Nient’altro che una scocciatura



Ero inginocchiato in salotto, e quello alto ha preso una sedia, e l’ha messa nel ripostiglio, e mi ci ha fatto sedere. Mi teneva per il gomito come si fa con le nonnine che attraversano il viale.
Tu qui, ha detto. Zitto come mosca, ha aggiunto.
Quello basso ha sussurrato qualcosa nella loro lingua, e quello alto ha chiuso la porta del ripostiglio, e ha spento la luce. Ha riaperto per un attimo e, come mosca!, ha ripetuto, prima di sparire.
Non so, francamente, che cosa sperano di trovare. Avete avuto la soffiata sbagliata, vorrei dire. Non c’è niente di interessante, in casa. Non ho casseforti, niente orologi di lusso, l’argenteria mi è sempre parsa un tentativo di accreditamento borghese per parvenu. Quanto alla gioielleria, di nuovo, niente di niente, sono scapolo e non indosso anelli, catene e cristincroce.
Ma tutte queste cose dovevano saperle già. Sembrano organizzati, indossano i passamontagna, guanti di lattice, tute color antracite, identiche, anonime.
Del resto non hanno accennato a nessuna cassaforte. Dopo avermi immobilizzato si sono limitati a dirmi di stare calmo, e che avrebbero fatto presto.
Pensavano di trovare del contante? Il portafogli è sempre là dove l’ho lasciato, nello svuotatasche a forma di foglia d’acero.
Una cosa non sanno: ho tremila euro nascosti in camera da letto, pezzi da cento arrotolati in un paio di calzini con fantasie natalizie. È il caso di dirglielo? Non mi hanno ancora minacciato, né picchiato, i contatti sono stati asettici e per così dire premurosi.
Posso anche incassare un pugno nello stomaco, un paio di schiaffi, una pedata, qualche minaccia. Poi titubare un po’ e alla fine dire sì, confesso, i calzini di Natale. E d’accordo, sì, avrò perso tremila euro: nient’altro che una scocciatura.
Visto che poco fa me la prendevo con l’argenteria aspirazionale, potreste obiettare che tenere contanti arrotolati nei calzini è quanto di più piccoloborghese esista al mondo. Touché. Il fatto è che siamo stati poveri, un tempo. Mio padre ci ha abbandonati che non avevo ancora compiuto sei anni. Mia madre ha iniziato a lavorare, poi ha perso il lavoro. Qualche volta, di notte, andava nell’orto dei vicini e rubava uno zucchino qui, un pomodoro là, spiluccando senza dar troppo nell’occhio. Un giorno è entrata in camera nostra, giocavo con mio fratello. Marcello, mi ha detto. Ce li hai ancora i soldini della nonna, quelli del compleanno? Ce li avevo ancora, era una cifra ridicola, qualche migliaio di lire. Con le lacrime agli occhi disse che allora non serviva, potevo tenerli, non importava. La mamma si è dimenticata, spiegò, di passare dalla banca. Ma va tutto bene, eh.
Da cui l’abitudine di tenere contante in casa. Per ogni evenienza, mi dico, per non trovarsi a rubare ortaggi nel cuore della notte.
Le macchine, allora. Sono venuti per le macchine. Sento rumori al piano di sopra, le stanno spostando.
Lavoro a casa, uno studio oculistico, sorvolo sulla parte del self-made man. Pachimetro a ultrasuoni, microscopio endoteliale, Tearscope, oftalmometro, ecobiometro A-scan. Ci sono voluti anni, non mi manca niente. Svariate decine di migliaia di euro. Ignoro, francamente, quale valore abbia questa roba. Come usato, dico. O come rubato. Forse nel mercato nero dell’est-Europa…
La porta cigola. Un fischio tenue e lungo, sommesso. Lo fa sempre, bisognerebbe chiudere a chiave. Nel buio si disegna un filo di luce verticale. Prima è una riga sottilissima, poi diventa un nastro, quindi la accompagnano due nastrini paralleli, in alto e in basso. Io resto immobile sulla sedia, le mani dietro la schiena, i piedi collegati da un laccio che permette solo piccoli spostamenti.
La porta si apre di più, forse una corrente d’aria. Fa caldo, devono aver aperto la finestra sulle scale.
Sento un rumore più forte, qualcosa che viene spinto o trascinato. Fanno con calma, senza darsi cura del rumore. La casa più vicina è a un centinaio di metri, oltre un giardino e un filare di cipressi.
