Dai buchi, a intermittenza

by Simone Marcelli

Quando si fanno le prove di flauto tutti insieme in classe, Ludovico, fai finta di suonare: schiacci le dita sui buchi e muovi la testa per accompagnare il suono degli altri. Fai così anche al concerto di Natale e a quello alla casa di riposo. Il professore non se ne accorge, ma una volta al mese interroga gli studenti, cioè vi fa alzare in piedi uno per uno davanti a tutti e fa suonare a ciascuno un pezzo davanti alla classe. Tu fai degli acuti e tutti ridacchiano, ti tremano le dita sui buchi. Il professore ti dice non ci siamo, terribile, farai fare a tutti una figura di merda al concerto, tu dovresti chiedere scusa alla classe. Batte i piedi a terra e le mani alla lavagna e alza un polverone di gesso, si asciuga la saliva dalle labbra e poi passa oltre, e dice la stessa cosa anche ad altri, e fa le stesse cose dopo.
Gli errori ortografici non li fai più, la professoressa di Lettere ti ha dato moltissimi compiti istruttivi durante le vacanze e hai imparato a non farli più. Quando arrivano i colloqui semestrali, tu attendi a casa che tua madre ritorni da scuola. Scendi in cucina, ti siedi sul divano davanti al camino acceso e mangi una merendina, guardi la TV. La scuola è gialla a due piani, è circondata da un cortile di ghiaia delimitato da tronchi di pino. In primavera ci si annidavano le processionarie che tagliano lente il cortile, sulle chiome dei pini: un alunno allergico ci ha avuto un attacco di asma molto forte, in cortile durante la ricreazione, e allora li hanno abbattuti. Tua madre parcheggia in fondo ed entra dal portone antincendio. All’ingresso c’è una cattedra a cui siedono i bidelli, sulle porte delle classi ci sono dei fogli attaccati con scritti i nomi degli insegnanti, un insegnante in ogni classe per ricevere i genitori. I corridoi bianchi sono illuminati dalle luci al neon e lungo le pareti sono affissi cartoncini e tele, riproduzioni di quadri famosi fatte dagli studenti durante l’ora di educazione artistica. Ogni anno la scuola organizza un concorso di pittura, a cui partecipano soprattutto molte allieve, quello che tu hai vinto al secondo anno. Tua madre entra con il collo un po’ in avanti e si guarda attorno, quando vede delle mamme che conosce si avvicina, saluta e si mette in fila. Dice buongiorno e due donne le fanno: Ludovico come va. Poi dicono, per esempio: Giulia ha tutti ottimo!, senza aspettare. Il professore di musica non la riconosce mai, tua madre; quando entra nella classe lui le fa: lei è, signora? Lei risponde che è tua madre. Stanno in piedi, vicino alla cattedra, e lei tiene la borsetta stretta sotto al braccio, e sorride. Così per ogni docente. Poi passa tra il muro e la calca delle mamme e torna alla macchina. Quando torna tu lo senti dal rumore dell’auto sullo sterrato del vialetto, e vedi tra le fessure delle persiane che è arrivata. Lei sale le scale e mentre si sveste ti fa: il professore di musica mi ha chiesto se hai qualche problema, se sei normale, perché quando suonate tutti insieme suoni bene, e invece da solo fai un casino. Ma come si permette?
Il cielo d’inverno è spesso molto basso. L’oggetto volante lo vedi passare in una fessura tra le nubi. Per un momento lo vedi e poi corri per il giardino e cerchi altre fessure tra le nubi, ma non ce ne sono. Torni dentro e inchiavi bene il portone, tua madre è in bagno e tuo padre ti dice che non c’è bisogno di chiudere tutto, in pieno giorno. Queste sono fobie, dice; rimane un po’ fermo in piedi nel salone e poi tua madre esce dal bagno e lui torna a leggere. Tu inchiavi bene il portone, zitto, e sali in camera tua a leggere sul letto. Tieni la porta aperta e fai attenzione se senti voci da di sotto.
