Il sabato del prosciutto

La pasticceria del Sole avrebbe compiuto venticinque anni in gennaio. Per l’occasione l’avrebbero ristrutturata, rinnovando le vetrine delle torte accanto agli ingressi, cambiando la disposizione di sigarette e super alcolici e modificando, questo era certo, l’angolo con le quattro sedute sul retro; inoltre avrebbero sostituito le vetrine esterne, e i rivestimenti degli scaffali, vecchi e polverosi, sarebbero stati rinnovati con legno e stoffe e arricchiti da una disposizione ben studiata. Il lungo bancone percorso da specchi dorati e tagliati in singoli tasselli affiancati, con un piano di marmo rosa, sarebbe stato soppiantato da un bianco accecante con qualche richiamo in nero e in rosso. Ma si era ancora in marzo e nemmeno un tassello era stato spostato. La pasticceria del Sole era il bar più bello e rinomato di tutto il quartiere e anche di molta parte dei limitrofi: ci andavano professionisti, famiglie, anziani e bambini. Si trovava di fronte alla chiesa e aveva anche la licenza per le sigarette, due cose che gli garantivano molte entrate e un pubblico affezionato e fedele che nel tempo lo aveva reso un bar generazionale. La pasticceria era in effetti squisita e lo stesso poteva dirsi del salato e delle bevande: la schiuma del cappuccino della giusta consistenza, un caffè eccezionale anche amaro e molti gusti di tè. Avevano una produzione propria con un laboratorio sul retro e alle feste comandate potevi trovare panettoni e uova di cioccolato interamente fatte dai loro pasticceri, che qualche volta si affacciavano timidamente a ricevere complimenti con un po’ di farina sul viso mentre si strofinavano le mani sul grembiule. Le vetrine della pasticceria erano due, sempre curate e piene. C’erano dolci, caramelle, porcellane e pasticcini. Ma era nell’angolo di sinistra, a metà circa, che Adele andava a cercare quello che desiderava. Lì si trovavano esposte delle bambole di porcellana, sedute una accanto all’altra. All’inizio erano sette, ma ne erano rimaste due: una mora con il vestito color porpora e l’altra bionda con un vestito crema e verde chiaro. Questa seconda aveva conquistato il cuore di Adele che la trovava bellissima. Era lì da parecchio tempo e tra loro si era già stabilita una certa sintonia. Si chiamava Camelia e si erano presentate alcuni sabati prima con il pensiero. Adele aveva sgranato gli occhi sin dal primo momento ed era rimasta immobile e ammirata davanti al vetro a guardarla. Aveva subito detto a suo padre di questo innamoramento e tornata a casa l’aveva subito raccontato anche a sua madre nella speranza che se lo facesse scappare una volta o l’altra con suo padre, aiutandola nel suo piano di conquista. Forse volevano farle una sorpresa e per questo facevano finta di niente, si diceva ogni tanto.

