoressa si alza dallo sgabello su cui era appoggiata, si sposta i capelli dalla fronte. Solo pochi tra i tuoi compagni hanno confessato ad alta voce quello che hanno pensato di fare alle sue tette, o alle sue gambe, o alla sua bocca: perché avete un’età in cui è ancora troppo netta la linea tra voi e i vecchi. Lei avrà più di trent’anni: una vecchia decrepita, in pratica. E poi, è una professoressa. Non si annulla la distanza tra voi e i professori: qualsiasi cosa succeda, è importante rimanere nemici giurati.
Inizia a pestare le dita sui tasti non pesati della tastiera Yamaha della scuola media, e non riesci a capire cosa suona, mentre il volume progressivamente aumenta.

Se aumentasse per sempre, pensi, le finestre di vetro esploderebbero, i frammenti di vetro volerebbero fuori, nell’aria, si andrebbero a posare sui duemila verdi delle foglie degli alberi e sembrerebbe neve luccicante in un giorno di sole: a un soffio di vento, scivolando giù dalle foglie e arrivando dritti in faccia, i cristalli di vetro graffierebbero tutti, piccole ferite superficiali sulle parti di pelle scoperta.

Quando nella classe il brusio si placa, allora si può suonare. È più difficile, ora che hai cambiato strumento; la parte del contralto è scritta su uno spartito fotocopiato che ti ha dato la professoressa e che devi tenere accanto alla pagina del libro su cui è scritta la parte del flauto: bisogna tenere sott’occhio anche quella, per capire quando inserirti.
Do mi fa sol
«Sì prendiamo il campetto per le cinque.»
Do mi fa sol
«Ma al massimo chiediamo a Zacchi se sta in porta.»
Do mi fa sol mi do fa mi
«Sì ma che palle.»
Vedi la sua schiena, che è sudata ed è grassa ai lati, e la nuca, il cranio quasi totalmente rasato su cui porta un cappellino con la visiera girata all’indietro, e non sta zitto. Non sta zitto.
Potresti staccare le labbra un secondo, solo un secondo dal contralto e chiedergli per favore, per favore di abbassare la voce. Non proprio di stare zitto, ma solo di abbassare il volume della sua voce in modo che tu possa sentire quello che stai facendo. Non è importante: non è un concerto, è una lezione di musica alle due del pomeriggio in una scuola di provincia i cui vetri potrebbero scoppiare e diventare neve sugli alberi ma non lo fanno, e se non lo fanno è perché non succedono cose di questo genere in quella scuola, e non succedono nel mondo, quindi tanto vale sbagliare le note, non intervenire nel pezzo, non dire al ragazzo che potrebbe chiamarsi Christian o forse Fabio, non me lo ricordo proprio (ma so che tu, in quel momento, lo sai benissimo, perché ti ricordi i nomi di tutti, e ti ricordi che quel ragazzo e Marta si sono scritti dei messaggi al cellulare un po’ di mesi prima, e un giorno si sono infilati le rispettive lingue in bocca sul dinosauro di legno che c’è davanti allo Spazio Giovani, quella specie di centro sociale che dovrebbe essere un punto di ritrovo per i ragazzi di provincia come voi) non dirgli di abbassare il volume di voce perché non senti le note, e proprio mentre pensi che non dovresti dirlo, che va bene così, che non è importante, la tua mano non sai perché si muove in direzione della sua spalla, e la tocca, la tocca appena e poi insiste nello scuoterla un pochino, abbastanza perché lui se ne accorga e si volti verso di te proprio mentre ti escono di bocca quelle parole, Puoi parlare più piano perché non sento le note, e lui prima ti guarda come se non avesse capito, e tu hai ancora la mano sulla sua spalla – ed è strano, non ti pare? cosa aspetti a toglierla? –, poi capisci che ha capito benissimo e ti guarda dritto la frangetta e ti dice «Oh, ma stai zitta te, Brisgì Bardò» e si volta di nuovo. Ci sarebbero un sacco di argomenti con cui ribattere, sai? Tipo che quello non è un vero insulto, perché Brigitte Bardot, a quanto ne sai, è un’attrice bellissima. O che se quello era un modo per dirti che sei fuori moda, beh, nominare Brigitte Bardot non è poi tanto alla moda. Ma anche solo un più secco Oh ma che cazzo vuoi. È così che risponderebbe Marta se qualcuno la trattasse come quel ragazzino ha appena trattato te. Ma il punto è che nessuno tratterebbe Marta come quel ragazzino ha appena trattato te. E quindi stai zitta. Ma perché stai zitta?
Perché non sei capace a litigare. Perché sai benissimo che, oltre alle regole dei professori, esistono le altre regole, quelle che nessuno dice ma che tutti rispettano, e che sono quelle che fanno sì che quelle come te non possano mai sedersi in ultima fila sul pullman, o trovare anche solo carino qualcuno di quelli che stabiliscono le regole, o avere qualcosa da dire sulle classifiche di Mtv, sulla nuova stagione di Dawson’s Creek, sui popcorn al miele che vengono venduti nel cinema multisala inaugurato da poco. Ma soprattutto perché Christian o Fabio o come si chiama non è la persona giusta contro cui mettersi, e non perché è alto e abbastanza grasso (sei piuttosto certa che non rientri nelle sue abitudini alzare le mani su delle ragazze), ma perché tu sei alta e abbastanza grassa, e perché a una rapida occhiata ci sono altri mille motivi per cui Christian o Fabio potrebbero ferirti, e sono tutti ben peggiori della frangetta (numero uno, gli occhiali da vista rosa che hai comprato perché ti piacevano e che adesso sembrano troppo vistosi per farti sentire al sicuro, numero due il fatto che sembri davvero interessata a questa storia di suonare When the saints go marching in, numero tre il fatto che Christian o Fabio manco si ricorda che esisti e probabilmente non avrebbe nessun problema a farti notare che in effetti non esisti). Sono le regole della sopravvivenza. Ma sai cosa devi tenere ben presente? Hai in mano un contralto. Hai una bocca. Hai un sacco di fiato nei tuoi polmoni giovani. E sei arrabbiata.

