Distributore di benzina

by Elena R. Marino

È arrivato dal buio e la prima cosa che mi ha detto è stata: guido io. Sono riuscita a riassorbirmi veloce nell’abitacolo e a incapsularmi nella poltroncina del guidatore con le mani ben ferme sul volante. Ho acceso, si è illuminato il cruscotto e ho ingranato la marcia.
No, non è vero: invece le mani mi tremavano. Come all’esame di guida. Però sono rimasta attaccata al volante, mi reggevo così.
«Sali» gli ho detto.
Mi ha guardato strano, ma è salito.
Questa è la mia automobile, me la sono comprata lavorando come una pazza, risparmiando anche sul cibo, è il segno concreto delle mie conquiste, della mia vita nuova, ci dormirei dentro, sono pronta ad andarmene in qualunque momento, ecco, è così che sono diventata: mobile, e questo per me è importante.
«Capisci?» dico. No, lui non capisce, e io non so spiegarmi, mi sento solo in colpa, anche per aver provato a spiegare, ma non so più neppure cosa ho detto di preciso. “Non ne hai motivo di sentirti in colpa”, dico a me stessa, cerco di convincermi, mi parlo come a qualcun altro, per non parlare a lui e fare la figura della scema, questo in passato ha funzionato. Mi è tornato il batticuore. Sarà la stanchezza. Ho guidato tanto per venire fin qui a prenderlo.
«Andiamo, andiamo, porca puttana» taglia corto.
Non ho neppure voglia di chiedere perché, faccio come mi dice. In un attimo sono rientrata in modalità ubbidienza, anzi, a dire il vero è da questa mattina, da quando mi ha telefonato mia madre e mi ha ordinato di venire. «Tuo fratello, lo devi aiutare», ha detto. La voce tra l’angosciato e il tirannico. Ho ricordato subito tutto, e sopra a tutto quell’intonazione. Mi ha chiesto quattro volte se ho capito cosa devo fare – certo che no, sono stupida, mamma – e non ha preso neppure in considerazione l’eventualità che io potessi tirarmi indietro. Neppure io ho preso in considerazione quella eventualità, perché lui è mio fratello, lei è mia madre e io ho ubbidito. So che ci sono regole a proposito.
Però mi mastico in silenzio le mie rivendicazioni e cambio marce nella notte e premo l’acceleratore e stringo bene il volante.
Quando eravamo ragazzini mio fratello faceva tutte quelle cose per le quali occorre una certa esperienza e abilità, o che semplicemente sono divertenti da fare in prima persona. Io invece no, guardavo, o al massimo salivo dietro di lui in vespa, andavamo sugli sterrati e non mi era permesso avere paura, mettere in dubbio la sua abilità o volontà. Adesso per nulla al mondo gli farei guidare la mia automobile, però mi sento la disapprovazione di nostra madre appiccicosa sotto le ascelle, nelle cispe degli occhi, nel mal di testa, e mi rimbombano nei pensieri le cose che direbbero i parenti. No, non è vero: cosa hanno già detto, tanto l’hanno già detto quando me ne sono andata, lo so, è una vita che parlano alle mie spalle, in tutto il paese parlano alle mie spalle. Ma io questo volante non lo mollo. Se vuole, le cose stanno così. Altrimenti scende. L’ho detto.