Ogni due sabato pomeriggio e un pomeriggio infrasettimanale Adele andava a fare merenda con suo padre, lui prendeva sempre un tè con molto limone mentre lei mangiava il miglior panino al latte con prosciutto che sia mai stato creato. Qualche volta ci andavano anche di domenica mattina, se, come dagli accordi per l’affidamento, il turno capitava per un intero fine settimana. Quando era compresa la domenica, poteva capitare di trovare a far colazione anche la nonna e lo zio, ed erano occasioni davvero speciali. La pasticceria della signora Emilia, così si chiamava la proprietaria, divenne il luogo elettivo e regolare per le merende, il punto di incontro con la famiglia che durante le settimane normali, i giorni di scuola senza vacanze, Adele non riusciva a vedere più come prima da quando i genitori avevano deciso che al padre sarebbe spettata una casa in periferia e alla madre quella in centro. La spartizione era avvenuta a giugno, la pasticceria era entrata nelle loro vite ufficialmente con tè freddo e ghiacciolo al nascere della stagione estiva. Erano stati mesi difficili, qualcuno si era dovuto abituare a nuovi spazi, nuovi ritmi, crearsi nuove abitudini, ma avevano trovato questo angolo segreto, l’ora del panino al latte col prosciutto, che per un po’ sistemava le cose per sempre. I fatti si svolgevano in questo modo: prima si faceva un giro in libreria e poi si andava a fare la merenda. Era diventato un rito irrinunciabile e soltanto loro, dove non entrava nessuno. E potevano stare in libreria tantissimo tempo, tutto quello che occorreva per poter guardare le novità, gli spostamenti, arrivare alla sezione dei bambini che era la più colorata, girare intorno all’espositore dei bignami, all’angolo delle mappe geografiche e dei corsi di lingua, le nuove uscite incartate con la plastica e i tascabili più sottili. Guardare tutto e impararlo a memoria così che bastasse per almeno due settimane intere. Fare la scorta di eroine e prosciutto era tutto quello che si poteva chiedere a un sabato secondo i criteri di Adele. La domenica mattina la cosa era un po’ diversa perché la nonna usciva dalla messa, e siccome era malata di caffè, attraversava la strada ed entrava per chiederne uno al banco. Poi comprava due pacchetti di sigarette, si andava tutti insieme alla cassa e lei e il padre di Adele discutevano su chi doveva pagare, perché lei aveva una buona pensione e lui il cuore spezzato. Allora guardava Adele negli occhi e le diceva di scegliere le caramelle che preferiva. In momenti di particolare coraggio Adele rispondeva con un secondo panino al latte e prosciutto, altrimenti si accontentava delle caramelle dure a forma di fetta d’arancia o limone che quando si rompono in bocca ti frizzano tutta la lingua e ti fanno stringere gli occhi come quando ti sorprende il sole dritto nelle pupille.

La nonna di Adele si chiamava Elsa ed era stata crocerossina durante la guerra: sapeva curare le ferite, parlare ai malati e aveva sempre delle liquirizie con sé per ogni evenienza. Ad Adele aveva insegnato la Patetica di Čajkovskij, come fare le punture e la lettura, una cosa molto molto importante, perché, diceva sempre, “quello che tu leggi rimane nella tua testa e niente, nessuno, mai e poi mai in nessun modo potrà portartelo via da lì, hai capito bene Adele? Qualsiasi cosa succeda”. Così Adele aveva cominciato a infilarsi in testa eroine, animali, montagne, scope, giganti, streghe, bambine che sollevano cavalli e bambini volanti. E puntualmente li aveva trovati tutti a disposizione nel tempo, nei momenti in cui doveva contenere la tristezza si metteva a pensare a loro, a cosa avrebbero fatto, a cosa avevano fatto; le loro storie avevano il potere di cambiarle l’aria dei pensieri. Quando la nonna di Adele era piccola, le diceva, non aveva mica tutti i giochi che si trovano oggi, i giochi se li inventavano, si costruivano i pupazzi con gli stracci, giocavano a rincorrersi o leggevano. E nei momenti difficili ci si affacciava sulle storie nella testa. Adele era rimasta molto affascinata da questo che le sembrava davvero un super potere, piuttosto vantaggioso e facile da ottenere. Si era esercitata molto, specie negli ultimi tempi, si nascondeva a leggere e col sabato del prosciutto poteva fare la scorta di libri senza dover condividere quel suo segreto con nessuno, e senza il rischio di rimanere a secco. Se anche tutto intorno le cose sembravano precipitare e sgretolarsi formando una crepa dietro l’altra, c’erano sempre le pagine e il vestito verde di Camelia a confortarla, senza discussioni. Fu per questo che quella domenica di aprile Adele dichiarò la guerra.


