In macchina si sta zitti

Papà se ne è venuto fuori con questa cosa della macchina nuova solo qualche mese fa. 
Per un bel po’ siamo stati senza un mezzo di trasporto, subito dopo l’incidente dico.
Poi papà è arrivato a casa con un volantino che aveva preso in una concessionaria e lo ha letto per tutta la sera. 
Il giorno dopo è andato a ordinare l’auto nuova, che peraltro è piccolissima e non so davvero perché l’abbia scelta così.
Prima dell’incidente avevamo un fuoristrada enorme, con le ruote che per poco erano più alte di me. Sembravano due occhi giganteschi e a guardarli avevo avuto sempre un po’ di timore. 
Per salirci sopra c’era una scaletta con i gradini poco profondi. Di solito mamma montava prima di me nei posti dietro e, quando era il mio turno, lei allungava le braccia per tirarmi su velocemente. 
Papà era già al volante e picchiettava nervosamente le dita sul cruscotto. Poi si stiracchiava e apriva la bocca come per sbadigliare, ma senza farlo veramente. Era il suo modo di farci capire che stava aspettando da troppo tempo, che era ora di andare. 
Accanto a lui ci stava mia sorella maggiore. Teneva sempre una gamba piegata e il piede appoggiato al lato della portiera, sopra la tasca di plastica che conteneva i cd da infilare nell’autoradio all’occorrenza.
Papà le diceva di stare composta, allora lei si tirava su ma poi dopo qualche minuto tornava in quella posizione disordinata, la sua preferita. La mattina masticava sempre una gomma che le si appiccicava ai residui di colazione rimasti fra i denti e poi iniziava a raccontare qualcosa. Non aveva degli argomenti preferiti, semplicemente iniziava a parlare di qualche fatto che aveva sentito al telegiornale o di qualcosa che era successo a scuola, non importava cosa.
Lei iniziava a parlare e noi la stavamo a sentire zitti, stretti nei nostri vestiti che sembravano essere sempre troppo pesanti rispetto alla temperatura nell’abitacolo.
Io invece ho sempre preferito stare dietro, con mamma, guardarla ridere, spostarsi dietro le orecchie le ciocche di capelli e accarezzare il gatto che portavamo con noi ovunque andassimo. Se lo metteva vicino, nell’altro posto libero sui sedili posteriori, accanto al finestrino. Per un po’, forse una decina di minuti, lo teneva nella gabbietta, poi però le dispiaceva e lo liberava.
Papà aveva paura che il gatto scappasse sotto i sedili e andasse ad accoccolarsi fra i suoi piedi, finendo sui pedali. Mamma lo rassicurava con gesti calmi delle mani e i suoi occhi radiosi e il gatto se ne stava per davvero immobile per tutto il viaggio, senza fare rumore. 
Di solito questo succedeva quando dovevamo partire per il mare, ogni estate quando finiva la scuola e tutto diventava improvvisamente più morbido e luminoso. Il vento era caldo, il sole bruciava, mamma non brontolava più se tardavo la sera dopo il cinema, il letto sembrava più comodo e la mattina ci potevo rimanere un sacco di tempo in più. 
Poi però l’estate scorsa è cambiato tutto.

Vittoria nelle orecchie aveva una canzone rock anni settanta che da fuori era impossibile da riconoscere, ma le schitarrate violente sì, quelle erano inconfondibili. Decisamente chitarre anni settanta. Le avevo sentite in tv, in qualche video musicale vintage che davano sui canali minori. Li mettevamo la domenica quando papà e mamma se ne andavano a fare la spesa e ci lasciavano sole per un paio di ore. Quel giorno le chitarre si stavano scatenando dentro le sue cuffie e rompevano il silenzio che si era creato quasi per miracolo dentro l’auto diffondendo un suono ovattato e ritmato.
Lei se ne stava nella sua posizione preferita, ginocchio destro verso l’alto, gamba sinistra distesa, busto accartocciato su se stesso. Sulla seduta di pelle prendeva solo metà del posto disponibile, con il resto del corpo stava tutta spostata verso l’esterno.
Io ero dietro che cercavo di afferrare il gatto senza farmi vedere da mamma, di accarezzarlo almeno un po’, prima di partire.
Poi avrebbe voluto tornare accanto a lei per il resto del viaggio. Era un gatto abitudinario.
Avevo smesso di torturarlo quando papà aveva messo in moto per l’ultima volta l’auto, dopo averla spenta altrettante volte per tornare dentro casa a recuperare qualche oggetto dimenticato.
Finalmente poi era arrivato il momento di partire, il bagagliaio pieno di cose riposte distrattamente in borsoni morbidi, tutti diversi fra loro per colore e dimensione, gli occhi liberi di guardare il paesaggio che diventava improvvisamente più interessante.
