Domanda su una bicicletta

1.
C’era comunque questa ragazza, che quando camminava sembrava sapere sempre dove stesse andando e anche se la distanza era breve e non era in ritardo andava veloce, con passi lunghi e ampi, come se ogni volta che poggiava il piede per terra volesse agganciare qualcosa lontano. Forse grazie al suo sorriso o ai capelli che seguivano i suoi movimenti, manteneva comunque una certa eleganza, tanto che tutti vedendola avrebbero preposto al suo nome la parola signorina, se solo non fosse in disuso.
Non ti saresti mai aspettato da lei che fingesse di avere freddo per potersi far scaldare da qualcuno, ma le piaceva essere corteggiata. Un giorno in strada guardò prima a sinistra e poi a destra e non vedendo sopraggiungere nessun veicolo, attraversò. Un ragazzo in bicicletta, che lei non aveva visto perché anche gli sguardi che dava erano veloci come la sua camminata, per schivarla sterzò così bruscamente da piantarsi il manubrio nello sterno. Lei si avvicinò per chiedergli come stava e lui con la gola ancora sturata per ringraziarla di essersi avvicinata le chiese se voleva un gelato.

2.
Okay, disse lei.
Lui sorrise, il sapore del sangue in gola. Si rialzò facendo peso sulla mano: sentì i sassolini di catrame marchiargli la pelle e una volta in piedi e pulitosi la mano, quei piccoli buchi gli fecero prurito. La bici aveva una ruota storta, mentre la ragazza lo guardava lui provò a raddrizzarla con due colpi, di modo che lei intuisse che di biciclette ne capiva, ma la ruota si piegò di più e peggio e lui per mascherare il tutto disse che era una cosa da niente. Avrebbe voluto mettersi le mani dietro la schiena e fischiettare con la testa rivolta in alto, ma la bicicletta era la sua e non poteva far finta con sé stesso di non aver peggiorato la situazione.
La legò a un cartello di divieto di sosta e mentre entravano nel primo bar la bicicletta scivolò e si piazzò, si sarebbe potuto dire se solo le biciclette avessero un’anima, esausta, a terra.
Lui pensava che lei fosse incredibilmente bella e che un’occasione del genere non gli sarebbe capitata mai più, era orgoglioso di sé stesso per essere riuscito a chiederle di prendere un caffè e mentre la guardava camminare si chiedeva se si notasse che era sudato. Ordinarono due coppette, lei cioccolato e cremino, lui fragola e cioccolato. Voleva sedersi?

3.
Gli raccontò che studiava teatro, voleva fare l’attrice, le piaceva l’idea di poter diventare chiunque in qualunque momento; non le mancava chiunque si diceva, forse qualcosa. Si fermava a pensare guardando di lato, fissando un punto o un oggetto, e al ragazzo pareva di poter comprendere quando il suo pensiero fosse compiuto o quando qualcosa l’era riaffiorato in mente, dai sorrisi ampi che faceva. Aveva i canini alti come i molari, bianchi e larghi come tutti gli altri denti. Poi gli disse che a breve avrebbe interpretato Maša ne Il Gabbiano e lui chiese: Sei in lutto per la tua vita?
Lei sorrise e lui abbassò lo sguardo sulla coppetta di cartone vuota. Chiese dell’acqua a un cameriere e alla ragazza se voleva qualcosa d’altro, lei disse di no. Poi, forse un caffè, se anche tu lo prendi.

4.
Le mani del ragazzo le sembravano sproporzionate alla sua statura, molto più piccole. Stava un po’ rannicchiato in sé stesso e la ragazza avrebbe voluto dirgli di tenere la schiena dritta, pensò che non erano ancora abbastanza in confidenza, ma glielo disse, in modo indiretto: Come mai stai così rannicchiato su te stesso? Lui si guardò le spalle, disse che non lo sapeva, e poi si raddrizzò. Due minuti ed era tornato alla posizione iniziale. Lei gli chiese se andava spesso in bicicletta. Lui disse che gli piaceva moltissimo, soprattutto d’estate, che gli dava un grande senso di libertà, c’era anche una frase di una scrittrice che diceva proprio La bicicletta è libertà, si chiama Lydia Davis, non so se la conosci, disse lui. Lei disse di no, che non la conosceva.

