Villini

In estate i due ulivi del giardino che trovavi bruttissimi sono morti. Si sono seccati quasi da un giorno all’altro e tu eri sicuro che qualcuno ci ha buttato una gran quantità di diserbante, perché due grossi ulivi non muoiono così. I tuoi genitori un giorno si svegliano e trovano questi due ulivi secchi, e tu pronto hai detto loro: deve essere qualche parassita della pianta! Se avessi reso manifesto il tuo vero sospetto, tua madre ti avrebbe dato la colpa: sapeva che quegli ulivi li trovavi davvero brutti e che in passato hai ucciso un’ortensia, che trovavi altrettanto brutta, con il detersivo.
Da quel giorno, dal giorno degli ulivi, hai iniziato a guardarti attorno circospetto quando esci in giardino, e ad avere cura che nessuno ti trovi a guardare in direzione degli ulivi secchi, per evitare che si possa pensare alla storia dell’assassino che torna sulla scena del crimine, prima o poi, e tutto il resto.
Pensi che due tipi che potrebbero proprio fare una cosa di questo genere, uccidere gli ulivi altrui, sono la coppia che abita nel villino davanti a voi. Li tenevi d’occhio già da molto tempo, ma con metodo solo da due anni circa. Escono di casa sempre con molti vestiti addosso, in qualunque stagione, e il più delle volte percorrono la via a capo chino e con andatura quasi marziale. Non parlano mai con nessuno. Una mattina tua mamma li ha incrociati sulla via e ha detto loro le cose che si dicono, tipo: buongiorno, abitiamo di fronte ma non ci si becca mai, eh, come va? Quelli hanno risposto con un gran sorriso e una stretta di mano vigorosa, e se ne sono andati. Da quel giorno, ogni volta che li incontrate vi dicono: buongiorno, come va, sa che abitiamo vicini?, con accento forestiero.
Ti guardano sempre con due occhi così. E sei sicuro che spiino dentro le case con un telescopio, in particolare la sera dopo la cena o la domenica pomeriggio. Senza prove da produrre, però, non puoi farci nulla.
Per esempio una domenica pomeriggio ti sei affacciato e hai beccato l’obbiettivo del loro telescopio puntato contro la finestra del vostro salotto. Tuo padre stava guardando Alle falde del Kilimangiaro, tua mamma stava stirando accanto a lui. Un pomeriggio domenicale qualunque, stavano lì a passare la domenica senza dirsi niente di che. Tu eri al piano superiore, in camera tua, e origliavi con la porta aperta. Tu quando stavi in camera tua origliavi sempre con la porta aperta ciò che accade disotto, questo sin da quando eri bambino. La Licia Colò parlava della Cambogia, che ha degli arcipelaghi davvero spettacolari. A un certo punto tuo padre deve essersi messo a leggere, hai sentito tua madre dire: non ti isolare come fai sempre con questi libri, stai un po’ con me, no? Poi nient’altro. Vai al bagno, per cose tue, e dalla finestra vedi che il telescopio dei vicini si allunga anche di più, contro la finestra del vostro salotto. Poi però sei tornato di corsa in camera tua, perché hai sentito tuo padre alzarsi dal divano e salire le scale. Lo hai intravisto dall’uscio della tua cameretta, con il viso contratto che è suo caratteristico, e lo sguardo basso. Ecco che ti isoli nuovamente, gli ha detto tua mamma da di sotto. Poi hai sentito il rumore di qualcosa che cade e un tintinnare, uno sparpagliarsi di qualcosa sul pavimento di camera loro. Tua madre ha fatto le scale di corsa e quando è entrata in camera è scoppiato il finimondo, con molte grida e parolacce, e storie vecchie. Non l’ho fatto apposta, ha detto tuo padre, a cui era caduta a terra la collana di perle che tua madre aveva voluto per il loro anniversario, qualche anno prima. Due perle non si sono più trovate, schizzate chissà dove; tua mamma se l’è legata al dito.
Quando hai raccontato questa storia a Benedetta, lei non ci ha creduto. Dice che non è possibile che i vicini usino un telescopio per guardare dentro casa, come sostieni. Benedetta, in quattro anni, ti ha salvato da molte cose. Tenendoti con sé, dandoti una misura. Avere una misura: cioè un ordine delle priorità, dire per me sono importanti queste cose, in questo ordine qua. Che poi vuol dire chiedersi: cosa ti fa stare bene per davvero.
Quel giorno passeggiavate sul prato del lungolago e le dici Benedetta, credo di aver scelto facoltà. Voglio fare Architettura, le dici. A lei scendono due lacrime, le hai contate, poi senza asciugarle ti fa: okay, Ludovico, se sei convinto va bene così. Voleva dire andare via, fare Architettura, e spezzare la consuetudine, forse perdere la misura.
Vi telefonavate ogni giorno ed era bello avere molto da dirsi. Per il resto della giornata eri solo e gli amici nuovi di lì avevano le loro cose, i loro ritmi di casa. Le serate duravano qualche ora. Allo specchio ti sei visto farti più brutto di giorno in giorno, quel che è vero va detto. I primi mesi fuori ti hanno davvero imbruttito. Per esempio la barba ha cominciato a crescerti a velocità impensate, dura, e a un certo punto l’hai lasciata fare. Pure i cicli fisiologici ti parevano tutti sballati e senza criterio, per esempio defecavi esclusivamente la notte tra le 3.27 e le 4.19, e conseguentemente il corpo ti prendeva una strana proporzione, eri magro sciupato con un ventre tondo come una palla, la pelle giallina. Tu e Benedetta facevate ogni sforzo per vedervi il più possibile, saltavate da un treno all’altro, viaggiavate di notte, dormivate poco.
