Fish Jokes

Per cominciare, Anna cerca il suo nome. Compaiono 5881 email, ogni singola email che lui le ha mandato durante i tredici mesi in cui hanno lavorato insieme. Esclude dalla ricerca il suo indirizzo di lavoro, ma il suo account Gmail genera comunque 1739 risultati. Troppi per passarli al setaccio uno per uno. Non può cercare per data, non se la ricorda. Se vuole trovare questa email, deve farsi venire in mente le parole che ha usato.

Prova “sexy”, ma si dimentica di digitare “sexy” e il suo nome. Così la ricerca fa apparire tutte le volte in cui qualcuno ha scritto la parola “sexy” (476 volte). Quando aggiunge anche il suo nome non ci sono risultati. A quanto pare il suo vecchio capo non ha mai usato il termine “sexy”.

Anna non si ricorda le parole esatte che ha usato nell’email, ma “sexy” avrebbe dovuto essere frequente. Il fatto che manchi la rende nervosa.

Prova “piccola” e “bellissima”. Era qualcosa del genere. Qualcosa che Anna può inoltrare al suo amico Travis, che sta pensando di assumere il suo vecchio capo e vuole la sua opinione. Anna non vuole dargli spiegazioni, vuole inoltrare a Travis l’email, quella spiegherà tutto quanto.

Prova “tesoro” e “dolcezza”. Si ricorda che c’era una parola del genere che l’aveva sorpresa all’inizio dell’email – nel saluto iniziale o la prima riga. Aveva cancellato l’email bruscamente, come quando si tira una scarpa contro un topo. L’email era prevedibile. (Ma all’epoca non era abbastanza per farlo licenziare. Sapeva cosa succede quando fai licenziare il tuo capo in quel modo.) Più tardi quella notte si era alzata dal letto e aveva segnato l’email come “non letta”. Ancora più tardi aveva esportato l’intero archivio del suo account di lavoro, in caso le fosse servita della documentazione. Ma né “tesoro” né “dolcezza” fanno comparire l’email.

Prova “attraente” e “stupenda” anche se sembrano costruiti. Cosa dicono davvero gli uomini? Le vengono in mente solo cliché. Prova con “anche se sono sposato” e “so che è sbagliato” e “mia moglie”, ma non esce niente.

L’email del capo era un cliché, ma non c’era stato alcun cliché nella reazione di Anna. Quando arrivò l’email, Anna non sapeva che fare. Aveva preso il suo computer, era andata nella sala conferenze a vetrate ed era rimasta nascosta per ore. L’ultimo pannello della parete a vetri si era crepato (una scenata di un precedente inquilino) ed era stato sostituito con un pannello in compensato beige. Si era seduta a terra con la schiena appoggiata al pannello e lì nascosta aveva guardato tutti quelli che se ne andavano dall’ufficio, tutti tranne lui. Quando gli addetti alle pulizie avevano spento le luci aveva fatto una corsa. L’atrio era buio, l’acquario di pesci tropicali colorava la stanza di blu elettrico. Anna lo aveva immaginato seduto nel suo ufficio, che tendeva l’orecchio per sentirla. Aveva premuto ripetutamente il pulsante per chiamare l’ascensore come se potesse farlo arrivare più velocemente. Poi si era resa conto che lui aveva lavorato da casa quel giorno. Cerca “pensando a te” e “ti sogno”, ma niente.

Avevano usato un cliché quando l’avevano licenziata qualche mese più tardi: “riorganizzazione”. E poi ancora un altro cliché – “svoltare” – quando l’intera azienda era stata chiusa. Sapeva usare bene quei cliché, era scoppiata a ridere quando era venuta a sapere della “svolta”. Aveva già una nuova qualifica e uno stipendio più alto. Era contenta di non aver fatto un polverone e di aver mantenuto intatta la sua reputazione.

E adesso eccola qui. Tre anni dopo, il suo amico Travis vuole un consiglio per assumere o meno il suo vecchio capo, che non era “infatuato di” o “attratto da” lei, che non aveva una “cotta”, ma che aveva (o era) qualcosa del genere.

Il capo aveva insistito con quel qualcosa del genere per un mese. Non più via email: la trovava nei bar, le prendeva il polso nell’ingresso, e continuava a parlarle a voce bassa di quel qualcosa finché la sua educata riluttanza lo offendeva e lui ritirava tutto quello che aveva detto, con gli interessi. Non le era mai capitato di sentirsi trattare come se fosse monouso così in fretta. Il cambiamento così rapido l’aveva disorientata. Cercava di non farsi mancare quelle attenzioni. Durante le riunioni si trovava a cercare il suo sguardo. Prova “affascinato” e “irretito” senza risultati.

Non si vergogna di usare un dizionario dei sinonimi. “Attraente” e “accattivante” e “incantevole”. “Affascinante” e “stupenda” e “piacevole”. Prova “amo”, ma sa che non è di questo che parlava l’email. “Amo” c’è in 653 email. Lui amava il suo lavoro. Anche ad Anna piaceva il suo. Nessuna delle sue email “d’amore” ha senso. Una dice: “ciao ragazzi eccone uno che amo troppo”.