Delle duemila espressioni di verde che ci sono sugli alberi, se ti impegni, potresti afferrarne almeno milleottocentonovantadue. Non è un talento, è solo una fame nello sguardo, e te lo vorrei dire.

Prendi il contralto e lo porti alla bocca, proprio mentre i flauti hanno riattaccato con il do mi fa sol, e ti alzi in piedi e ti avvicini a lui, a Christian o a Fabio o a come si chiama, e gli punti il contralto dritto in faccia, e lui ti guarda strano, non capisce mica cosa stai facendo, e neanche tu lo capisci fino a quando suoni così forte che la saliva esce dallo strumento e gli arriva dritta in faccia come uno sputo, e tutti si fermano e tu stai davvero suonando fortissimo, così forte da coprire le risate di chi assiste alla scena, così forte che ti sento anche io, a dodici anni di distanza da te, così forte che non servono a niente le urla della professoressa e il suo picchiare sui tasti, così forte che a esplodere non sono solo i vetri dell’aula, è la scuola intera, un ammasso di calcinacci che schizzano da tutte le parti e che, nella collisione con la parete che è il tempo, e che è lo spazio, arrivano qui, sui miei occhi, e si depositano sulle lenti a contatto e che a vederli sai, sono solo polvere, ma io ho capito che sono la forma che ha il tuo coraggio ed è per questo, è per te, che ora rido, e rido forte, che la mia risata possa raggiungerti lì, davanti alle macerie della scuola esplosa, a dirti brava piccola mia, brava Brigitte Bardot, ce l’hai fatta.

Alla fine dell’ora suona la campanella, tu smonti il contralto nei suoi tre pezzi, lo metti nella custodia, esci dall’aula. Ti lasci dietro una nota sul registro, e le macerie di quello che hai fatto. Non t’importa. Passi oltre il cancello della scuola, oltre la fermata dello scuolabus, oltre i sussurri e gli sguardi. A testa alta ti metti in marcia verso casa, verso il viale alberato che costeggia il perimetro della scuola, marci nel verde che ti accoglie in sé, nelle sue duemila diverse espressioni.