Scarpe sullo zerbino

Avevo 13 anni da qualche ora, quando ho smesso di credere alle scarpe nell’angolo destro dello zerbino. Non credere più nelle scarpe è stato per me come sbriciolarmi, sono cresciuta d’improvviso sbriciolandomi. Non sono riuscita a perdonarglielo, più a lei che a lui. È stata lei a tenere in piedi il tendone per così tanto tempo e con tanta tenacia nelle mani che ancora adesso, a guardarla, mi sembra di non riconoscerla, di non ritrovare i miei tratti nei suoi. Molti si ostinano a dirmi che le somiglio: con un salto d’anni, potremmo confonderci. Non sanno leggerci il viso.

Le scarpe di papà stavano sempre sul pianerottolo, nell’angolo destro dello zerbino, vicine che si toccavano. Io e Agnese le guardavamo riposare, quando uscivamo nell’aria mescolata di luce e buio del mattino, con il sonno ancora negli occhi, nelle voci basse: l’autobus per la scuola passava presto. Erano scarpe grosse, di cuoio marrone, il tacco un po’ consumato sul lato esterno, perché il corpo generoso di papà tendeva ad appoggiare sull’orlo dei piedi nel camminare veloce. Al ritorno da scuola lo zerbino era vuoto, compariva ai nostri occhi nel suo ovale perfetto: il papà era uscito per andare al lavoro. Facevamo intere settimane senza incrociarlo, dentro quelle tre stanze zeppe di noi: vestiti ad asciugare su sedie e caloriferi riempivano l’aria di umido, libri ovunque, zaini per terra, le barbie di Agnese mezze vestite, i miei disegni in giro. A quel tempo disegnavo, disegnavo in continuazione volti, senza saper riprodurre quelli di chi mi si muoveva accanto. Di papà c’erano solo le scarpe sul pianerottolo.

Mia madre insegnava in una scuola superiore il mattino e dava ripetizioni a catena il pomeriggio, studenti grossi e con l’ombra dei baffi sopra le labbra venivano a casa; il papà aveva preso in gestione un bar con annesso ristorante di là dal Ponte dell’Adda. Noi andavamo a scuola, mangiavamo disordinate quello che capitava perché la mamma detestava cucinare e aveva sempre tante cose in testa e tanti fogli nelle mani. Un callo le piegava il dito là dove la penna poggiava. I compiti li facevamo da sole, io aiutavo Agnese con le doppie e le maiuscole, lei mi ascoltava ripetere ad alta voce, a gambe incrociate sul tappeto. Papà Tornava tardi la sera, noi eravamo a letto da un pezzo, dormiva ancora il mattino quando le braccia indaffarate della mamma ci spingevano verso l’autobus: vietato correre nel letto a dargli un bacio, papà dormiva con le persiane chiuse, nella stanza pesta senza contorni, dietro la porta scostata solo leggermente in uno spiraglio stretto. Aveva preso in gestione il locale da un annetto, bisognava fare dei sacrifici, doveva lavorare molto e stare a lungo fuori. Io e Agnese eravamo abbastanza grandi da capire. All’inizio la mancanza pungeva, ma poco per volta ci abituammo alla sua presenza sfumata. Ci capitava di andare a trovarlo al di là del Ponte qualche pomeriggio che avevamo poco da studiare o quando la mamma aveva riunioni a scuola che la obbligavano a rimanere in quel rettangolo dalle tante finestre più del consueto; mentre stava dietro al bancone a servire caffè, dando retta all’uno o all’altro dei clienti che andavano e arrivavano, papà ci sorrideva, scherzando a passarci parole a distanza, sopra le teste degli altri. Facevamo merenda con gelato o focaccia ma a me non piaceva quel posto: non ho mai amato i fiumi, l’acqua che porta via le cose. E da lì dentro si sentiva il fiume. Agnese sembrava felice, più di me.

Avevo 13 anni da qualche ora quando abbassai gli occhi a guardarmi le All Star bianche zuppe di acqua, lo sgocciolarmi della pioggia addosso. Fuori il cielo veniva giù con rabbia, eravamo entrate nel locale di papà scivolando fuori veloci dall’auto della mamma parcheggiata all’entrata. A memoria i miei 10 marzo sono sempre stati di pioggia decisa, o almeno io ricordo quelli. Guardai i miei piedi zuppi, quelli zuppi di Agnese di fianco a me, quelli asciutti di papà qualche metro più in là che si muoveva tra bancone e tavoli: aveva delle scarpe nere con i lacci, arrotondate in punta. Il tacco un po’ consumato sul lato esterno. Non dissi nulla. Il mio compleanno passò via veloce, con la torta e i regali. La pioggia lo lavò via, mentre il fiume scorreva grosso. Non ho mai preteso molto dai compleanni. Non dormii quella notte, il mattino ascoltai mia madre alzarsi prima di noi, come al solito, aprire piano la porta di casa: mise una paio di scarpe grosse di cuoio marrone sull’angolo destro dello zerbino. La immaginai compiere quel gesto abbassandosi sulla schiena magra, la immaginai mentre rimanevo immobile sotto le coperte, respirando piano. Non mi mossi finché non venne a svegliarci a voce leggera: “È ora, bambine”.

La mamma continuò a mettere fuori scarpe e a riportarle dentro per molti mesi. Dopo qualche giorno presi ad alzarmi quando la sentivo muoversi nel buio. Era un gesto che ripeteva a luci spente. Io mi alzavo e dallo spiraglio della porta socchiusa le guardavo la schiena piegata in avanti oltre la porta d’ingresso, poi ritornavo a letto, i piedi in punta. Non so precisamente quando abbia smesso, io ho smesso prima di lei di guardare l’angolo dello zerbino. Non mi ha mai raccontato niente, non le ho mai chiesto niente. Mio padre era altrove. Hanno barattato le parole con delle scarpe vuote. Non so se le scarpe sullo zerbino avranno mai perdono. Io raccolgo briciole cercando di fare pace con il mio viso, che assomiglia al suo.