I pomodori di Mr. Sanderson

Badante suona male. Preferisco presentarmi così: «Piacere, mi chiamo Margherita e sono la governante italiana del signor Sanderson». In inglese suonerebbe più o meno: «Hi, I’m Margherita, the Italian housekeeper of Mr. Sanderson». I miei compiti come governante comprendono:

  • tenere pulita la casa
  • preparare i pasti
  • fare il bucato
  • tagliare le unghie dei piedi di Mr. Sanderson
  • potare i meli di Mr. Sanderson
  • accompagnare Mr. Sanderson all’officina a guardare riparare le macchine
  • leggere ad alta voce i sottotitoli dei film stranieri per Mr. Sanderson

Mr. Sanderson ha 95 anni, una villetta deliziosa e una figlia molto impegnata che vive a Manchester. Ho cominciato a lavorare per lui sei mesi fa, a febbraio. «Stanotte resto con voi, tu prendi servizio domani mattina, la tua stanza è in fondo al corridoio», mi ha detto Fenella, la figlia.
«That’s perfect», ho risposto. Sono andata in camera e ho dormito per dieci ore di fila. Assaporavo il cuscino che profumava di bucato e mi sembrava di stare in una favola.

Era novembre e per la prima volta nella mia vita adulta avevo finito quasi completamente i soldi. Mi restavano – avevo contato ammucchiando monete e sviscerando tasche sul copriletto della pensione londinese – 37 pound cash e 15 euro sul conto italiano. Poi: uno smartphone prossimo al fine vita; un cellulare più vecchio, ma in buono stato; una collanina d’argento; un paio d’orecchini di corallo; vestiti pesanti; un thermos, un orologio Swatch; biancheria; un asciugacapelli da viaggio; un paio di scarponcini e un paio di ciabattine da doccia. Quelli erano tutti i miei averi, e potevo trasportarli facilmente in uno zaino abbastanza leggero; anche se da qualche parte, in Sicilia, dovevo avere ancora delle valigie piene di roba di mia proprietà a cui tenevo molto, ma per lo più prive di valore economico.
Sono – come mi ripeto a volte per vedere l’effetto che fa – una vera ragazza povera. Il che non significa che faccio la fame, anche se mi è capitato, per mancanza di soldi, di saltare un pasto. Non significa che sono una barbona, né che mendichi o che viva sotto i ponti. Ho sempre dormito in una struttura coperta da un tetto, su un materasso, con una coperta addosso.
Essere povera per me significa più che altro che non hai reti di protezione, che non c’è una famiglia o amici adulti su cui posso contare se faccio casino. Significa che non ho risparmi, né oggetti di valore, né beni immobili da qualche parte. (Lo dico ogni tanto, a Mr. Sanderson, nella speranza di impietosirlo e di essere citata nel testamento; lui fa finta di non sentire).
Non direste, guardandomi, che sono una povera, se per voi povera significa donna vestita di stracci o puzzolente. I miei vestiti li ho comprati per pochissimi pound nei flea market, ma ho sempre scelto roba decente, della mia misura, senza strappi o macchie, e li ho accuratamente lavati prima di indossarli. Al cambio di stagione ho l’abitudine di regalare i vestiti vecchi, o di cambiarli per altri più adeguati. Finora sono sempre riuscita a fare una doccia ogni due giorni. Ho i denti un po’ storti, ma bianchi e sani. La pelle liscia e luminosa, perché nonostante questa vita cerco sempre di non mangiare più schifezze del dovuto, e di bere tantissima acqua.
In generale essere povera non è una tragedia se, come me, sei giovane, vivi in un paese occidentale, sei una cittadina europea in buona salute, hai la fedina penale pulita e una discreta istruzione, non hai debiti, non hai dipendenze e non hai figli. Sono robusta e posso svolgere diversi lavori di cui qui c’è abbondanza: ho fatto senza infamia la cameriera, la receptionist, l’aiuto cuoca, la commessa, la raccoglitrice nei campi. Ho finito le superiori e so interpretare correttamente un testo in italiano e in inglese, so usare bene il computer e una macchina da cucire.
Ho i documenti in regola, sono a posto con le vaccinazioni e faccio anche i controlli medici periodici approfittando delle giornate di prevenzione. Faccio il pap test ogni anno, l’ecografia mammaria ogni due, e sono addirittura una donatrice di sangue. Ho ben due conti bancari, benché quasi vuoti, uno in Italia e uno in Inghilterra. Ho una Visa per gli acquisti online – vuota anche quella – il national insurance number per lavorare legalmente in Inghilterra. Almeno cinque tessere di altrettante biblioteche.
Però quell’autunno avevo davvero finito i soldi, e la cosa mi riempiva d’ansia. Avevo ancora quella e la notte seguente pagate alla pensione, dopodiché dovevo trovarmi un nuovo alloggio. Fuori a Londra già si gelava, e avevo il terrore di dover rimanere all’esterno. Al limite avrei potuto – pensavo – trascorrere le ore al British Museum. Ma per la notte dovevo trovare una soluzione.
Ero stata fortunata: già il giorno seguente avevo trovato un posto in un ristorante italiano con pagamento alla fine della settimana. Avevo mostrato il contratto alla proprietaria della pensione ed ero riuscita a convincerla a differire il pagamento del letto. Ero contenta perché il mio inglese era ancora pessimo ma finalmente riuscivo a farmi intendere senza problemi. Avevo pensato che dovevo resistere almeno fino a primavera: così avrei imparato la lingua sufficientemente bene da permettermi di lavorare praticamente ovunque in Europa, e in tanti altri ambiti che fino a quel momento mi erano stati preclusi dalle barriere linguistiche. Era un peccato che fino a quel momento avessi sempre trascorso il tempo con gli italiani o i clandestini messicani. Mi sarebbe piaciuto avere un amico inglese, un’anziana signora, qualcuno con cui parlare una lingua che non fosse un’accozzaglia di parole senza verbi e senza grammatica.