5.
Tirò fuori la Davis sperando di fare la figura di quello che leggeva, l’intellettuale, americani contemporanei poco conosciuti, ma non sembrò funzionare troppo. Lei disse che le piacevano i grandi classici, tipo i russi. Lui le chiese se avesse letto Anna Karenina, lei disse di no, non ancora, ma lo voleva fare.
Lui pensò che era bello che le persone volessero fare qualcosa, tipo leggere un libro, anche se poi non lo avrebbero fatto.
Lei pensò a tutte le persone che passavano per quel bar, e se quel bar fosse paragonabile a una casa o a un rifugio per qualcuno.
Lui pensò che se si fossero rivisti e se fosse successo qualcosa tra loro due, quel bar avrebbe assunto un ruolo importante nella loro relazione e allora forse sarebbe stato meglio sceglierne un altro, magari più bello, senza i tavolini tondi e le sedie con la trama intrecciata beige e il barista più simpatico.

6.
Prese una ciocca di capelli neri e la girò attorno all’indice, e disse di dov’era. Lui disse che la sua bicicletta prendeva il nome proprio da quella città. Lei disse che non sapeva che facessero biciclette, lui disse che anche Bartali ne aveva una come la sua e poi si sentì presuntuoso e si pentì di averlo detto, avrebbe potuto starsene zitto senza sembrare un saputello. Lei non pensò che lui sapesse tante cose né che fosse un saputello, si dimenticò della bicicletta subito e gli chiese che cosa facesse lui. Studiava chimica. Oh Dio. Cos’è successo? Io non ci ho mai capito niente. Ah, pensavo ci fosse un insetto. Perché? Hai detto Oh Dio e ho pensato ci fosse un insetto o qualcosa di strano. Ma perché? Per come hai detto Oh Dio, d’acchito. Okay. Chimica, sì. Oh Dio.

7.
I resti di caffè nelle tazzine erano ormai completamenti secchi e sarebbe stato divertente scrostarli pensò lui. Lei penso che avrebbe voluto tirare una tazzina contro la vetrata per vedere cosa sarebbe successo allo spazio in cui si trovavano, come quel gesto l’avrebbe modificato, se l’avrebbe modificato. Magari nessuno avrebbe fatto o detto niente. Lui guardò le dita di lei, le sue unghie, pitturate con lo smalto trasparente e si chiese se lo portasse sempre, se qualche volta se le pitturasse di rosso o del suo colore preferito, chissà quale era, forse il blu a guardarla adesso di fronte a lui.
Lei pensò che il ragazzo aveva dei lobi delle orecchie grandi e se lo immaginò con due orecchini enormi e pesanti che in realtà erano due ferri da stiro sorretti da fil di ferro, che tiravano la pelle delle sue orecchie fino a toccare quasi a terra, dove, appena prima di farlo, con una forza che non si capiva da dove provenisse, schizzavano in alto e ritornavano nella posizione iniziale dopo essersi arrotolate attorno all’orecchio.
Ti piace Čechov?
È un Dio.
Ibsen?
Un Dio.
Shakespeare?
Dio.
Fosse?
Chi?
Non è un Dio?
Non so chi sia.

8.
C’era comunque questa ragazza che quando un ragazzo fece una battuta cercando di farla sorridere, si mostrò permalosa e un po’ si offese e avrebbe voluto andarsene dal tavolo in cui si erano seduti. Le mancava qualcosa, però, e aveva pensato che quello che le mancava potesse averlo quel ragazzo.
Chi è Fosse?
Un drammaturgo norvegese.
Cos’ha scritto?
Non lo so, so solo che è un drammaturgo norvegese.
Ah.
Ohi.
Okay.
Lei guardò oltre il ragazzo, attraverso la vetrata e vide la bicicletta con la ruota ondulata, a terra e le parve un cane legato a una corda che avrebbe voluto andarsene, ma non solo era legato, aveva anche una zampa infortunata e non faceva altro che sbavare sulla terra o sgocciolare olio sull’asfalto, per quanto una bici possa sgocciolare olio se non dalla corona e solo appena oliata, ma son particolari che non interessavano di certo alla ragazza.
Vuoi bene alla tua bicicletta?
Lui le guardò le labbra per controllare se lo stesse prendendo in giro; era la domanda più bella del mondo. Lei batté le ciglia velocemente due volte. Si disse che si era innamorato di lei e rispose: sì, le voglio un sacco bene.
Mi dispiace che si sia storta la ruota.
Il ragazzo si accorse che non gli aveva detto che le dispiaceva che si fosse fatto male.
Non preoccuparti, la rimetto a posto in un attimo.
Pensi che dovrai cambiare la ruota?
Probabile.
Lei non disse niente, ma lo fissò negli occhi.
Ma tranquilla, volevo già cambiarla da tempo, ne volevo prendere una con la pista frenante.
Le mancava non sapere cosa sarebbe successo, improvvisare. Sarebbe stato per lo meno divertente se adesso lui si fosse alzato, le avesse detto di andare insieme, che ne so, al mare o in montagna o anche solo a piedi fino a un punto o anche solo se l’avesse baciata e se le avesse detto che era innamorato di lei, senza apparente motivo, si erano appena conosciuti, no?

