Attenta a quello che chiedi

«Posso uscire sul balcone?»
«Ma non eri malata tu?» La mamma si avvicinò per toccarmi la fronte.
«Fammi andare. È una bellissima giornata.» Papà finì il caffè in un sorso e si alzò per andare al lavoro. «E tu pensa a guarire per il primo maggio.»
La mia testa si voltò automaticamente verso la finestra per guardare la ruota panoramica. L’avrebbero inaugurata il primo del mese e io ci sarei andata. A guardare tutta la città dall’alto. E dopo sarebbe mancato pochissimo all’estate.
«Papà, quest’anno andremo a vedere il mare?»
«Quest’anno no, ma se ti comporti bene ci andremo l’anno prossimo.» Mi diede un bacio prima di chiudere la porta.
Presi la coperta e uscii sul balcone. La collocai al centro del balcone e ci misi davanti una bacinella blu piena d’acqua. Mi sedetti, presi le bambole e le spogliai prima di mettercele dentro.
«Ah, com’è calda l’acqua!»
«Te l’avevo detto che il mare ti sarebbe piaciuto…»
«Non so nuotare, non so nuotare!»
Giocavo facendole parlare, ma cominciai presto ad annoiarmi. La bacinella era troppo piccola e le bambole troppo grandi perché sembrasse davvero il mare. Mi stesi a pancia in giù e osservai l’acqua da vicino. Si muoveva ancora e se strizzavo un po’ gli occhi potevo immaginare che fossero piccole onde in un vero grande mare. Vidi una mosca posarsi sul bordo della bacinella. La schizzai con la mano e riuscii a bagnarla. Cadde dentro l’acqua. Si muoveva disperata. Immaginai di essere io, io che nuotavo. Sognando, mi addormentai.

Quando la mamma mi svegliò perché era ora di mangiare, si vedeva all’orizzonte un bagliore rossastro. La gente usciva sui balconi per guardarlo in tutta la sua bellezza. Tutti erano a conoscenza dell’incendio, ma nessuno se ne preoccupava. Il giorno dopo era domenica. Papà parlava di qualcosa che aveva sentito il giorno prima al lavoro.
«Potrebbe essere grave» sussurrò alla mamma un attimo prima di uscire di casa. Mi sembrò strano, la domenica non lavorava.
«Posso uscire sul balcone?» la mamma mi guardò senza rispondermi.
«È meglio di no, ieri ci hai passato tutto il giorno. Dai, cambia la pagina del calendario.»
Mi piaceva tantissimo togliere i fogli vecchi. Era un po’ come controllare il tempo. Sorrisi e mi avvicinai alla parete saltellando, salii sulla sedia e staccai il foglio del giorno prima. 26 aprile.
«Mamma! Mamma!» la chiamai eccitata. «Oggi è il 27, mancano solo 4 giorni alla ruota panoramica!»

Il resto della mattinata mi annoiai terribilmente. La mamma non voleva che uscissi e non mi lasciava neanche aprire la finestra. All’una arrivò papà, correndo.
«Accendi la radio, veloce!» gridò e si chiuse in cucina con la mamma.
«…enzione, attenzione!» Anche se avevano chiuso la porta, riuscivo a sentire qualche frammento dalla mia camera. «Compagni… annuncia… incidente… nucleare di Chernobyl… Pripyat… si è verificato… radiazioni… garantire la protezione… specialmente i bambini… un’evacuazione temporanea…»
La porta della cucina si aprì e papà iniziò a raccogliere alcune cose in tutta fretta e a metterle nella sua valigetta.
«Oggi, giorno 27 di aprile alle ore 14:00, autobus…» continuava la voce, che adesso riuscivo a sentire senza alcun problema. «Si raccomanda di portare con sé i documenti, gli effetti personali essenziali e soprattutto alimenti. Nell’abbandonare temporaneamente le abitazioni, non dimenticate di chiudere le finestre, spegnere gli elettrodomestici e gli apparecchi a gas, chiudere l’acqua. Vi preghiamo di mantenere la calma e l’organizzazione.»
Quelle parole mi risultavano grandi e complicate. Non avevo mai visto la mamma e il papà così nervosi prima d’ora.
«Olga! Olga!» mi chiamò la mamma dalla cucina, dove stava mettendo delle mele in una borsa. «Prendi dei vestiti: pantaloni, due camicie, magliette, mutande, un pigiama e mettili nel tuo zainetto.»
«Andiamo in vacanza?»
«Sì tesoro» rispose papà, mentre la mamma prendeva cose dal frigo e le metteva nella borsa con le mele. «Prendi la tua bambola preferita e qualche libro.»
«Dove andiamo?» volevo sapere, ma non mi davano retta. Preparai il mio zaino, come aveva detto la mamma, uscii sul balcone a prendere la bambola. Era nell’acqua, nella bacinella che avevo lasciato lì il giorno prima. Abbracciandola forte, sussurrai:
«Tranquilla, Clara. Va tutto bene. Andiamo in vacanza.»
Mi bagnai tutta la maglietta, però credo che non riuscii a tranquillizzarla. Baciai i suoi capelli completamente fradici. Sentii l’umidità sulle labbra, il sapore dell’acqua stagnante e qualcos’altro, un gusto metallico, mi rimase in bocca.
«Pronta? Andiamo, andiamo!» mi metteva fretta la mamma.
Papà stava ancora chiudendo i rubinetti. Scendemmo le scale quasi volando. Fuori c’erano vari autobus, quasi tutti pieni, e molti militari. Ci chiesero i nostri nomi e il numero del nostro appartamento. Segnarono qualcosa in un foglio e ci indicarono l’ultimo autobus. Uscimmo dalla città alle 14:12. Mi girai a guardare la ruota panoramica. Avevo paura di chiedere se saremmo tornati in tempo per l’inaugurazione. Non tornammo. Il primo del mese dormivamo ancora sul pavimento di una scuola insieme a molta altra gente. Ricordo di aver guardato il cielo prima di addormentarmi. Vidi cadere una stella e automaticamente espressi un desiderio. “L’anno prossimo voglio vedere il mare”.

Ed eccomi qui. Con la mamma. Papà non c’è più. Però, come aveva promesso, siamo venuti al mare. Non me lo immaginavo così. Mi piacerebbe nuotare, ma sono troppo debole. La mamma mi porta tutti i giorni in braccio e mi immerge le gambe. L’acqua è fredda. Quando la superficie non si muove, riesco a vedere il mio riflesso. Preferisco che si muova, così posso chiudere gli occhi e fingere di avere ancora i capelli e che la brezza li faccia ondeggiare. I medici dicono che ho bisogno del mare e che passerò molto tempo qui. Se solo quella notte il mio desiderio fosse stato diverso. Se solo avessi chiesto di poter tornare a casa con mamma e papà.

tradotto da Francesca Miola. pubblicato originariamente su Narrativas.

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