Shimenawa

Lo zio Kazuya, il fratello maggiore di mio padre, si impiccò nel granaio dietro casa, a Ishikari, appena fuori Sapporo, nell’isola di Hokkaido.
Aveva lasciato un messaggio:

Sono stato scoperto. È troppo tardi. Aiuto.

«Era andato di casa in casa a ricattare le persone affinché votassero per lui,» aveva detto mia madre. «Si era candidato per il consiglio comunale. Era un idiota.»
Avevo 14 anni e cercavo di trovare nell’espressione di mio padre una traccia di tristezza, rabbia, qualsiasi cosa. Lui spiegò il Vancouver Sun che stava leggendo e lo alzò fino a coprirsi il volto come se fosse uno scudo. Ero seduta a un capo del lungo tavolo da pranzo, lui era dalla parte opposta. Eravamo satelliti lontani temporaneamente fermi. Mio padre non andò al funerale.


Fu l’inizio di una lezione di vita per me. La morte non necessariamente avvicina le persone, può anche alzare un velo e mostrare quanto lontane siano tra loro. Se mio padre piangesse quanto davvero ha bisogno di piangere immagino che inonderebbe ogni ruscello, ogni rigagnolo, finché le acque si alzino a formare piscine vorticanti. Dovrebbe essere mosso da qualche forza straordinaria per ammorbidirsi, aprirsi e far entrare il dolore.


In quanto figlio maggiore, Kazuya era dovuto rimanere nella casa di Ishikari dove era nato. Lui e zia Yuko avevano cresciuto i loro figli alla fattoria. Avevo incontrato mio zio una sola volta durante un viaggio a Ishikari quando avevo dieci anni: un ricordo sfuocato, a parte la sua voce tonante. Il resto di ciò che sapevo su di lui l’avevo ricavato da aneddoti frammentari e conversazioni a bassa voce tra i miei genitori. Kazuya era pieno di vita, un uomo di cui avere timore. Era generoso, oppressivo, un ladro (ha rubato della terra che apparteneva a mio padre), un bullo, un gigante. Impersonava le mie altalenanti preoccupazioni riguardo il Giappone, il paese in cui sono nata, ma che non conoscevo. Kazuya era la linea che univa ricordi di famiglia scivolosi e lontani. I miei genitori mi avevano raccontato molto poco. Erano nati in Giappone alla fine della seconda guerra mondiale, erano cresciuti poveri. Matrimonio, emigrazione, Canada. Affrontavano la vita come mummie che camminano. La guerra si era insinuata fin nel midollo delle loro morbide ossa di bambini.
Mio padre beveva fino ad anestetizzarsi e faceva del suo meglio per seguire il credo di suo padre: “Un vero uomo dice solamente tre parole al giorno.”
Alla fine suo fratello aveva infranto le regole della famiglia. Sono stato scoperto. È troppo tardi. Aiuto. Non avrebbe mai espresso una tale cacofonia quando era ancora vivo. Erano troppe parole.


Dopo essere venuta a sapere del suicidio di Kazuya, ho pensato alle corde in qualsiasi loro forma. La mia vecchia corda per saltare con l’impugnatura di legno, i tiranti che c’erano in garage, il cavo multiuso di plastica gialla nel laboratorio di mio padre che sembrava non essere adatto ad alcun tipo di uso. La canna di plastica in giardino, il percorso tracciato da una prolunga, il cavo bianco della TV con le estremità di metallo. Mi ero immaginata pesanti spirali di corda lasciate a terra nel granaio di mio zio, come colonne di sinistre vipere addormentate.


Nel luglio del 1989, undici mesi dopo il suicidio di Kazuya, la mia famiglia andò da mia nonna e zia Yuko, a Ishikari. Mia nonna era una minuscola donna tenace con le gambe storte che oscillava come un metronomo quando camminava. Spesso stava inginocchiata su un grosso cuscino in soggiorno.
Un pomeriggio ero seduta sul pavimento di fronte a lei. Aveva gli occhi chiusi. Per un momento pensai che stesse dormendo seduta. Poi parlò.
«Mangiate sushi in Canada?» mi domandò aprendo gli occhi.
Avevo 15 anni e parlavo un po’ di giapponese. Lei non sapeva neanche una parola di inglese.
«Si, lo si trova ovunque,» risposi.
«Sarebbe bello se un giorno sposassi un ragazzo giapponese,» disse.
«Non esistono in Canada,» dissi io.
Emise una specie di “mmmm” e annuì.
«È triste,» disse. «È molto triste. Sarebbe bello se potessi sposarne uno.»
Allontanò lo sguardo e non lo posò più su di me.
«Non so perché l’abbia fatto,» disse con la voce quasi spezzata.


