Teo

Teo si posizionava sempre in difesa e quando chiamava un fallo si accasciava a terra e ci faceva perdere un sacco di tempo. Lo chiamavano Frigna e potete immaginare il perché. A me però veniva sempre voglia di mettermici vicino, di guardargli la nuca dove i capelli erano cortissimi.
Un giorno, quando mancavano pochi minuti alla fine della partita ed eravamo sotto di un gol, Paolo fece un cross perfetto, il pallone atterrò sul mio piede destro e io lo calciai mirando lo specchio della porta. Sentivo gli occhi di tutti che parlavano, per dire che non potevo sbagliare, era il pareggio, era fatta. Forse qualcuno aveva già alzato le braccia per esultare. Ma il pallone colpì Teo, proprio in faccia: si buttò a terra piangendo e quando alcune braccia tentarono di sollevarlo e levargli le mani dalla fronte per constatare le conseguenze del mio tiro, lui fuggì via e imboccò la porticina e le scale su fino a casa sua.
Non lo vidi per dieci giorni. Smisi di mangiare. Il senso di colpa mi saziava, i cibi mi erano indifferenti. Mia madre non capiva. E io non spiegavo. Le parole, insieme con le immagini, mi si ammucchiavano in testa, nessun suono combaciava con quello che mi stava succedendo, nessuno mi avrebbe capita. Lo scoprii troppo tardi, che in quei dieci giorni Teo rimase chiuso in casa non per via del colpo che s’era preso, ma per via di una diagnosi di parotite. Nessuno me lo disse. E io continuavo a non mangiare. Mi aspettavo che qualcuno mi rimproverasse, che mi urlasse contro che non era quello il modo di reagire, qualsiasi cosa mi fosse capitata. Invece mia madre continuava a domandarmi Cosa succede, piccolina? e a propormi sempre nuovi manicaretti, come se fossero quelli ad avere qualcosa di sbagliato e non io.
Quando Teo scese in cortile, non riuscivo a sorridergli, sebbene fossi stracontenta di rivederlo. Era dimagrito, come se fosse stato lui a digiuno per dieci giorni e non io. Corse ad arrampicarsi sul suo albero. Sapeva che era l’unica cosa che avevo paura di fare, arrampicarmi. Dicevo che soffrivo di vertigini, ma non era vero, non capivo neanche bene cosa volesse dire soffrire di vertigini. Avevo solo paura di perdere la presa e scivolare e cadere. Non lo seguii, quel pomeriggio non mi andava di farmi prendere in giro, anche se per scherzo. Me ne stavo per conto mio, avevo voglia di piangere un po’, di correre a nascondermi a casa di nonna e piangere un po’. Non mi avrebbe chiesto spiegazioni, lei, era così, come un cuscino morbido che prende la forma del tuo viso quando ti ci butti addosso. Poi mia madre iniziò a chiamarmi dalla finestra. La sentivo, volevo farla smettere e allo stesso tempo non volevo mostrarmi. Beaa, Beaaa. La immaginavo che si sporgeva dal parapetto del terrazzo, due passi a destra e poi tutto a sinistra. Beaaa. Mia madre urlava il mio nome, mentre Teo se ne stava sul suo albero. Non sapevo cosa fare, non sapevo se Teo ce l’avesse ancora con me, se mai ce l’avesse avuta con me per quella pallonata. Mi ripetevo una cantilena in mente, e respiravo, agitata, come quando mi preparavo a confidare un segreto. Andai sotto l’albero e dissi a Teo: Mia madre mi sta chiamando, ha fatto la pasta pasticciata, ma se vuoi resto ancora un po’ con te. Tutto il coraggio che avevo raccolto mi tappò le orecchie, non sentii la sua risposta, mi voltai e mi allontanai, piano e insicura, come quando camminavo di nascosto nelle décolleté di mia madre. Poi Teo arrivò in silenzio da dietro, mi diede uno spintone e corse via velocissimo. Si voltò quando era ormai al cancello. Riuscivo a sentirla, la sua risata.

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