Già il giorno dopo avevo scoperto che i turni al ristorante erano obbligatoriamente doppi – valeva a dire di 12 ore. Alla fine della serata mi toccava passare la scopa e lo straccio per tutta la sala – sei l’unica donna e sai farlo certamente meglio dei tuoi colleghi. Il posto era così lontano dalla pensione che per arrivare a casa mi ci volevano 45 minuti, 55 la mattina, quando c’era più traffico. Ci avrei impiegato meno in metro, ma la prospettiva di scendere sottoterra appena sveglia mi angosciava. L’autobus al mattino era un bel momento, sopra faceva caldo e vedevi tutta la città che si metteva in moto, le strade illuminate di luce dorata che si specchiavano sul finestrino. Sonnecchiavo beata e speravo che il viaggio durasse a lungo.
Quando scendevo dall’autobus, al ritorno, avevo le gambe bloccate per i chilometri di sala percorsi. Zoppicavo fino a Tesco. In quelle ore che mi restavano della giornata dovevo lavarmi, fare la spesa e cucinare, passare dalla laundry a gettoni a fare il bucato. La cucina della pensione si trovava su un altro piano, ogni volta dovevo trascinare su e giù per le scale cibo, detersivo, pentole e padelle. La volta in cui avevo provato a lasciare una bottiglia d’olio in cucina non l’avevo più ritrovata. Non avevo abbastanza elettrodomestici, piatti e posate per cucinare cose elaborate, finivo per mangiare quasi sempre patate bollite, uova e zuppe di verdura liofilizzate.
Dormivo sonni agitati in cui sognavo clienti, resti e birre da spillare. Una volta mi ero svegliata di colpo: avevo sognato un ragazzo che mi scopriva il seno per baciarlo, e poi mi rovesciava addosso un piatto di spaghetti al pomodoro.
Imparavo poco perché quasi tutti i clienti del Nino’s erano italiani, operai in fabbrica o in cantiere che non se la passavano meglio di me. Mi dicevano tutti le stesse cose: Piccolina, da quale città vieni? Oppure: è una vergogna che i politici si fregano i soldi e a noi ci costringono ad andarcene a lavorare lontano dalle nostre famiglie, non è vero?
Guadagnavo 1400 pound al mese, cui c’erano da togliere le 500 della pensione. Avevo deciso di mollare tutto una volta raggiunti i 1800 pound messi da parte.
Anche alla pensione non avevo mai visto un inglese. C’era Fathe, libanese, che aveva la testa a forma di fungo, più stretta in basso e più larga all’altezza della fronte, che parlava nove lingue. E c’era Karima, che era di Firenze ma aveva la pelle nerissima da centrafricana, e che non sapeva dire due parole inglesi in fila. I corridoi erano lunghi e stretti come quelli di un transatlantico, con un perenne odore di fritto misto a puzza di piedi. In ogni angolo delle scale rischiavi di inciampare in un arabo chino a terra in preghiera. Sentivo sempre puzza di città addosso a me, sui capelli e sui vestiti. I miei piedi erano distrutti dalle vesciche. Avevo un’unghia incarnita. Non leggevo un libro da quattro mesi, non guardavo un film da sei, non facevo sesso da otto e da troppo tempo non avevo neanche il tempo di riflettere su cosa volevo davvero fare.
Il giorno prima avevo litigato con la mia compagna di stanza della pensione, una sudanese che pretendeva che entrassi sempre in bagno col piede sinistro, come prevedeva la sharia. Prima di andarmene le avevo lasciato le scarpe vecchie accanto al letto. Nel frattempo ero riuscita a comprarmi delle scarpe da basket nere, un piumino d’oca molto caldo e uno smartphone nuovo.
Avevo preso un autobus per Windermere. La guida Lonely Planet mostrava immagini di laghi, pecore e pascoli verdi. L’annuncio sul giornale diceva all’incirca: vecchio signore autosufficiente cerca ragazzo o ragazza per cucina e mantenimento della casa. Vitto e alloggio inclusi.