Avevo sentito dire che la corruzione era diffusa nella politica giapponese a Hokkaido. Era così comune che le persone non sembravano particolarmente indignate. Alcune erano più seccate dal fatto che il loro politico preferito fosse arrestato per corruzione, piuttosto che dalla corruzione stessa. Mio zio era stato un consigliere benvoluto dalla sua comunità. Probabilmente avrebbe potuto continuare, incolume, essere perdonato, se il perdono fosse stato necessario.
Allora perché l’aveva fatto?
“Bisogna suicidarsi al massimo della propria bellezza.” Questo era ciò che credeva lo scrittore Yukio Mishima quando, nel 1970, all’età di 47 anni, fece seppuku in un ufficio del governo. Kazuya aveva 52 anni quando morì. Credeva di aver superato la sua bellezza? Il suo suicidio era stato in parte un atto di vanità? Era terrorizzato dall’idea di invecchiare?
Nello shintoismo, vengono usate delle corde intrecciate di paglia di riso che simboleggiano la purificazione rituale e tengono lontano gli spiriti maligni. Queste corde vengono appese alle porte dei templi, delle case o dei palazzi dopo che sono stati purificati. Vengono anche usate per circondare oggetti ritenuti sacri, come alberi o rocce. Kazuya aveva usato un pezzo di corda di paglia di riso per mettere fine alla sua vita. Non era una persona religiosa. Forse la sua morte era stata un tentativo di purificazione? Nel corso degli anni ho vagliato più e più volte tutte le possibilità nella mia testa. Mi sono resa conto solo molto tempo dopo che era un modo per tenerlo in vita.


Questa è una storia che mi è stata raccontata.
Era l’agosto del 1973, mio fratello Jiro aveva 4 anni ed eravamo seduti a tavola per cenare. «Itadakimas,» disse mio zio. Jiro prese un onigiri, una palla di riso, con le mani e la spiaccicò in bocca. Il riso e il pesce sul suo piatto erano ancora intoccati. Mise in bocca un altro onigiri, un po’ di riso gli cadde.
«Jiro-chan…» lo avvertì mia madre. Jiro spalancò la bocca e allungò la lingua coperta da minuscole perline bianche di riso. Kazuya si alzò e sollevò bruscamente Jiro dalla sedia.
«Cosa fai?» chiese mia madre, alzandosi.
Kazuya uscì dal retro, portando Jiro con un braccio. Con l’altra mano afferrò un pezzo di corda appeso alla staccionata vicino al capanno. Nel cortile c’era una grande quercia con pesanti rami contorti. Avvolse mio fratello con un giro di corda, lo spinse addosso al tronco della quercia, girando attorno la corda più volte.
«Deve mangiare come si deve.» Mio zio fece un grosso nodo alla fine della corda. «Deve imparare a essere un uomo.»
Mia madre gridava contro mio zio, Jiro urlava: il suono riempiva il cielo. Kazuya tornò dentro casa, tranquillo, come se ne avesse diritto, come se fosse appena tornato da una lunga giornata al lavoro.
Nessuno si ricorda il resto. Mia madre non perdonò mai mio zio. Mio padre non c’era. Jiro non se ne ricorda. Scherza dicendo che quell’episodio probabilmente è il motivo per cui mangia sempre istintivamente tutto quello che ha sul piatto.
Mi sono inventata un finale per questa storia. Immagino mia madre che fatica a disfare il nodo, mentre Jiro piagnucola per essere liberato. Un kodama, uno spirito degli alberi, compare con le sembianze di una vecchia donna. Slega Jiro, abbraccia il suo piccolo corpo, preme il palmo della mano contro la sua fronte come per calmare la febbre, cancella l’evento dalla sua memoria. Il giorno dopo, di prima mattina, Jiro guarda fuori dalla finestra. Una shimenawa con delle strisce di carta appese è legata alla base della quercia.


Nel 2011, quando il terremoto e lo tsunami colpirono il Giappone, io vivevo a Toronto. Chiamai i miei genitori a Vancouver. Rispose mio padre. Di solito passava il telefono a mia madre dopo aver detto ciao perché odiava parlare al telefono, ma quella volta stava guardando il telegiornale, le riprese infinite della distruzione, le code per il cibo e l’acqua, la corrente marrone che sommergeva le case e le automobili.
«Il Giappone scomparirà,» disse. «Presto scomparirà.»
Sembrava un bambino, parlava con una voce che non gli avevo mai sentito usare. Stava cercando di chiamare dei parenti a Tokio, ma non riusciva a contattarli. Qualcosa nel tono di mio padre sembrava indicare un’apertura, una possibilità di compensare una vita intera di mancate conversazioni. Potremmo cominciare da mio zio.
Ma esitai. Avevo troppa paura di correre quel rischio, di essere evitata e congedata. Dissi a mio padre che l’avrei chiamato più tardi. Riagganciai e lasciai il filo aggrovigliato del telefono penzolare dal bordo della scrivania.

[pubblicato originariamente su Banana Writers. traduzione a cura di Elisa Sottana]

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