Boomerang

by Ilaria Vajngerl

Il campo bagnava le scarpe a chi lo calpestava. Io e mio padre mettevamo gli stivali di gomma, quando tornavamo a casa dimenticavamo di toglierli, così il campo entrava in cucina a sporcare di terra il pavimento pulito. Mia madre prendeva la scopa e sbatteva le porte.

Nei reggiseni di mia madre ci stavano sei arance, tre da una parte e tre dall’altra, o  quattro paia di calzini di lana, due da una parte e due dall’altra. Le chiedevo, posso provare il tuo reggiseno? e lei mi rispondeva di sì, basta che poi lo rimetti nel cassetto.

Mio padre lavorava tanto. Tornava la sera, per guardare la televisione e buttare le camicie con gli aloni nel cesto per la biancheria vicino alla lavatrice.

Mia madre gli chiedeva, com’è andata? Lui le rispondeva, ho sudato anche oggi, per domani fammi trovare qualcosa di stirato.

La lavatrice era bella, appoggiavo il naso contro l’oblò e pensavo a come sarebbe stato navigare dentro i vestiti che affogano e diventano tempesta.

Mia madre aveva preso la nave una volta sola, per andare in viaggio di nozze  all’Isola d’Elba. Appena tornata aveva sparso le foto in tutta la casa, ce n’è una grande appesa in cucina, sopra il calendario. Mio padre è senza rughe sorride a mia madre, lei tiene le braccia contro la testa per fermare il vento che altrimenti le avrebbe strappato il cappello, portandolo lontano.

Quando tira aria il campo diventa lucido, l’erba si piega e riflette meglio il sole.

Col bel tempo riempio la bacinella di bucato bianco – mutande, magliette, lenzuola. Per stenderlo devo salire sopra una sedia da giardino, i fili sono in alto, ancora non ci arrivo.

All’inizio le lenzuola bagnate erano troppo pesanti, i bordi leccavano il pavimento per mangiare la polvere e si sporcavano di grigio. Io facevo finta di niente, perché se le avessi lavate di nuovo, avrei dovuto stenderle comunque: loro non sarebbero diventate più leggere, né io sarei cresciuto nel frattempo. Lasciavo che inspirassero lo scirocco, le mollette a forma di coccodrillo addentavano il tessuto che si svuotava e si riempiva facendo un rumore di bandiere al 25 aprile.

Il giorno della liberazione giù in paese arrivano le giostre.

Mia madre mi faceva la riga in parte e mi tirava i capelli con la brillantina. Ne aveva comprato un panetto per farmi contento. Quando ancora non ero nato, tutti gli uomini affascinanti mettevano la brillantina, anche mio nonno.

Mio padre ha pochi capelli, li ha seminati un po’ alla volta sulle federe dei cuscini, sulle giacche di velluto, dentro lo scarico della doccia. Mia madre ha sbattuto le federe ogni mattina, passato i soprabiti con la spazzola tutti i sabati, sgrovigliato lo scarico delle doccia una volta al mese, e quando all’improvviso ha smesso, mio padre ha capito che non sarebbe mai più stato ragazzo.

Mia madre mi accarezzava la testa dicendomi che io avevo preso dalla sua famiglia, diventerò un uomo affascinante come mio nonno, che faceva il postino e quando c’era lui tutte le donne si spedivano lettere vuote solo per potergli dire buongiorno, si erano messe d’accordo.

Le giostre del 25 aprile erano appiccicose. Avrei voluto un fratello più piccolo per aggrappami al suo seggiolino e lanciarlo verso la coda della scimmia che pendeva sopra il calcinculo. L’avrei spinto imprimendo tutta la forza sulle ginocchia, lui sarebbe esploso in avanti e avrebbe strappato agli zingari il nostro giro gratis. Invece vincevano i figli dei giostrai, che avevano la faccia sporca di marrone, solo che sporco non era, ma soltanto pelle diversa. In paese li chiamavano i negri, anche se mio padre dice che un negro vero quelli del paese non l’hanno mai visto.

Mio padre un negro vero l’aveva conosciuto all’ospedale di Zurigo, dov’era stato ricoverato d’urgenza per una colica renale. Il negro era francese, si chiamava Jaques e faceva il dottore.