Il cielo è molto bianco e basso, tu chiedi a tua mamma se nevicherà. Lei ti dice sicuramente no, non è abbastanza basso, e tu ti arrabbi. Stai spesso alla finestra, se nevica poco lo vedi in controluce tra il lampione e la strada. Ti svegli la mattina e non senti suoni, corri alla finestra e infatti ha nevicato. Nevica fitto per due giorni e il paese diventa bianco e senza suoni, poi la neve delle strade invece marrone o nera, quando ci passano le auto e viene accatastata sui marciapiedi. Tre amici ti passano a chiamare, ti infili un pile sotto al giaccone e la calzamaglia sotto ai calzoni di velluto, l’orlo dei calzoni lo infili nei doposci. Dici a voce alta io esco!, e vai fuori con loro. Giù a valle la neve è intatta. Scavalcate il guard-rail della salita del Belvedere e prendete per i campi. I tratti di bosco li attraversate reggendovi ai tronchi carichi; in aperta campagna vi mettete delle buste di plastica nera sotto al sedere, e prendete velocità. Quando vi si rompe una busta di plastica nera ne tirate fuori un’altra dagli zainetti, che odorano forte di buste di plastica nera. C’è un cane che latra, da qualche parte, sotto al metro di neve ci sono i confini delle proprietà, ma non si vedono più. Ci sono dei cani che latrano. Tornate in salita verso il paese, con il fiatone.
Tua madre dice a tuo padre: non avremmo dovuto lasciarlo andare, è pericoloso stare fuori così. Tuo padre sta sul divano, con un libro aperto sul bracciolo e le gambe tirate su. Non risponde, si sfrega le mani, il mento, chiude il libro e va nello studiolo, accende il computer. Lei ha gli occhi rossi e guarda la televisione.
Tornati in paese, uno dei tuoi amici vi dice di andare da lui, a finire il pomeriggio. Non c’è nessuno da me, dice. È una casa bassa in una discesa del centro, con la ringhierina dell’ingresso grigia. La casa è buia e c’è odore di cucinato, i piatti da rifare sono impilati nel lavabo. La camera da letto di sua madre è quadrata, c’è un comò molto scuro e un mobiletto basso con sopra un vecchio televisore. Il copriletto a fiori è tirato giù, quasi tutto a terra.
A gennaio il sole cala a metà pomeriggio. Ludovico non è ancora rientrato, dice tua madre a voce molto alta. Vallo a cercare, grida a tuo padre. Tuo padre sta lavorando al computer, fa: non ti preoccupare, è con amici. Che cazzo fai al computer, sei uno stronzo, lei grida. Esce sbattendo la porta, cammina sotto ai lampioni stringendosi nelle braccia.
La televisione colora il muro bianco, le luci sono spente. Sul letto ci siete tu e due amici, un altro è invece su una sedia portata dalla cucina. I canali satellitari dopo il numero settecento trasmettono dei film pornografici. Raramente: spesso, dite, sono pubblicità di hot line o provini. Questo è un provino: c’è un uomo sui quaranta, con i capelli arruffati e una mascherina da Zorro, e tocca la vagina di una signora che sorride e guarda in camera. I tuoi tre amici tengono in mano i loro peni. Sono duri e un po’ venosi, con il glande arrossato e un piccolo ciuffo di peli sul pube. La tua testa è immobile in direzione del televisore, i tuoi occhi si muovono intorno. C’è un odore molto forte, le finestre sono chiuse e le tende tirate. Tu non lo hai tirato fuori il pene, te lo tocchi tenendo la mano sotto la maglietta. Perché non lo tiri fuori, ti domanda uno di loro. Tu non rispondi. Ce lo hai piccolo, ti fanno, non ti si alza? Non rispondi, e due ragazzi ti bloccano e il terzo cerca di abbassarti i pantaloni. Tu il nostro lo hai visto!, ridono, e allora te lo mostrano meglio stringendolo nel pugno o tra due dita, intorno a te. Vedi come lo hai visto, eh! E tu guardi i peni con gli occhi quasi chiusi. Ti dimeni e gli tiri un calcio in bocca. Il dente che sputa sul letto macchia il lenzuolo di sangue.
Esci e corri per strada. Il paese illumina di un color terra le nuvole, bucate da molto cielo nero. Dai buchi, a intermittenza, vedi l’oggetto volante girare in tondo, piano. Tu corri a casa.
A casa trovi la cena in tavola e tua madre che piange sul divano. Non ti permettere mai più, ti dice. Tuo padre sta in piedi e ti guarda, ti sorride con le labbra sottili e si sfrega le mani sui pantaloni. Ha una guancia molto gonfia, a causa di una reazione allergica o autoimmune.

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Simone Marcelli

Simone Marcelli è nato a Cagliari, nel 1991, ma è cresciuto nella provincia di Viterbo. Laureato in Italianistica presso l’Università di Bologna, comincia e abbandona per insofferenza un PhD in Letteratura italiana a Ginevra. Ha fondato e tiene il Laboratorio pubblico di lettura e scrittura creativa del Comune di Viterbo. Ha pubblicato una raccolta di poesie, un racconto sull’Almanacco 2017 della Quodlibet, ed è vincitore del Premio Pagliarani 2017 con una raccolta poetica inedita di prossima pubblicazione.