Come binari

Io e lui e un altro Natale insieme, tipo che potrebbe essere il titolo di una canzone buona per Sanremo. La cosa si può riassumere anche così: lui è uno di cui ci si stufa e io uno che perde e insieme facciamo una coppia da urlo, tipo Batman e Robin, Stanlio e Ollio…
Lui è di sicuro uno che stufa. Tipo quelle persone che ripetono le stesse cose o gli stessi comportamenti, che magari, che ne so, tu gli dici: guarda che se fai così a me non va proprio a mille e lui continua a fare così perché non considera niente. Lo dico da amico, che gli voglio anche bene. È buffo: il suo scarso sviluppo fisico è colpa dei suoi genitori ma la sua scarsa tenuta atletica è colpa sua, perché non ha mai fatto attività sportiva. Si muove impacciato come una talpa che procede a tentoni e non ho mai visto, a parte lui, uno dal baricentro basso ciondolare le braccia. Però è bravo, si intende di informatica, ha imparato da solo, sa fare un sacco di cose: sa riparare gli elettrodomestici come faceva Piero della Maria quando ero bambino, che passava a casa quando si rompeva qualcosa e a me sembrava si rompessero sempre cose tipo valvole. È preciso, meticoloso, scrupoloso e attento come tutti quelli che hanno un problema della vista, che tipo devono guardare i fogli da tre angolazioni diverse, attraverso, oltre, dopo gli occhiali. Ma è uno che stufa. Dice sempre le stesse cose e fa sempre le stesse battute, tipo che se chiedi “Piove?” e lui sempre risponde “dopo Corte”. Oppure se ne esce con le frasi importanti o magari delle riflessioni filosofiche, spesso inutili che poi non sono altro che delle botole che aprono cantine colme di vuoto. Tipo che se ne esce dicendo: “il mondo è cattivo”, “c’è chi parla alle spalle” oppure il più odioso di tutti: “la felicità è nelle piccole cose”. Come se non si potesse dire che chi ha tempo per valorizzare le piccole cose vuol dire che quelle altre, le grandi, o non le può avere oppure le ha già. Curarsi delle piccole cose è una sfiga o un privilegio, a seconda. Ma mai una virtù!
Si chiama Giorgio e non è che sia un brutto nome ma è un nome fuorviante, è un nome al lordo. È come la busta paga, se tu guardi il valore scritto in alto a destra ti sbagli, è un valore che non ti appartiene, è guardando il valore in basso a destra che capisci molte cose.
A me piace Leonard. Sono contento anche del mio: Alberto. Che ha una piccola pausa tra “Al-be – pausetta – rto”. E questo mi piace. Ma non è questo il punto, a me piace Leonard che è un nome che non stufa e se sei uno che stufa potrebbe essere meglio avere un nome che non stufa. E poi Leonard mi sembra un nome che ha una personalità. Un nome a tutto tondo. Se mi fossi chiamato Leonard avrei trovato lavoro più facilmente e non mi sarei dovuto accontentare di “Sfalci e Abbracci: sfalcio e smaltimento assicurati, da noi i migliori impiegati”.
Ho postato su Facebook questo: “via al cambiamento: da oggi mi chiamerò Leonard”, su sfondo azzurro con sfumature violacee. Otto like e tre commenti. Uno di Teresa che mi dice: sei unico! Uno di Enzo che mi dice: faresti schifo comunque! Uno è il suo, di Giorgio che mi dice: è la sostanza che conta, contano le piccole cose quotidiane.
Lui è uno che stufa tanto quanto io sono uno che perde, sicuro. Tipo quando perdere diventa una missione, io perdo anche quando gioco da solo: perdo la tombola di Natale, perdo documenti tre volte l’anno, perdo tempo in riflessioni che mi sfuggono, perdo soldi alle macchinette del poker. Ho perso con Benedetta che parlava di cose da grandi, tipo famiglia, impegno e poi sul più bello mi ha detto che non aveva ancora esplorato tutto l’immenso orizzonte della sua breve vita e così le cose da grandi le doveva fare un’altra volta. Ciao Alberto ci vediamo ogni due settimane per il bocia, ti lascio un abbraccio e l’IBAN per gli alimenti. Ma qui un po’ sarà anche colpa mia, perché dell’amore non ho mai capito nulla: fin dai tempi in cui da ragazzini si giocava a casa del compleanno di turno, quando le luci scendevano e i belli si appartavano, io ho imparato che nelle mie tasche posso trovare spazi verdi dove galoppare e cascine riscaldate da stufe a legna che sfavillano d’inferno. E nulla più. Ho perso con i miei genitori, sconfitta pesante e senza appello. Ho perso persino a rubamazzo con mio cugino di cinque anni più piccolo di me. E di solito a Natale perdo anche un po’ di più.