I tonfi ritmati di passi pesanti che scendono le scale. Ormai la porta è semiaperta, vedo uno spicchio di cucina. Dicono qualcosa, sempre nella loro lingua, forse istruzioni di manovra. Vedo passare prima Basso, poi la mia poltroncina dell’oftalmometro (pesante, pedana d’acciaio), e dall’altra parte c’è Alto. Entrambi a volto scoperto, il passamontagna arrotolato sulla fronte, le guance rosse per lo sforzo. Non si accorgono della porta del ripostiglio, mi escono dal campo visivo e si avviano al portone.
Non che mi faccia piacere vederli portar via attrezzature che ho racimolato negli anni, accendendo e spegnendo mutui neanche fossi un pompiere. Ma nemmeno è la fine del mondo. Pago una salatissima assicurazione, non ricordo tutte le clausole ma sono ragionevolmente sicuro che copra anche il furto. Massimale abbastanza alto. Tutto questo, mi ripeto, non è nient’altro che una scocciatura.
Nessun suono, resto solo, immagino che Alto e Basso stiano caricando la poltroncina su un furgone (lasciato dove? Dietro, nella stradina delle vigne?). Mi alzo dalla sedia e muovo qualche passetto da pinguino verso la porta. Non per scappare, non avrebbe senso. Neanche per cercare un telefono. Il cellulare lo hanno preso all’inizio, svegliandomi. Se anche non hanno tagliato i cavi del fisso, ci metterei dieci minuti solo per attraversare tutta la sala, e altri tre per eseguire la posizione yoga che servirebbe a portare le mani all’altezza della mensola, per digitare un qualche numero di soccorso, per parlare con un operatore a cui spiegare, tra l’altro, come si raggiunge una casa che non trova neppure il postino.
Sto in piedi di fronte alla porta. Una decina di passetti e ruoto su me stesso di centottanta gradi. Con le mani tocco il pomello, lo afferro. Altri passetti, questa volta verso la sedia. Devo tirare la porta, fare presto e chiuderla bene. Se Alto e Basso tornano e trovano la porta aperta, se mi guardano mentre io guardo loro a volto scoperto, o se anche solo pensano che io a un certo punto li abbia guardati, sarebbe la fine delle premure.
Senza averli visti in faccia potrei dire che sono dell’est, ma non saprei dire di quale paese. Potrei dire che Alto era alto e Basso era basso, e descrivere le tute anonime, i guanti di lattice, e fornire qualche ragguaglio su quello che è successo, dire della canna di pistola premuta sulla fronte per svegliarmi, delle poche, asciutte istruzioni che ho ricevuto, di come sono stato per un po’ in ginocchio, prima di essere messo a sedere nel ripostiglio.
Tiro la porta dietro di me, non troppo piano, non troppo forte. Per chiuderla bene, se non si vuole usare la chiave, bisogna farle dare uno scatto. Con decisione, come a sbatterla: ma non troppo, sennò rimbalza, non troppo poco, o si aprirà di nuovo. Quando penso di essere in posizione, il pomello stretto tra le dita in una presa dolorosa, mi chino in avanti per lasciare gioco agli avambracci. Tiro il pomello con la giusta dose di forza.
Ma sono un idiota. Sono un idiota perché, chinandomi, ho portato il sedere in fuori, e il sedere ha fermato la porta. Non l’ha solo fermata, l’ha fatta rimbalzare. E se prima era semiaperta, adesso è spalancata.
Altri dieci passetti, giro su me stesso, devo fare tutto daccapo. Un passetto dopo l’altro, cammino in avanti. Per terra, nel salotto illuminato, noto le impronte degli anfibi di Alto e Basso. Ci sono poche cose che mi danno fastidio come le impronte di scarpe sul pavimento bianco del salotto. Oltretutto le impronte aumenteranno, dovrò fare denuncia, entrerà e uscirà gente, passeranno tutti con le loro scarpe sudicie in salotto, sulle scale, in camera da letto: «per i rilevi del caso». Mercoledì viene la Wanda, la faccio fermare due ore in più, voglio che sia tutto lustro come la casa del prete la domenica di Pasqua.
Quindici passetti e sono sulla soglia. Trenta e sono decisamente fuori dalla soglia. Ma ancora lontano dal pomello. A quaranta passetti sento un rumore. Passetti indietro, un sacco di passetti. Devo tornare seduto e guardare in terra. Appena entrano, dirò scusate. Scusate, dirò, la porta è difettosa, si è aperta con la corrente. Ma io, vedete, guardo in terra e non mi muovo. Non ho visto niente, non voglio vedere niente. Io guardo in terra e voi chiudete di nuovo.