Mio padre dice che i negri veri a vederli sono come le bestie di un’altra specie, ma  quando ci parli non c’è questa grande differenza. Mi ha spiegato che la pelle è scura come la buccia delle castagne o come il parquet che abbiamo in salotto. Quando doveva arrivare mia zia da Firenze mia madre si metteva a lucidarlo con la cera, nessuno poi poteva calpestarlo con le scarpe, gli ospiti dovevano portarsi le pantofole oppure rimanere scalzi.

Mio cugino aveva la fionda, si attraversava il campo pieno di primavera per cacciare gli insetti o calciare i fiori. Arrivati al bosco cercavamo i nidi per provare a distruggerli, io avevo poca mira, Filippo li centrava subito e si annoiava presto. Tornavamo a casa stanchi, quando il sole inumidiva e l’aria profumava di muschio. Io dovevo stare attento a non lasciare Filippo troppo indietro, altrimenti avrebbe caricato la fionda con una zolla di terra, puntando dritto in mezzo alle mie spalle.

Sbam!

Per un attimo guardavo il cielo diventare di pietra e sentivo un temporale fracassarmi la schiena. Piangevo, solo perché non avevo mai picchiato nessuno, con lui non sapevo da che parte iniziare.

Filippo rideva perché non le aveva mai prese.

 

Quando mio padre colpiva i bersagli del tiro a segno faceva un rumore di grandine, secco e preciso come il cielo quando cade sui tetti. Mia madre si premeva le mani contro le orecchie e mi teneva indietro, io recitavo il padre nostro e chiedevo a Gesù i mille punti per vincere la bicicletta blu, primo premio.

Mio padre aveva imparato a sparare da ragazzo, perché i cinghiali entravano in giardino e la notte bisognava tenerli lontano dall’orto. I cinghiali arrivavano tutti insieme,  erano un branco di otto animali e cercavano la ciotola dei gatti con dentro gli avanzi. I gatti avevano imparato a svuotare la ciotola prima di sera e a cacciare le locuste la notte, che avevano un sapore di legno, ma davano una certa soddisfazione a guardarle morire.

Mia madre invece guardava mio padre stringere la pistola ad aria compressa e faceva il conto di quanti anni erano passati da quando veniva alle giostre senza suo marito.

Quindici.

Un sacco di camicie stirate e di pavimenti sporchi da lavare di nuovo.

Mio padre finiti i colpi aveva chiesto alla cicciona del tiro a segno allora, quanti punti sono? E quella aveva risposto seicento, ha vinto un boomerang.

Il boomerang era un pezzo di legno appiattito e brillante a forma di banana. Mia madre aveva bisbigliato e che ci facciamo con questo coso? Poi aveva chiesto se magari non sarebbe stato meglio cambiarlo con dei canovacci per le stoviglie o con dei sottobicchieri di sughero, perché li avrebbe adoperati volentieri con gli ospiti, nei giorni d’estate.

Mio padre le aveva risposto taci, che quelli sono premi da cento punti e io voglio il boomerang. Mia madre allora aveva sorriso alla signora grassa, mio padre le aveva fatto un cenno col cappello ed eravamo tornati a casa.

Il campo di notte si trasforma in mare. Risucchia il cielo, l’erba diventa scura e fa sparire tutto quello che ci nuota dentro.

Aprivo la finestra per ascoltare il rumore del mondo quando dorme, adesso il buio mi spaventa.

Il 26 aprile tornava ad essere un giorno sporco, di magliette sudate e di mani colorate di pennarello. A scuola la maestra mi aveva spiegato che i boomerang arrivano da un continente che si chiama Australia, talmente lontano che non si può raggiungere neanche col treno. I boomerang se li lanci nel modo giusto tagliano l’aria a spicchio e tornano indietro.

Mia madre il nostro l’aveva appeso sopra il caminetto giù in taverna, secondo lei ogni cosa doveva avere un suo spazio, altrimenti si sarebbe trasformata in confusione e avrebbe smesso di essere utile.