La prima domenica di marzo era capitata senza turno e sua madre l’aveva svegliata alle otto alla maniera piena dei sorrisi che aveva quando le cose secondo lei andavano esattamente come la vita le doveva. Fatti rari, per la verità, che duravano qualche mese appena e non di più. Le aveva scelto i vestiti per la festa e le disse di prepararsi per la splendida avventura che aspettava tutti loro. Adele si era alzata e l’aveva seguita in bagno piena di sonno, condotta dalla mano più grande. I movimenti della madre erano delicati ma sbrigativi, di quando si è sbrigativi per la felicità incontenibile, di quando si cerca in tutti i modi di contagiare gli altri perché un sentimento diverso dal proprio su un’altra faccia irrimediabilmente farebbe crollare tutto, e a volte non si è pronti. Si poteva respirare quella particolare felicità egoista che non è interessata a coinvolgere soltanto, ma prima di tutto a ottenere. Le sorrideva e la incalzava: “Adele adesso finiamo di farci belle e andiamo a fare una colazione super”. Diceva cose così, parole come super, grande, stupendo. Erano un continuo in quei momenti. Sarebbe stato stupendo in qualsiasi altra occasione, con i dovuti correttivi, gioire con la propria famiglia. Ma non così. Così era solo gioire completamente incuranti di un cuore distrutto da un papà in un’altra casa. Adele riusciva a malapena ad alzare il braccio giusto quando doveva infilarlo nella manica, a prendere in mano lo spazzolino, a non inciampare nelle calze, il sonno era ancora più di lei. Ma lo sapeva che non sarebbe stato niente di eccitante, l’aveva capito già dopo il primo super e ne fu certa quando la madre aggiunse: “Giampaolo ci sta aspettando in macchina”. Adele se lo aspettava ma sperava sempre di sbagliarsi, si sentì come trafitta da un ghiacciolo che dallo stomaco arrivava fin su alla gola, ma fece molta attenzione a non manifestare la sua delusione, il suo dolore, sapeva che se l’avesse fatto la madre si sarebbe arrabbiata e avrebbe cominciato una delle sue scenate in cui iniziava a urlare e dire cose tremende per farla sentire in colpa come ad esempio che a causa sua sarebbe saltata la colazione eccetera e poi di certo Giampaolo sarebbe rientrato dopo aver parcheggiato e l’avrebbe guardata con commiserazione e ne sarebbe seguito un gran silenzio per molte ore, durante il quale si sarebbero chiusi in una stanza oppure avrebbero smesso di parlare al suo ingresso, ignorandola. Era meglio la colazione, si disse Adele, in mezzo alle altre persone, almeno, non era costretta ad ascoltarli.

Uscirono di casa e salirono in macchina, dove l’entusiasmo della gita veniva raddoppiato da Giampaolo, il quale custodiva gelosamente l’altra metà di questo sogno ad occhi aperti che era il coronamento del vero amore, a quanto ne aveva capito Adele. Giampaolo era un attore consumato con dei momenti di reale simpatia rovinosamente devastati dal bisogno di manifestare superiorità, faccenda che gli necessitava per vivere. Faceva facce e voci buffe per conquistare Adele, l’aveva fatto per qualche settimana ma poi era entrato in casa e le cose erano cambiate. Adesso che potevano condividere ogni secondo del loro sogno d’amore non erano disposti ad ascoltare nessuno, i loro erano gli unici sentimenti ammessi, chi non era d’accordo poteva andare a cercare altrove, e Adele era troppo piccola per andare a cercare altrove, perciò, al momento, la sua vita era una dittatura dell’amore, una continua scelta tra una partecipazione forzata o un diniego da pagare amaramente. Il fatto è che gli adulti hanno metodi infantili che applicano con mezzi forti e non sempre metodi maturi con mezzi delicati, e per molti anni ancora sarebbe stato così. Di solito si sedeva dietro il sedile della madre, in modo da riuscire a non vederla se durante il tragitto avesse girato la testa per uno sguardo da super, Giampaolo guidava, perciò si sarebbe girato solo ai rossi eventualmente.