L’ho postato su Facebook: “a Natale io perdo sempre” su sfondo giallo in caratteri blu. Dieci like e otto commenti. Teresa che mi dice: sei unico. Enzo che mi dice: perdi perché fai schifo!, Giorgio che mi scrive che l’importante non è quante volte cadi ma quante volte riesci a rialzarti. Ma lui è uno che stufa.
Allora un giorno lui che ha mille idee, una per ogni mio sbuffo, e che a Natale si eccita come il relè del mio condominio e si riempie di bontà come i polmoni di aria, mi dice che possiamo far su una cosa bella. Si potrebbe partecipare a un bando europeo per la realizzazione di un progetto di volontariato su scala rionale, ammazziamo il tempo e facciamo esperienza e curriculum. Dove l’hai letta sta roba, dico? Amici mi risponde. Gente che non conosci. Gli credo, perché non mi costa niente.
È una cosa del tipo che devi inventarti una attività e loro ti danno dei soldi per farla. Possiamo anche fare del bene, mi dice. Come fosse un fatto positivo. Capirai io dico, se partecipo perdo sicuro, ho perso sempre a queste robe: ho perso al concorso della Panini per l’assegnazione delle figurine dell’album del calcio, ho perso al concorso per un viaggio di TV Sorrisi e Canzoni, ho perso persino quando ho preso tre cioccolatini di quelli 1-2-X, non ne ho trovato nemmeno uno. Capirai, io lascio perdere. Ma lui insiste e dice che fa bene fare cose diverse che poi lui sa come fare che gli piacerebbe farlo con me che ci sono anche altri amici e via discorrendo e si gioca tutte le carte che lui sa come giocarle, tipo che poi non ce la fai più e dici: va bene, facciamo come vuoi. È uno che stufa, stufa anche ripeterlo. E quindi ci siamo messi una sera, una anti anti anti vigilia, a scrivere un progetto, io con due birre e lui con matita appuntita e temperino a rimorchio. Ma che dobbiamo scrivere? gli ho chiesto. Facile mi ha risposto. Un’altra di quelle risposte fastidiose, tipo che tu cerchi conforto e lui che ti sta davanti come a dire so già tutto. Possiamo organizzare uno spazio per giovani nel quartiere, una manifestazione, una gara sportiva, un concerto di gruppi giovanili della zona. Possiamo fare qualsiasi cosa. Dice. Io invece dico che non è il caso, che lasciamo perdere e ci godiamo quel poco che ci resta senza metterci in testa strane idee, mentre mi gratto il calcagno sbilenco che mi sono fatto cadendo dal motorino una vita fa. Non riesco a stare seduto per troppo tempo, mi duole la schiena, è colpa della scoliosi che ho da quando sono piccolo e via col nuoto che raddrizza, invece non mi sono drizzato e adesso ogni trenta minuti devo alzarmi in piedi, poi se sto in piedi per altri trenta, mi devo sedere. È un viavai continuo. Poi, dopo un po’ di sproloqui interlocutori, alla fine lo dice: non importa se non centriamo l’obiettivo, l’importante non è il risultato ma il percorso, la cura delle piccole cose. Secondo me diventare vecchi è iniziare a dire “l’importante è…” e lui, che non è vecchio, queste cose le dice come un prete dispensa le penitenze. Non sono d’accordo, dico, secondo me conta solo il risultato e lì io sono una certezza: perdo sempre. E scricchiolo all’altezza dei lombi, finché mi alzo lentamente. Lui si accende, si dimena con queste braccia più lunghe del decente, diventa paonazzo, ci si incazza davvero perché ci crede. Perché lui è uno che stufa, che dice cose inutili e banali ma lui ci crede. Ed è allora che non riesco ad andarmene, è sempre la stessa storia, mi faccio prendere e trasportare dentro una promessa di futuro che nelle mie tasche non riesco a trovare. Non è che mi piace, io ho bisogno di lui. Del suo ridicolo argomentare mi nutro come un avvoltoio delle carcasse morenti. E, come sempre, arriva il momento che