Inverno senza neve

«Certo che se nevicasse sarebbe tutto diverso.»
Alzo lo sguardo dal mio piatto di minestra, la mano ferma a mezz’aria con il cucchiaio che gocciola.
«Cosa dovrebbe esserci, di diverso? A parte il pullman che ci mette mezz’ora in più, come se adesso…»
Mia madre ricambia il mio sguardo e sbuffa, si alza da tavola e porta il suo piatto vuoto nel lavabo.
«Va beh, Pietro, certo che ragionare già così alla tua età, con questo cinismo!» esclama, tornando a sedersi. Allunga una mano verso il pane, ne strappa un pezzo.

«Ci sarebbe più tempo. Ecco cosa sarebbe diverso» risponde. Si ficca in bocca la mollica di pane. Mia madre è molto bella, ma tutto il suo fascino evapora in un attimo mentre mangia, tant’è che è il momento in cui mi sento più a mio agio con lei, è come mangiare con i miei compagni di classe, con il nostro panino enorme e unto in mano, seduti sulla panchina a gambe larghe. Nessuna posizione composta, nessun rimprovero se mi sbrodolo, mangio con le mani, mi macchio d’olio o rovescio il vino, perché lei è molto più maldestra di me. Tranne ruttare. Quello proprio no. Una volta me n’è scappato uno e mi sono preso uno schiaffo in testa. Secondo lei mio padre non lo avrebbe mai permesso. «Se ci fosse tuo padre!» aveva detto. Mio padre? Ma lui, cosa avrebbe pensato, invece, del fatto che lei mangia l’affettato con le mani? Quando l’aveva portata a cena fuori, aveva fatto così? Ovviamente non avevo risposto in quel modo. Avevo soltanto ribattuto dicendo che di cosa avrebbe pensato mio padre non mi interessava affatto. Avevo risposto «non mi interessa», lo giuro, neanche avessi azzardato un «me ne fotto», ma mia madre mi aveva lanciato uno sguardo severo, deluso e umido di lacrime. «Vai nella tua stanza, sparisci» mi aveva ordinato. E io l’avevo fatto, senza aggiungere nulla. Discutere sarebbe stato inutile.

Ce l’ha sempre su con quella storia di mio padre. Non è colpa mia, se a malapena me lo ricordo. Essere orfano non ha mai costituito un problema nella mia vita. Non che mi sentissi orgoglioso di avere avuto un padre sepolto con gli onori di Stato, ma semplicemente la cosa non mi ha mai davvero interessato. Mia madre aveva provato a raccontarmi storie goliardiche su di lui, ci teneva a farmi costruire in testa un mito, forse perché ha sempre avuto paura che la sua sola figura non bastasse a rendermi uomo, che mi servisse un certo spirito paterno sempre presente da cui prendere esempio.
In effetti, mio padre doveva essere stato uno tutto d’un pezzo. Organizzare operazioni antimafia non è proprio una cosa che possono fare tutti. È morto quando avevo cinque anni. Per mia madre è diventato un eroe, ma per me è sempre stata una figura evanescente. Per questo credo di non aver mai sofferto la sua mancanza. Ho soltanto poche immagini in testa e quasi tutte di lui vicino alla porta di casa, mentre sta per uscire e infila il giubbotto sopra la fondina della pistola. Ho sempre ascoltato mia madre parlarne con orgoglio, ma ho subito capito che non sarei mai stato come lui, nemmeno se fosse ancora vivo. Penso che comunque se tieni un’arma in mano, per quanto tu possa essere nel giusto, qualcosa in te si rompe. E a me bastano già i bicchieri della cucina.