«Amore! Lo sai dove andiamo a fare colazione oggi?»
A poche traverse da casa si trovava una pasticceria che faceva dei bomboloni al cioccolato meravigliosi, si chiamava Novecento e il cacao era talmente abbondante che potevi addirittura tenerti i baffi per ben quattro fazzolettini da banco, quelli rettangolari e un po’ ruvidi. Adele sentì il posto nello stomaco già pronto. No, disse. Allora la madre guardò Giampaolo e si sorrisero complici, lei gli mise una mano sull’avambraccio e cominciò ad accarezzarlo.
«Dai diglielo tu.»
«Glielo dico io? Dai, vediamo se indovina» continuò, «andiamo alla… alla…»
Adele non diceva nulla, Giampaolo continuò
«Pas… Pas…»
Pensò al bombolone e immediatamente tutto quel cioccolato le fece quasi venire voglia di partecipare allo stupido gioco.
«Pasticceria So… So… Sole!»
La madre di Adele fece un risolino, si guardarono compiaciuti per la grandissima sorpresa, per la straordinaria opera che erano riusciti a mettere a punto. Adele quasi voleva piangere, chiamare il suo papà e dirgli di alzarsi e correre fuori e andare subito ad avvisare Emilia e tutti di chiudere e nascondersi, togliere i pasticcini, il tè, gli sgabelli e infilare tutti i panini al latte e prosciutto in uno zaino e conservarlo fino a dopo pranzo, il sabato del prosciutto andava protetto.


La conoscenza con la Patetica era arrivata un pomeriggio d’autunno, Elsa si era raffreddata e non era potuta uscire per la consueta passeggiata con le amiche mentre alla maestra di Adele era venuta l’influenza intestinale e non avevano trovato una supplente per le ore del pomeriggio. Adele era seduta su una sedia, dondolava le gambe e disegnava. Dopo aver chiuso uno sportello di legno in bagno, Elsa la raggiunse in salotto con il cestino degli smalti. Lo appoggiò sul tavolo accanto alla nipote e si diresse in camera da letto, da dove tornò con un mangianastri e una cassetta. Si dava lo smalto regolarmente, e tra i molti colori che possedeva, prediligeva il rosso. Era un rito quello dello smalto che Adele seguiva sempre con molta ammirazione: prima apriva il mangianastri e infilava la cassetta, poi richiudeva lo sportellino e spingeva il grosso pulsante nero mettendoci più forza del dovuto perché credeva poco nella tecnologia. Una volta partita la musica, apriva il cestino e cominciava: l’odore di acetone, la lima sull’unghia con pendenze diverse, poi il perfezionamento seguendone la forma e la vernice. Faceva le cose con molta grazia e dava il tempo ad Adele di osservare ogni singolo passaggio. Un giorno le avrebbe anche chiesto di metterle lei la vernice, e del colore che preferiva. A un certo punto si era interrotta, aveva chiuso gli occhi e con la mano destra che reggeva il pennellino dirigeva la musica. – Senti Adele? Senti che sconvolgimento?
Adele non era sicura di aver capito bene la cosa. «È la Patetica questo, è un addio liberatorio, lo senti? Chiudi gli occhi. Cosa vedi?»
«Mi sembra una ballerina.»
«Molto bene tesoro, una ballerina con le braccia che si alzano e accarezzano l’aria.»
«E poi?»
«E poi il pubblico la ammira e lei sorride.»
«Come le principesse?»
«Come le principesse.»
«E cosa pensa?»
«Pensa a quello che sta facendo, a ballare, ascolta la musica. Pensa alle cose belle.»
«Quali?»
«Le sue amiche, i libri, la cioccolata.»
«E se la sgridano?»
«Ah proprio no, durante i balli è vietato sgridare, è vietato anche parlare, si disturba soltanto e con la musica non si sentirebbe niente. Si può solo applaudire alla fine.»