Appena rientrato avevo poggiato la cartella vicino al termosifone spento, perché i libri mi avevano scavato le spalle, che si erano arrossate e avevano bisogno di una poltrona. Avevo urlato, mamma cosa mangiamo oggi? Ed ero corso in bagno a lavarmi le mani col sapone, grattando bene sotto le unghie.

La casa sapeva di ammoniaca.

Avevo cercato mia madre in salotto, sul terrazzo sopra il tetto, dentro i cassetti. Si era portata via tutti i vestiti, dentro l’armadio erano rimasti il profumo di rose e le bollette della luce già pagate.

Fuori il campo era verde e felice come ogni primavera.

La porta si era aperta all’improvviso, la serratura aveva fatto un rumore di gusci ed era entrato mio padre.

Io l’aspettavo seduto per terra, nell’angolo vicino all’appendiabiti. Avevo staccato il boomerang dal muro e avevo provato a spezzarlo, senza riuscirci. Così avevo pianto.

Sono i gatti che muoiono negli angoli, tirati su, vai a lavarti il viso e vieni a mangiare.

Mio padre quel giorno era tornato in anticipo. Aveva comprato il pane alle olive e il prosciutto crudo. Aveva aperto il barattolo con i pomodorini sott’olio, per oggi va così, aveva cominciato.

Masticando mi aveva raccontato che non serviva essere tristi. Mia madre era partita solo per stare con sua sorella Flavia a Firenze, aveva bisogno di una vacanza, sarebbe tornata. Fra un po’ di tempo.

Quanto è fra un po’ di tempo? Avevo chiesto.

Fra un po’ di tempo è fra un po’ di giorni, ma non troppi. Tua madre deve togliere la polvere dai mobili, non ha fatto altro nella vita, a parte te. Il suo posto è a casa.

L’aveva detto guardandomi negli occhi, che per noi era quasi una promessa, così gli avevo creduto.

Piuttosto, oggi ti insegno a usare il ferro da stiro, ho bisogno di camicie pulite, col caldo mi cola la schiena.

All’inizio l’importante erano i colletti e i polsini. Non dovevano avere grinze, perché sarebbero spuntati fuori dal golf di cotone. Mi ero esercitato con gli stracci, poi coi fazzoletti quadrati. Con le mie canottiere. Mi faceva male il braccio, lo sentivo pesante.

Le camicie di mio padre nel cesto della biancheria vicino alla lavatrice odorano come la macchia di erba cipollina, ai margini del bosco.

Quando i grilli cominciano a cantare metto gli stivali e cammino fino al centro del campo. Cerco di capire da dove tiri il vento, nel caso anche quello possa contare qualcosa. Afferro il boomerang da un’estremità e lo lancio lontano.

Lo seguo ruotare, perdere le forze e morire piantandosi tra erba alta.

Mia madre mi appendeva dei campanellini intorno al piede perché diceva che il rumore avrebbe tenuto distanti le vipere e invece seguire il suono serviva a lei per essere sicura che non mi allontanassi troppo.

Mio padre ha detto che una donna non può stare senza la sua famiglia. Ha solo bisogno di una pausa. Quando verrà l’autunno mia madre capiterà al cancello con la valigia e rimetterà i suoi reggiseni nel cassetto, come le stagioni che non si stancano di ritornare, e le aspettiamo senza sapere fra quanto tempo arriveranno esattamente.

Arriveranno fra un po’.

Le camicie ancora non ho imparato a stirarle bene. Faccio le pieghe all’altezza delle spalle.

Mio padre la domenica guarda la gente che passa senza fermarsi.

Mia madre si è portata via anche i maglioni di lana.

Il campo ha cominciato a imbiondire.

Ad aspettare un boomerang che non ritorna, io mi sento solo.

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Ilaria Vajngerl

Ilaria Vajngerl (Thiene, 1985) scrive racconti, spesso e volentieri. Ha pubblicato con inutile​, Colla,Grafemi, Soft Revolution​, i Sognatori.
Ha scritto lo spettacolo teatrale ​Il ciclo​. Nel 2016 è tra gli autori selezionati al concorso 8×8. Il suo racconto, Grammatica è segnalato dal Premio Treccani Web. È la vincitrice della 44° edizione del Premio Teramo “Giacomo De Benedetti”.
Il suo blog è Il Pesce Volante