sto al gioco. Che poi se io perdo non è che lui vinca, sia chiaro. Allora lui lo capisce e così inizia a progettare che per me è come sognare e io lo ascolto, lo guardo anche ma guardarlo stufa allora lo ascolto per lo più. Traccia ellissi di pensieri, forma nuvole di futuro, mi proietta fuori. Non se ne farà nulla di tutto questo suo discorrere, tutto salterà di fronte a qualche banale impedimento o al massimo alla resa dei conti della richiesta di finanziamento, non se ne farà nulla ma non lo fermo, fingo di credergli, lo sostengo quel tanto che basta per non farlo smettere. È tutto uno strano gioco. Ho capito una cosa: sono i pensieri che determinano le azioni. Tipo questa storia che mi hanno raccontato al lavoro: un giorno un uomo scopre che sua moglie si è innamorata di un altro uomo e lui si infuria. Gli sale la rabbia, si sente tradito, dovrà chiarire, separarsi, entra nella logica della posizione: perdono o no? Ne parla con un amico e questo gli chiede quanti anni ha la moglie, 56, quanti anni sono stati assieme, più di 30. Parlano molto, l’amico lo fa pensare. Allora l’uomo tradito pensa una cosa e pensa che gli anni migliori della sua vita la moglie li ha dedicati a lui, pensa che lui non la può più rendere felice, non è colpa di nessuno e pensa che oltre a non essere più in grado di donarle la felicità, è trascorso anche il tempo della promessa. E decide di fingere di non sapere, decide di non arrabbiarsi con la moglie ma di permetterle di vivere questo inaspettato regalo della vita. Non è forse amore profondo? Quale film di Natale potrebbe regalarne di più? Tutto questo lo ha permesso il pensiero. Benedetta non lo avrebbe capito perché per lei tutto era passione. Oppure non era niente. Lui continua a sproloquiare. Quante ne ha da dire: organizzare, coinvolgere, giovani, parole al vento ripetute a ciclo continuo come una torretta della Telecom. Ogni tanto ci mette dentro le piccole cose. Se lo lascio andare capisce da solo che non farò nulla. Abbozzo che potrebbe essere più facile legarsi a qualche realtà locale, scartando le parrocchie, potrebbero essere le società sportive. Lì ci sono strutture e giovani. Adesso potrebbero aprirsi le dimensioni dello spazio e del tempo, i suoi occhi brillano, strani pure questi, un meticcio di cineseria e occidentalismo, sono occhi della nostra epoca. Potremmo essere trascinati dentro un buco nero di seppia, lui con le sue ridicole buone propensioni che stufano, io con le mie perenni sconfitte, ma rimarremo qui, in primo luogo e forse anche in secondo e terzo, perché come dicono i vecchi dalle mie parti, non è l’amore a muovere il mondo ma tre cose ben precise: odio, figa e schei. E noi di queste cose non ne abbiamo nemmeno un po’. Resteremo qui almeno fino all’eternità o giù di lì o quantomeno il tempo che mi serve per finire le due bionde, poi vedremo, andremo a sorreggerci da qualche altra parte; se io ho bisogno di lui, lui non naviga nel lusso. Ad ascoltarlo non lo ascolta più nessuno figurarsi a dargli corda, tipo quelle coppie che trascorrono il tempo solo perché non sanno come fare a fermarlo, tipo sette miliardi di persone che come noi non sanno dove andare a sbattere la testa. Tipo le persone come Benedetta che non lo sa nemmeno lei dove vuole andare a finire. La vedo ogni due settimane ha lo stesso spessore umano della pellicola che uso per congelare il pesce. Meglio lui. Stufasse di meno lo sposerei. Alla fin fine lui è solo uno che stufa e io solo uno che perde: Stufa fratto Solo sta a Perde fratto Solo, siamo uniti nel “solo”, o soli nell’unione, oppure boh! A passare un altro Natale con lui poteva andare anche molto peggio.

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