«E applaudono?»
«Certo che applaudono.»
«E lei?»
«Lei fa l’inchino, saluta e poi esce a piccoli passi camminando all’indietro.»


Scesa dalla macchina vide la vetrina della libreria chiusa e tirò un sospiro di sollievo, almeno loro erano salvi. Nei pochi passi che la separavano dall’ingresso una grande vergogna le accese improvvisamente la faccia, si rese conto che stava per entrare in un posto dove la conoscevano tutti per il panino e il tè, e la nonna con le liquirizie sparse nella borsa, con degli impostori. E adesso? Come avrebbe spiegato che stava entrando lì con la legione straniera? Come l’avrebbero guardata per questo immenso tradimento? E se poi l’avessero riferito a papà? Sicuramente ne sarebbe stato tristissimo e forse avrebbe pianto, magari si sarebbe detto che Adele avrebbe anche potuto chiamarlo per provare a mettere tutto in salvo. Si fermarono a guardare le vetrine. Adele pensò a Camelia e di nuovo si sentì il ghiacciolo dallo stomaco alla gola, così forte che quasi desiderò piuttosto saperla nelle braccia di un’altra bambina ma fuori pericolo. La madre e Giampaolo si fermarono un momento a guardare la vetrina e a ridere di qualcosa tra loro, poi si avvicinarono un po’ a lei e sempre guardando la vetrina dissero a voce più alta “Ma che bambole meravigliose, ti piacciono Adele?”. Adele alzò le spalle cercando di mostrare disinteresse, si trovava in un disastro. Entrarono dalla porta a vetri accanto al frigo delle torte come i colonizzatori dovevano aver messo piede a casa degli altri per tutti i secoli e salutarono sorridenti. Adele non aveva il coraggio di alzare gli occhi, si guardava la punta delle scarpe sperando che nessuno la riconoscesse. Ma era impossibile. Giampaolo ordinò un caffè in vetro e uno macchiato e si voltò verso Adele in attesa della sua ordinazione. Adele disse che non voleva niente, così le presero un bicchier d’acqua. Si avvicinò alla vetrina del salato e in silenzio guardò cosa c’era.
«Panino al latte e prosciutto?» chiese Claudia da dietro il bancone. Ne erano rimasti tre e aveva già l’acquolina in bocca. Una salata, rispose. La prese e si andò a mettere vicino al bancone, guardando il pavimento nella speranza che nessuno la notasse o le parlasse. Si vergognava terribilmente, di tutto: di essere lì nel giorno sbagliato, con la gente sbagliata, di sentirsi fuori posto e aver portato ospiti chiassosi, sbagliati e invasori. Passarono interminabili minuti finché finirono di fare colazione e si avviarono alle casse. Avevano riso e sfogliato il giornale e addirittura si erano voluti appoggiare sugli sgabelli sul retro per fare con calma. Ma stava per finire, e questa cosa non si sarebbe mai più ripetuta, piuttosto le sarebbe venuta la febbre. Vicino alla cassa, la signora Emilia la salutò con un grande sorriso e le chiese come stava. Adele bisbigliò che stava bene e sorrise tirando in dentro le labbra. Ci fu un momento di imbarazzato silenzio. Dopo di che pagarono e andarono via.


Camelia arrivò in tavola l’otto di aprile, nascosta dentro un uovo di cioccolato chiuso con un filo di corda la domenica di Pasqua. Il tavolo non era quello giusto, di fronte alla sedia di Giampaolo. Che tutto contento aveva portato a casa un uovo, lui che dormiva nel letto sbagliato da un tempo troppo piccolo per essere misurato, mentre il suo papà dormiva dall’altro lato della città, vicino al prosciutto, ed era arrivato giusto in tempo per il brindisi a casa dei nonni. Per questo Camelia era fondamentale, vegliava su di lui, fino al giorno in cui papà l’avrebbe presa per portarla da lei e poi tutto si sarebbe risolto. Adele guardò l’enorme uovo. Si vedeva che non era chiuso bene. Iniziò a scartarlo e subito intravide un triangolo di pizzo crema e verde nella fessura del cioccolato, di nuovo sentì la terribile scossa del ghiacciolo dallo stomaco fino alla gola. Camelia era lì, di fronte a lei.