Anna fissa l’email finché si accorge che c’è un curriculum allegato. È un’email che parla di una selezione lavorativa, piena di strafalcioni come tutte le sue email. Inoltrava sempre agli amici i suoi errori di battitura più divertenti. “Foglio di caccolo” invece che calcolo. “In figura” con la a e la u invertite.

Forse è per questo che non ha ancora trovato l’email.

Ricomincia daccapo. Digita “tesora”, “dolcessa”, “carrina”, ma il suo computer la corregge automaticamente. Clicca annulla, costringendo il computer a cercare “carrina”

“Forse intendevi ‘cara’?” le chiede la casella di posta.

Cerca “bisogno di te” e “voglia di te” e “pensando a te”, ma ottiene solo “ecco alcune opzioni di pacchetti a tasso fisso. Avrei bisogno di te per controllarli, grazie”.

Viene presa da una paura improvvisa: e se l’email che sta cercando fosse come questa? E se non avesse alcun senso per Travis? Cerca “bere” e “fuori per” e “vieni con me” e “cena”. Ne ricava centinaia di email senza senso: “ho bisogno dell’ordine per la cena, a meno che non vogliano mangiare bruno.”

Per settimane aveva aspettato l’ascensore alla luce blu dell’acquario nella lobby d’ingresso, lasciando l’ufficio quando era sicura che lui se ne fosse già andato. Si alzava sempre dal letto la notte. Le faceva sempre male la mascella a causa del modo in cui doveva sorridere. Le serve un’email da inoltrare a Travis, un’email che spieghi tutto quanto. Un’email per spiegarlo a sé stessa. Si ricorda, ad esempio, che continuava a chiedergli di smetterla. Ma aveva mai davvero detto “smettila”? Se potesse controllare le sue stesse risposte che refusi senza senso salterebbero fuori?

Fissa le parole “a meno che non vogliano mangiare bruno” finché si ricorda che “bruno” era uno dei pesci. Qualcuno l’aveva chiamato “Bruno Misterioso” perché era scuro.

Cerca “bruno”, ci sono trentadue risultati. Scherzavano sempre sui pesci. Ognuno aveva dato un nome a uno dei pesci. C’era “David Duchovny” e “Mad Max” e “Bro”. Quello che aveva battezzato lei, “Kimmy Gibbler”, in realtà era un intero banco di pescetti neon rossi.

Cerca i nomi dei pesci e trova centinaia di email. Battute su Bro. Colpe scaricate su David Duchovny. Perché non riesce a ricordarsi l’email, ma si ricorda i nomi dei pesci?

Il capo aveva chiamato il suo pesce “Anna”. Era quello blu chiaro con la riga gialla. Quando qualcuno nominava Anna, lui diceva “Intendi AnnaUmana o Anna il pesce?”

Cerca “AnnaUmana” e appaiono settantatré email. Alcune sono quelle che ha scritto lei: a volte si firmava “AnnaUmana”, altre volte semplicemente “AU”. Tutti usavano le loro iniziali il più delle volte. Parlava la stessa lingua che parlavano loro.

Tutt’a un tratto è molto tardi. Quando si era seduta, con davanti una ciotola di avanzi riscaldati al microonde, per leggere quest’ultimo gruppo di email, il sole estivo stava appena tramontando. Ora il suo appartamento è buio, tranne che per la luce blu del suo computer. Mentre cercava l’email, altre cinque erano arrivate, spingendo più in basso la richiesta di Travis. Se non farà niente, la mail continuerà ad affondare. Domani pomeriggio non comparirà più sullo schermo, spazzata via come dalla marea. Può scusarsi con Travis a un aperitivo magari, dire che è stata “occupata” o “impegnata” o che “è stato un periodo folle”. Le parole non importeranno finché continuerà a sorridere. La sua reputazione è abbastanza solida da potersi permettere di perdere un’email ogni tanto. È AnnaUmana, quella gentile. AnnaUmana, una della squadra.

Cerca “Anna” e trova cinque risultati.

Li riconosce tutti dall’oggetto. I primi tre sono moduli dell’ufficio del personale, risalgono alla prima settimana di lavoro. Il quinto è il documento che aveva dovuto firmare dopo che l’avevano licenziata. La quarta è l’email che sta cercando.

Sposta in basso il cursore e passa sopra l’oggetto, segue le parole: “devo” e “dirti” e “questo.” Nessuna delle parole è allarmante di per sé, anche se il punto alla fine è strano. Chi ha mai usato il punto alla fine di un oggetto? Clicca il punto come fosse il pulsante dell’ascensore – solo una volta e con decisione.

Legge l’email. È proprio come la ricordava. Ovviamente le parole sono normali. Non hanno molta importanza. La minaccia è un altro linguaggio, in filigrana. L’email spiega tutto, ma è quasi certa che Travis non abbia mai dovuto imparare quella lingua.

Le sue mani sono tinte di blu dalla luce dello schermo. Ancora, come il pulsante dell’ascensore – una volta sola, con decisione – clicca elimina.

Poi scrive una nuova email. “Ciao Travis!” comincia. Poi, nella lingua che entrambi parlano, scrive che il suo vecchio capo è “fantastico” o “intelligente”, o forse anche che è una “bella persona”. Non si ricorda davvero ciò che sta scrivendo. Sa solo che è qualcosa del genere.

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tradotto da Elisa Sottana. pubblicato originariamente su American Short Fiction.

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