Venti passetti indietro. Trenta. Stanno entrando, quaranta. Arrivo vicino alla sedia, cinquanta. Piego le ginocchia e faccio un balzello indietro. E perdo l’equilibrio, rovino di schiena sulla sedia. Alto e Basso gridano nella loro lingua, sento i passi di corsa nel salotto. Ma dopodomani viene la Wanda.
Gli occhi di Basso nei miei occhi. È stato solo un istante, li ho subito chiusi, ho voltato la testa, prima di farfugliare che non ho visto niente, che volevo solo richiudere la porta, e non è colpa mia.
Ma le pupille di Basso si sono allineate con le mie pupille, e lo sappiamo entrambi. C’è di più: ho già visto la sua faccia e temo di essermi tradito, un’espressione di sorpresa.
Uno o due mesi fa. Un tizio venuto per una visita di controllo. Doveva rifarsi gli occhiali, ha detto. Ha preso appuntamento con un nome che finiva in -enko, sicuramente falso. In realtà un sopralluogo.
Guardami, mi dice Basso. Guardami, stronzo. Ma io non voglio, tengo la testa voltata, gli occhi serrati in una smorfia dolorosa. Allora mi tira un calcio nelle gambe. Guardami, ripete. Non so che fare, lo guardo.
Alto sta dietro di lui, si è abbassato il passamontagna. Basso, invece, lo toglie del tutto, lo appallottola e me lo tira addosso.
Quando Alto dice qualcosa (poche sillabe), Basso risponde con una frase più lunga, e Alto si fruga in tasca, estrae un mazzo chiavi, si incammina verso il portone. Basso stringe la pistola, me la punta contro.
Aspetta, dico. Aspetta, grido. Risolviamo tutto. Ti assicuro che c’è un modo. Un modo c’è, lo giuro. Il laser Argon, dico, mi faccio un bell’Argon e sistemiamo tutto. Dopo potete continuare la rapina, è tutto perfettamente a posto.
Sono lucido in modo preoccupante: assertivo e sveglio come se non fossi davvero io. Nessun bisogno di parlare slovacco o moldavo. Seguendo le istruzioni del capo, Alto stava andando ad accendere il furgone. Basso mi avrebbe sparato, e poi via, morto alle spalle e colpo fallito. O meglio, il magro bottino di una poltroncina con l’oftalmometro, costata un omicidio. Ma io, lo garantisco, posso sistemare tutto.
Come si fa? chiede Basso. E grida qualcosa ad Alto, ormai sulla porta, che si ferma e torna indietro.
L’unico problema sono i miei occhi, spiego. Gli occhi che hanno visto, che ora stanno vedendo. E che domani, se resto vivo, serviranno a fare un identikit.
E allora mi faccio l’Argon. Si può fare anche lo Yag, ma con l’Argon è meglio.
Sono posseduto da quell’uomo lucido e professionale che parla alle conferenze. Ci sono io dentro, terrorizzato. Sto davanti a cento persone, e abito nel corpo di questa persona lucida e professionale, che scandisce le parole con calma, mostra una slide, commenta un caso difficile di glaucoma acuto, risponde alle domande.
Basso parla con Alto, che sputa monosillabi, soprattutto annuisce. Mi tagliano il laccio dei piedi, saliamo le scale.
Non dico che sia facile, ma non è nemmeno così difficile. Sono sempre rinchiuso nel corpo di quell’uomo lucido e professionale, mi fido, e non trovo niente da obiettare ai suoi tentativi di tenermi vivo.
Mi faccio liberare le mani. Accendo la macchina e dico a Basso di collaborare un momento. Gli dico di far sedere Alto sulla poltrona. Devo solo prendere le misure, non gli faccio niente, non sono pazzo. Farfugliano ancora. Alto si mette sulla poltrona. Intanto spiego a Basso che cosa toccare, per quanti secondi, come fare. Lucido e professionale. Non è un procedimento semplice, ma di sicuro è più facile spiegare a qualcuno come accecare un paziente che non istruirlo su come si curano gli èdemi maculari.
Passami le pastiglie di antidolorifico.
A parlare è sempre l’uomo lucido e professionale, quello delle conferenze. Mi siedo sulla poltrona, e Basso prende il mio posto. Mi ripeto: nient’altro che una scocciatura.