«Hai visto che bel regalo ti ha fatto Giampaolo, Adele? Era proprio quella che volevi no? Non è un regalo super? Giampaolo ha fatto proprio una cosa bellissima.»
La madre si precipitò su queste parole perché evidentemente la figlia ci stava mettendo troppo a raggiungere l’entusiasmo necessario. Ma lo disse anche perché non poteva sapere che proprio allora una ballerina vestita di verde era arrivata in soccorso ad Adele insieme alla musica, brillando come una principessa, coraggiosa che non poteva più sentire niente. Piena di cose belle come le amiche, i libri, le caramelle. Era brillante come una stella, con i capelli biondi, lo smalto rosso e raccoglieva molti applausi intorno a lei. Adele sentì la musica crescere e vide la ballerina con le braccia verso il cielo, poteva immaginarla volare quasi. In sottofondo l’attesa della madre che la incalzava, “Adele ringrazia Giampaolo che ti ha regalato proprio quello che volevi”, ma era lontano, la voce si era impastata fino a diventare un suono soffuso e sfocato come certe foto sbagliate o il rumore dell’acqua che scivola sempre più velocemente nello scarico dopo che sono stati chiusi i rubinetti dei piatti. Adele guardava Camelia, i suoi vestiti, i suoi capelli, la sentì dirle col pensiero che anche lei era bella come una principessa. Vide la sua ballerina sorridente perdersi in una piroetta mentre sul palco piovevano caramelle di liquirizia e dai lati milioni di spicchi di arancia che frizzano la lingua e una scorta senza fine di panini al latte col prosciutto di quelli che per un po’ sistemano le cose per sempre, e poi le eroine, animali, scope e incantesimi la circondarono fino a farle sentire calore sulle guance e nella gola, si disgelò lo stomaco e seppe di essere al sicuro. Tutto nella sua testa, dove nessuno poteva portarle via nulla, dove gli invasori erano impotenti. Fu allora che alzò lo sguardo e disse, precisamente:
«Per me, nella mia testa, me l’ha regalata il mio papà.»

Ci fu il momento che precede le tempeste. Col silenzio elettrico e la rabbia in carica. Ci fu l’attimo in cui Adele pensò di averla fatta grossa ma si sentiva lo stesso imbattibile. L’attimo preciso prima che la frequenza delle cose intorno cambi fino a dilatarle in lunghezza e larghezza, fino a deformarne i confini facendo esplodere il muro del suono dal centro della testa, passando all’implosione del cuore, fino a gonfiare i polmoni e spaccare tutto il vetro più fine con un solo urlo di lei. Forse avrebbero tremato le finestre. Sarebbero volati piatti, pugni sul tavolo di legno e posate sbattute avrebbero sottolineato il disgusto, lo sdegno, l’orrore. Qualcuno avrebbe camminato nervosamente pestando i piedi con odio e la peggiore delle impotenze, strilli isterici avrebbero decretato condanne. Sarebbero volate moltissime parole e future punizioni. Qualcun altro invece avrebbe mantenuto serrata la rabbia, calandosi nel silenzio più funereo. Anche se avesse pianto subito dopo, anche se le avesse prese, anche se tutto questo avrebbe comportato giorni molto difficili a venire, in nessun caso, in nessun modo, mai con nessuna invenzione sarebbero potuti entrare nella sua testa e cambiarci le cose; il sabato del prosciutto era stato vendicato. Quel giorno, Adele dichiarò la guerra.

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