Mia sorella si era tolta le cuffie, aveva detto una frase in inglese imitando il cantante che stava urlando poco prima nelle sue orecchie: «I’m Vittoria, motherfuckeeeers».
Aveva trascinato la «e» per quasi mezzo minuto, alzando il tono della voce e facendo degli stupidi gesti, accompagnandoli con un’espressione dura, il naso arricciato e i denti scoperti, come se davanti a lei ci fosse davvero una folla urlante che la adorava.
Papà aveva scosso la testa mentre girava a destra per imboccare l’autostrada, mamma invece aveva cercato di trattenere le risate, ma poco dopo aveva fallito. 
Avevo riso anche io e la mia testa e quella di mia madre si erano incontrate, toccandosi all’altezza delle tempie. Si erano sorrette per tutto il tempo necessario a far svanire i sorrisi dai nostri volti.
Vittoria aveva riposto il lettore MP3 nello zaino che teneva in mezzo alle gambe e i suoi occhi erano guizzati sulla strada.
 «Papà ma dove stai andando? Hai sbagliato strada!», aveva detto indicando con il braccio teso e la mano allungata verso il parabrezza.
«Certo che sei scema», avevo detto io da dietro, infilando la testa fra i due sedili anteriori.
Avevo appoggiato la guancia su quello di papà e guardavo Vittoria con gli occhi stretti, fingevo di essere infastidita ma in realtà era tutto molto divertente.
Quello scherzo andava avanti da anni, forse da quando avevamo imparato a parlare.
Ogni volta che papà imboccava l’autostrada e poi si incolonnava per prendere qualche svincolo, immettendosi in altri tratti, Vittoria allarmata gli gridava che stava sbagliando.
Le prime volte aveva suscitato in papà, ma anche in me e mamma, del vero panico. Papà si guardava nervosamente intorno e poi allo specchietto retrovisore, muoveva il volante a destra e a sinistra, bloccato nel traffico, senza premere sull’acceleratore, cercava di cambiare corsia, si piegava tutto a destra per cercare di leggere i cartelli e trovare un’uscita vicina. La macchina si scuoteva, molleggiava sulle gomme, papà iniziava a dire tutte le parolacce che non ci permetteva di pronunciare mai in sua presenza, poi si voltava verso Vittoria, le diceva: «Sei sicura?» e la trovava che se la stava ridendo di gusto, che si tappava la bocca con le mani fresche di smalto, gli occhi socchiusi.
Quando capiva che si trattava di uno scherzo la sua faccia diventava rossa, sbatteva i pugni sul volante e sul cambio ed emetteva degli strani rantoli di rabbia.
Io e mamma trattenevamo a stento il respiro e ci scambiavamo espressioni buffe.
Vittoria allora si lasciava andare a una risata scalmanata, scuoteva la testa inondandoci con i suoi capelli biondo cenere. Il sole passava attraverso il finestrino e ci scaldava la pelle scoperta. Spargeva oro in tutti gli angoli della macchina, il sole ma anche mia sorella.
Quel giorno, però, papà non ci era cascato.
Faceva così caldo fuori che, nonostante l’aria condizionata, i nostri vestiti si erano attaccati completamente alle cosce e ai sedili.  Mio padre aveva mosso solo una mano dal volante, come per scacciare una mosca. In realtà stava scacciando il solito stupido scherzo di Vittoria, muovendo seccamente l’aria con le dita e continuando a guidare tranquillo.
Io ero rimasta ancora per un po’ con la faccia attaccata al sedile di papà.
«Papà, guarda che è vero! Stai sbagliando!», aveva continuato, abbandonando il tono melodrammatico e concedendo al riso di interrompere a tratti le parole.
Io avevo detto qualcosa, anche mamma aveva risposto dicendo che forse era l’ora di smettere di fare le bambine piccole e capricciose.
Nel frattempo papà aveva inserito la freccia per superare una macchina lenta sulla destra, aveva aperto la bocca e aveva detto: «Vittoria, questo scherzo è vecchio ormai, giuro che…».
La sua frase era rimasta a metà, appesa ai finestrini che si erano rotti all’improvviso, agli airbag che ci scoppiavano in faccia e al rumore che mi era entrato dentro il petto, che aveva riempito il petto di tutti. All’improvviso il tettino era il pavimento, i tappetini erano il cielo e in mezzo ci stava la gommapiuma, la stoffa lacerata, la plastica, i capelli di mamma e gli artigli del gatto, i vetri rotti che si infilzano ovunque, il dolore e poi il niente, i denti scoperti, la bocca aperta, qualcuno che grida, che impreca, tutto in una frazione di tempo minuscola, poi ancora il niente. Io ero rimasta zitta e avevo pensato ora muoio, ora muoio, a undici anni e non è giusto.