9.
C’era quella scena in Tootsie, dove Dustin Hoffman è un attore che non trova più lavoro per il suo brutto carattere e si traveste da donna per lavorare e viene preso/a in una soap opera dove incontra Jessica Lange con cui stringe un rapporto di amicizia sorella maggiore/sorella minore e la Lange le confessa che a volte vorrebbe solo che un uomo andasse da lei a dirgli Facciamo l’amore, e allora quando capita che Dustin Hoffman in quanto attore maschio non travestito incontra la Lange gli propone proprio di fare l’amore e lei gli tira lo champagne in faccia.

10.
Lui le dice, senti forse ti sembrerà strano, e infatti non nego che lo sia, ma secondo me la domanda che mi hai fatto prima: Vuoi bene alla tua bicicletta? è forse la domanda più bella che mi abbiano mai fatto. (Lei sorrise.) Secondo me, magari non volevi, ma mi sembra che con quella domanda mi hai centrato in pieno. (Lui abbassò lo sguardo, lei sorrise ancora.) Non perché io sia strano perché voglio bene alla mia bicicletta, anche per quello, sì (brevissima pausa, lei fece un velocissimo gesto con il capo che forse era un assenso) ma soprattutto per quello che ti ho detto che la bicicletta rappresenta per me e mi sembra che tu l’abbia capito, se no penso che non me l’avresti chiesto. (Lei lentamente portò le labbra a una posizione neutra).
È una bella cosa quella che mi hai detto. Bella, sì.
Lei non disse quello che lui si aspettava e questo gli provocò un buco nello stomaco, ma forse era fame. Pensò che probabilmente si era innamorato della prima per la quale si era infilato il manubrio nello stomaco, ma era anche vero che lei era la prima che gli faceva quella domanda, come era anche vero, quante verità in un unico pensiero, complimenti, che già altre volte, se non spesso, si era aggrappato a pensieri del genere per convincersi che quella fosse la donna della sua vita, ma perché avesse bisogno di una donna della vita non lo sapeva ancora, forse perché era pigro e trovandola subito e in fretta era una cosa in meno di cui preoccuparsi, a cui dover star dietro.

11.
Qual è il personaggio che ti piacerebbe di più interpretare?
Non lo so, sai.
Non ci hai mai pensato?
No.
Pensavo che fosse una cosa a cui si pensava, volendo fare gli attori.
Io non ci ho mai pensato.
Ti capita mai di recitare nella vita?
Cioè?
Tipo adesso con me, o in una situazione simile. Ti è mai capito di recitare?
Mi è capitato di fingere, di mentire. Come a tutti.
Credi di essere più brava degli altri? In quanto attrice dico.
Non lo so, forse sì.
Dimmi qualcosa mentendomi.
Ma dai.
Provaci.
Cosa ti dico.
Non lo so, qualunque cosa.
Mi piace la chimica.
Bella. Ci ho creduto. Qualcos’altro?
Ma non saprei che dirti.
Menti spesso ai tuoi?
Quasi mai. Piuttosto che mentire, non dico.
Forse è peggio.
Forse sì. Tu menti spesso?
A volte.
Perché menti?
Per difesa?
È una domanda?
Sì. Cioè forse mento per difendermi.
Devi difenderti spesso?
A volte… Dai, dimmi qualcos’altro.
Ma cosa devo dirti?
Dimmi ti amo.
Lei rise.
Lui sorrise.
Sei serio?
Boh, sì.
Lei gli guardò gli occhi, poi le guance, le labbra, la barba, poi il naso.
Ti amo.
Anche io.

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