Con l’arrivo degli esami riuscivate a vedervi sempre meno. Era difficile spostarsi tenendo tutto insieme. Tenere insieme la misura. Passavano anche due mesi, senza vedersi mai. Vi telefonavate, la sera. Se gli orari non coincidevano, poteva capitare, e lei magari era fuori con amici, allora la telefonata saltava. Talvolta a uscire eri tu.
Secondo te aveva un altro, già dopo i primi mesi. Te lo vedevi proprio, l’altro, tutto all’opposto di te. Né meglio, né peggio, ma all’opposto in tutto. E lei in preda al panico, perché aveva sentito nelle orecchie voci che non aveva mai conosciuto. Chissà cosa le sussurrava, lui. La cosa te la vedevi così, chiara. E allora ti eri trovato anche tu un altro, che era all’opposto di lei che più all’opposto non si può. Ti era venuto naturale, perché eri sicuro.
Non riuscite a vedervi per due mesi e vi sentite solamente per telefono, quando potete. Poi tu torni in paese, e voi sapevate di dovervi dire qualcosa, perché non vi incontravate da due mesi e per telefono non è lo stesso. Eravate seduti su una panchina del lungolago, zitti, poi lei ti fa: Ludovico, tu mi tradisci? E tu molto svelto rispondi no, ma che dici! Rispondi subito, senza darti il tempo di pensare alla bugia. E lei, guardando l’acqua: io sono orribile invece, ho incontrato un altro. E ti ha chiesto scusa. Tu rimani lì inchiodato e vorresti dire qualcosa di sensato. Ma chiedi: lui com’è? È uguale a te in tutto, praticamente, ma un po’ più alto, ti risponde.
Vi siete lasciati pochi minuti dopo e il fatto di averci azzeccato con l’intuizione sul tradimento ti riempiva di eccitazione e terrore. Ti sentivi come un uomo maledetto toccato dal dio, guardavi la gente dritto negli occhi con durezza, leggendo i loro destini.
A tal proposito un bel giorno ti apposti e aspetti che passi una vecchia del quartiere che, tutti lo sapevate, leggeva i tarocchi, la mano, e levava il malocchio. Non hai da aspettare molto, perché la vecchia rispettava rigidi orari. E infatti alle 18.50 la vedi transitare dalla sua malconcia Fiat Seicento blu al portoncino di casa, con una fascina di legna sulle spalle. Ti avvicini e le dici buonasera, Melide, vi devo parlare. Dimme, ti risponde spiccia. Vedete, Melide, le dici, io credo di avere il vostro stesso dono di conoscere il futuro. Se!, te pare, tu see solo ‘n po’ stronzo. Così ti dice, e se ne va.
Decidi di non tornare all’università per un po’, perché hai bisogno di rimettere insieme i pezzi. Stai sempre a casa dei tuoi, curi il giardino e organizzi un’osservazione più sistematica della coppia del villino di fronte. I loro telescopi sono sempre puntati, e loro in giro non si vedono mai. Solo la sera, qualche volta, escono di casa a passo marziale. Monitori tutte le loro attività. E i dettagli. Una mattina vedi la signora transitare per la via a passo marziale e sei sicuro di beccarle ai lobi due perle, identiche a quelle della collana di tua madre che non si sono più trovate. Però ti servono delle prove.
Qualche settimana più tardi, tuo padre se ne va di casa. Senza urlare, senza fare rumore. Tua mamma aveva infilato, mezz’ora prima, una tuta e delle scarpe da ginnastica ed era uscita a correre. Lui nel frattempo ha riempito un borsone di vestiti e se ne è andato. Vi mette una mano sulla spalla, a te e a tuo fratello, vi guarda con quel viso tirato e gli occhi spalancati di tristezza e deboli che conoscevate, e se ne va. Da quella sera ti chiudi a chiave in camera, perché non hai voglia di spiegare la cosa a tua madre, di aiutarla a capire.
Durante le giornate in cameretta osservavi molto di fuori, anche con l’ausilio di un binocolo che, tanti anni prima, tu e tuo padre utilizzavate per il birdwatching. Guardavi di striscio da una fessura tra la tenda e il vetro. Prendevi nota di tutto, dei movimenti per la via e di quelli interni alle case, per quanto possibile. Per esempio te ne accorgi subito quando, nel giro di un anno, tua madre inizia a portare un altro uomo a casa. Lo vedevi parcheggiare davanti al cancelletto del giardino, andare incontro a tua madre al portone, poi li sentivi chiacchierare di sotto in cucina o, ancora tempo dopo, salire le scale fino alla camera da letto, di sera.
Perlopiù osservavi gli alieni del villino difronte. Chissà da quale pianeta venivano, da quale galassia. I loro settantaquattro telescopi erano schierati come cannoni, registravano tutto e tu non potevi muoverti dalla tua cameretta nemmeno volendo. Sei sempre più grasso e indolenzito, la tua pelle è unta. D’estate il cielo si fa più limpido e i loro traffici notturni aumentano. Fanno avanti e indietro chissà da dove, durante la notte, con il loro passo marziale. Una o due volte li vedi anche sfrecciare nello spazio con il loro ufo, che nascondono nel sottotetto. Tu prendi appunti di tutto, ti serviranno in futuro. Il 27 luglio per esempio vedi tuo padre entrare di notte in casa loro, guardandosi attorno. Il 5 agosto vedi Benedetta entrare di notte in casa degli alieni, guardandosi attorno. La situazione evolveva rapidamente.

Una notte, li alieni volano via in ufo, per qualche loro affare. Tu approfitti immediatamente dell’occasione. Ti infili una felpa rossa con il cappuccio, un paio di jeans e le scarpe da ginnastica. Scappi via, senza salutare, senza dire niente. Parti per la Svizzera, che si dice essere terra di libertà.

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