«Più tempo… E a cosa ci servirebbe?» rispondo, finendo anche io la minestra, ritirando il mio piatto e aprendo il frigo alla ricerca di un pezzo di formaggio. Non ho ancora richiuso l’anta, che Biagio mi si avvicina scodinzolando. Gli accarezzo la testa e lo spingo dolcemente più in là.
«Non è che ci sarebbe più tempo. Il tempo è sempre lo stesso, è solo che… Tutto è più silenzioso, e sembra più facile prendersi una pausa dalla vita, pensare un po’. Non so, tutto quel bianco… A me dà questa idea. Del risposo» mi dice, e si riavvia i capelli ricci. Le dita sono sporche di farina, non ci fa caso. Parla fissando il collo della bottiglia d’acqua. Quando pensa intensamente non riesce a guardarmi negli occhi, si estranea. Recentemente mi è capitato di riflettere sul fatto che forse a un uomo questo atteggiamento potrebbe affascinare, perché succede anche a me quando qualche ragazza lo fa. Ti immagini subito che una persona così non saprebbe prendersi cura di te. Non posso dire certo questo di mia madre, ma in quello sguardo vacuo ho imparato a vederci qualcosa di più pratico, ovvero che se mi guardasse e pensasse e parlasse tutto insieme, si deconcentrerebbe.
Faccio spallucce, abbozzo un mezzo sorriso. C’è poi quell’altra cosa che non riesco a capire, di mia madre: sono piuttosto certo del fatto che non sia una donna stupida, ma quando deve cercare di esprimere un pensiero profondo, riesce soltanto a sfornare cliché. Forse legge pochi libri, o ne legge troppi, non saprei, ma quando se ne esce con queste frasi io preferisco annuire e non proseguire il discorso. Lo faccio anche questa volta, e lei abbandona la tavola e si accomoda sul divano, senza offendersi. In fondo, parlava più a se stessa che a me, come sempre. Alza di un poco il volume della televisione, e battendo le mani sulle cosce cerca di chiamare Biagio, che in un attimo accorre ad accoccolarsi vicino a lei.

Inizio a sparecchiare la tavola. Appallottolo la tovaglia, apro la finestra e la scrollo. Le briciole volano giù rapidamente, le vedo macchiare il cielo della sera illuminato dalla luce dei lampioni di quartiere. Rimango qualche istante fermo al davanzale. Alzo lo sguardo. È buio. Nessuna nuvola, nessuna stella. Maledetto smog. Chiudo la finestra, piego la tovaglia, la ficco nel cassetto. Rubo un pezzo di cioccolata dalla dispensa.
È questo nero che mi fa pensare al tempo che si ferma, mica la neve. Anzi, a me pare che quando nevica tutto diventi più veloce e più nitido; in mezzo a tutto quel bianco, ci distinguiamo di più. Mi sembra di vedere meglio tutto, le case, le strade sporche, le persone, le auto, i negozi. Come se in un attimo nascesse sotto i miei occhi una città nuova, e io non sapessi bene dove dirigermi. Non so spiegarlo, d’altronde la prof non mi dà mai più di sei nel tema, però penso sia una sottospecie di effetto ottico – non ho voti alti nemmeno di fisica – tale per cui le stesse cose che non noteresti normalmente ti paiono improvvisamente presenti perché sparisce il contesto, e quindi su sfondo bianco siamo tutti più colorati. Forse mia madre pensa che questo sparire sia un certo stopparsi delle lancette, ma io ci vedo l’esatto contrario, come se mi gridassero: «Ehi, tutti si muovono, dovresti farlo anche tu! Che ci fai lì impalato?!» Una cosa del genere, però tu continui a guardarti intorno e a non sapere dove andare, ma con una grande ansia di dover per forza andare da qualche parte.
Se invece fissi anche solo per un attimo un cielo completamente scuro, senza nemmeno la nebbia, di quel nero limpido, roba che puoi proprio quasi con la punta di una matita far finta di tracciare alla perfezione il contorno dei palazzi che lo delimitano… A me è lì che viene da pensare che il tempo non esiste. Quando l’altro giorno a scuola mi hanno spiegato quel filosofo, Kant… Quando il professore ha detto quella frase tipo «Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me», io ho pensato che aveva ragione. Perché la legge morale, che penso significhi il sapere un minimo chi sei e che fai, è chiara soltanto se c’è qualche stella in cielo, seppur piccola. Una diamine di luce che ti faccia capire che tu stai in un posto e dall’altra parte c’è qualcos’altro.

Senza stelle però, è tutto un casino. E senza nebbia, o nuvole, perché almeno sarebbe colpa loro, se non vedi niente. No, il cielo a volte è limpidamente nero. Nitidamente, sfacciatamente, pesantemente nero. Tu guardi e non vedi niente. E in mancanza d’altro ti metti a cercare il palo della luce.
«Oh, finalmente! Qui dicono che da dopodomani nevicherà per circa quattro giorni!» mi dice mia madre, e io mi accorgo di essere ancora in piedi, appoggiato al piano cottura, lo sguardo rivolto alle pantofole.
Le sorrido. «Dov’è la mantella di Biagio? Sai che bagnarsi gli dà fastidio» le chiedo. Anche lui, con la neve, ha fretta di tornare a casa.

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