Papà ha messo in moto la nostra minuscola auto nuova da un’oretta. Stiamo a ottanta all’ora in autostrada con i finestrini abbassati perché l’aria condizionata non funziona. La radio è spenta perché se ci mettiamo anche la musica ci si rompono i timpani con tutto questo rumore. Poi la musica distrae, aveva detto papà la sera prima, quando caricavamo le valigie nel minuscolo bagagliaio, come un monito per il giorno dopo. 
Per fortuna che è estate e che un po’ di aria in faccia non guasta. 
Rimaniamo sulla corsia lenta, quella di destra, così non succede niente.
Stiamo andando al mare ma, dopo tanti anni, abbiamo cambiato luogo di villeggiatura. Mamma ha detto che non se la sentiva di tornare nel solito campeggio, che voleva andare dalla parte opposta, fare un’altra strada.
Allora papà si era messo a girare tutte le agenzie viaggi e aveva trovato questa casetta vicino alla spiaggia, in una località che non avevo mai sentito nominare da nessuno. Mi aveva fatto vedere le foto sul suo cellulare e avevo finto entusiasmo, per non deluderlo. In realtà il mare non era un granché, ma non avevo detto niente per paura di rovinare tutti i loro buoni propositi. 
Non so dove ci troviamo di preciso, è un tratto di strada che non ho mai visto. Intorno all’autostrada non c’è niente, nemmeno gli alberi, c’è solo una distesa di terra brulla e i binari dell’alta velocità che corrono paralleli. 
Io e mamma siamo pressate dietro, come delle sardine in scatola. 
Le tocco la mano, lo faccio sembrare casuale, così lei può toccarmela a sua volta e poi afferrarmela e possiamo rimanere così per un po’ senza che nessuno ci veda, a consolarci e sostenerci in segreto.
Il posto per il gatto non c’è più e anche se ci fosse non abbiamo più un gatto, ormai, come molte altre cose.
Sembriamo come in taxi io e mamma e papà davanti è il nostro conducente solitario, che ci scruta dallo specchietto retrovisore inclinato appositamente per controllarci.
Dopo l’incidente gli è venuta questa preoccupazione nei nostri confronti che prima non aveva mai avuto. Mi chiama quando arrivo a scuola, la mattina, per sapere se in autobus è andato tutto bene, se ci sono stati dei problemi, e anche quando dico che è tutto regolare, lui non ci crede e insiste.
Fa lo stesso con mamma, ma lei riesce a capirlo di più e con quei suoi modi pacati riesce ad addolcire le sue richieste e tutte le sue domande. 
Stamattina, per la prima volta, papà mi ha chiesto se volevo sedermi nel posto accanto a lui, che ora sono abbastanza grande per farlo, ma non credo lo pensasse veramente. Suppongo che si senta solo e che non abbia più voglia di sentirsi così anche mentre guida.
Io ho scosso la testa, sono salita dietro con mamma, sul sedile rovente.
Gli ho detto: “Sto con mamma, magari la prossima volta”. 
Anche se so che non ci andrò mai lì. È una di quelle cose che non riesco più a fare, sedermi in quel posto, ma anche ascoltare la musica rock in tv la domenica o stare a casa da sola. Per questo stanno pensando di comprarmi un cane o farmi un fratellino. Ho sentito papà e mamma dirselo in cucina, mentre io stavo già in camera a fare i compiti. Se lo sussurravano con la paura che io li stessi ascoltando o che parlarne rendesse reale tutto quello che era successo. Poi papà aveva detto: “Aspettiamo la fine dell’estate, magari va meglio, poi vediamo”. 
Non che stia male, è solo che quando sono da sola mi prende una tristezza che sembra massacrarmi da dentro e allora mi blocco e non riesco a fare nulla, nemmeno muovermi o parlare. Inizio a tagliuzzare le cose, i lembi dei tappeti, i fiori freschi nei vasi, la pasta di grano duro nei recipienti ermetici e le coperte sui letti.  
È questo che mi succede. 
Quando abbiamo ormai percorso parecchia strada cerco di dire qualcosa, magari una cosa che faccia ridere mamma e papà, per fargli capire che se cerchiamo di essere felici insieme magari va bene per davvero, ci dimentichiamo delle cose brutte e iniziamo una nuova fase, come i rettili che fanno la muta e cambiano pelle del tutto, senza nemmeno un pezzetto di quella vecchia. Ma appena apro bocca papà mi blocca con un gesto brusco della mano, la alza dal volante e me la para davanti agli occhi.
Dice quella frase, la stessa da quando è successo l’incidente e qualcuno prova a iniziare una conversazione in auto.
«In macchina si sta zitti”. Poi rimette la mano sul volante e continua a guidare a velocità costante. 
Ci superano tutti. Noi stiamo di qua, nella corsia sicura. Che così non succede niente.