La prima cosa da fare al mattino è controllare se il vecchio è a letto e, se è a letto, che respiri ancora. In genere lui si alza prima di me e questo è un guaio, perché potrebbe approfittarne per fare tutte quelle cose che io, sotto le direttive di sua figlia, ho il compito di proibirgli di fare. Nello specifico:

  • salire sugli alberi
  • cucinare
  • fare lavori di manutenzione alla casa
  • uscire

Ho compilato una serie di post-it e ci ho scritto sopra le cose che devo urlargli più frequentemente: get out of there, we have to measure the pressure, it’s pill time. Per il resto, non ci capiamo – lui mastica le parole e le sputa fuori tronche e storte – ho difficoltà a capire quando finisce una parola e quando inizia l’altra. Dice, almeno dieci volte al giorno, una cosa che capisco bene: «fucking foreigners!»
Mr. Sanderson ha 95 anni, una casa deliziosa e un brutto carattere. Un corpo inquieto ed energico comandato da una mente che si sgretola poco a poco. Ogni giorno mi chiede: «Who are you?» E poi, continuamente: «Where’s my wife?»
Ha costruito delle serre molto serie in giardino usando pannelli solari, teli di nylon e vasche da bagno. Ci coltiva pomodori meravigliosi, rosso rubino, grandi come piccole zucche. Ogni settimana li annaffia di ogni tipo di pesticidi chimici presenti in commercio. Mi dice: «stupid girl» quando vede che preferisco mangiare le verdure del supermercato. Un altro dei punti sulla lista delle proibizioni era: Don’t let him eat his own vegetables. Non ci ho mai provato. Penso che uno dei vantaggi della vecchiaia sia che puoi finalmente sfidare il cancro quanto ti pare.

In paese lo conoscono tutti. Ci dicono: «What a beautiful girlfriend, Mr. Sanderson!» Oppure: «He’s very rich, baby, good choice». Lui litiga con la fishmonger perché il pesce non è abbastanza lucente, col butcher perché la carne è troppo cara. E chiede: «But does anyone know where my wife has gone?»

I miei compiti come governante comprendono: oliare la cyclette di Mr. Sanderson, mescolare il macerato di ortica per fertilizzare i pomodori di Mr. Sanderson. Guidare la macchina di Mr. Sanderson: ogni volta che tendo a scivolare verso la destra della carreggiata Mr. Sanderson inizia a gridare e cerca di strapparmi il volante dalle mani. Poi si calma: «you’re a very, very stupid, girl».
Una sera mi chiede: «Could you massage my bottom?»
Gli rispondo: «no». Mi chiudo in bagno, riempio la vasca di bagnoschiuma, acqua e sali, mi ci infilo e resto dentro due ore. Quando esco mi sembra che Mr. Sanderson mi guardi con un nuovo rispetto.

Mi preparo con cura, metto anche un velo di fondotinta. Mi hanno invitato a uscire due ragazze della biblioteca. Mi tiro su i capelli con due forcine. Penso a quello che mi hanno raccontato mentre infilo le dita sotto l’acqua e mi bagno le ciocche della frangia cercando di modellarle un po’. In realtà ci sto pensando da tutta la sera. Che la moglie di Mr. Sanderson era una ballerina molto giovane – sfumo la linea dell’eyeliner – che se n’è andata, poco dopo la nascita della figlia – scappata da qualche parte in America con un militare.
Acchiappo il cappotto al volo mentre infilo la porta di casa, dico bye bye, Mr. Sanderson, mentre penso che quando domani mi chiederà dov’è sua moglie risponderò, in tutta sincerità: I’m sorry, Mr. Sanderson, I don’t really know, Mr. Sanderson.