Mi aspettavo almeno un “come va”? Certo un “grazie”, ma sono cose recenti nella mia vita, abitudini prese lontano dalla famiglia. Prendo una buca, la macchina sussulta.
«Sai guidare, siamo sicuri?» mi sfotte. Si è sistemato sul sedile del passeggero come se avesse le pietre sotto al culo e si è agitato in avanti e indietro prima di rassegnarsi ad appoggiare il quarto di bue della sua schiena allo schienale, come tutti i cristiani. È lungo, grosso, nella mia utilitaria ci sta appena. Porta il 46 di piede, ha delle mani che riescono a far sparire un pallone da basket se lo stringe, e pesa come una riproduzione di se stesso in piombo.
«Mi spieghi il perché di tutto questo? Mamma non ha voluto dirmi niente, solo che dovevo…»
«Pensa a guidare» mi ha interrotto.
Imbocco il viale che corre lungo il mare, poi metto la freccia per lo svincolo.
«Niente autostrada» mi dice. «Prendi le altre».
Allora proseguo dritta. Mi sento stupida a chiedere, a tentare di parlare. È evidente cos’è successo, ma io ancora non lo capisco. Mi sembra civile chiedere, sapere, avere una spiegazione. Mi ero dimenticata come funzionavano le cose, adesso ho un aggiornamento rapido dentro la testa, e anche dentro lo stomaco, sono stanca, inizio ad avere crampi: di fame, di malessere dal passato che pensavo fosse evaporato, invece si addensa ancora, di incertezza.
Il mare non si vede ma è là. Tutto quello che abbiamo alla nostra destra è la sua colata di pece sul mondo – d’un tratto questa pece antica me la sento dentro come se non me ne fossi mai andata: le nottate in motorino, la scoperta che questo era il mondo, tutto il mondo. Soltanto laggiù, a margine della pece, le luci di certi locali non si spengono mai, lì sulla punta, e più in là, quella luce pulsante che si vede, è il faro. Mi ricordo.
«Devo andarmene e basta» dice dopo un po’. Io sto zitta in attesa di altro. Che non viene. Nella nostra famiglia la politica è sempre stata quella di non fare domande. È come proteggersi l’un l’altro a priori, da quello che si potrebbe sapere e da quello che si dovrebbe dire.
Di giorno questi che percorriamo sono lunghi nastri d’asfalto sbiadito pieni di buche, martellati dal sole come in un deserto nel quale esseri umani faticano a campare. Mi girano in testa vecchie canzoni di quand’ero bambina, e ho paura che un sortilegio improvviso mi riduca com’ero, che gli anni trascorsi nel mondo fuori di qui si cancellino d’un tratto, come un capriccio che non ha mai avuto il potere di scalzare davvero il regno della mia famiglia. E io sono tanto più colpevole d’averci provato, ad allontanarmi.
Sono ancora a dieci anni fa, alle sensazioni e alle argomentazioni, a tutto l’armamentario di malesseri che mi avevano convinta a tentare il tutto per tutto. Ma mio fratello è mio fratello. Persino mia madre è venuta a parlarmi al telefono, quella che ancora mi tiene il muso per le mie scelte, cosa studiare, dove andare, con chi stare. Mi ha detto devi venire a prenderlo, fosse l’ultima cosa giusta che fai.
«Ma dove ti dirigi? T’ho detto di non prendere l’autostrada!» Mi ha schiaffato il suo braccio enorme, peloso, davanti alla faccia. «Prendi da quella», ha ruggito. «Prendi da quella! E non ti fermare mai, hai capito?»
L’ondata di odore di mio fratello mi ha investito nuovamente, come quando è entrato in macchina.

Fra un paio di ore dovrebbe albeggiare. Ho crampi allo stomaco. Lui si è messo di traverso a dormire appoggiato con la testa al finestrino. Costretto dalla stanchezza, si fida così tanto della mia guida da addormentarsi. Mio fratello è mio fratello, non faccio che ripetermi questo. E poi è l’unico che ho, per lui devo fare qualunque cosa, questa è la regola di una famiglia unita, e anche se la nostra non lo è più, per colpa mia, comunque il sangue chiama e non si può non rispondere.
Tengo d’occhio la strada. La stanchezza mi pesa sulle palpebre, mi inietta fiele in bocca e ogni volta devo deglutire. Ma mio fratello è mio fratello. Le parole di mia madre a battere e ribattere nella testa come quando faceva la pasta. «La tua famiglia per prima». O preparava uno dei suoi pasti rituali che assegnano un ordine al mondo: prima noi, prima la nostra famiglia.
Non si può sgarrare. Ero sicura che prima o poi sarei stata punita per aver osato dubitare.

Sono ore che guido, siamo in riserva, vorrei fare il pieno e prendere l’autostrada, filare dritta verso il mio territorio, sentirmi al sicuro. Mio fratello dovrà essere diverso lì da me. Lui si sveglia, sbadiglia a bocca spalancata, si stiracchia ingombrante, afferma «Ho dormito. Dove siamo?»
Gli dico dove siamo e che devo fare benzina. Assolutamente. Rischiamo di fermarci in mezzo alla strada.
«Quanto hai?»
«Sono in riserva!» ripeto allarmata, come se lui adesso volesse mettere in dubbio il fatto che la mia macchina sia in riserva e che sia necessario fermarsi.
«Va bene», dice lui. Si sporge in avanti, scruta intorno, mi intralcia la guida. Mio fratello è ingombrante. Mi posa una mano sulla coscia, strofina energicamente, ci batte sopra un paio di volte a palmo aperto, poi mi mette il braccio pesante sul collo, puro piombo, mi agita maldestramente e poi deposita il suo braccio sul poggiaschiena del mio sedile.
Ci devo stare.

Ha voluto che scegliessi un distributore di benzina deserto con il self-service. Una linea sottile e spannata di luce traccia le sagome dei caseggiati intorno, spande ombre dell’albeggiare, che sono diverse da quelle dell’imbrunire. Fermo l’automobile con manovra perfetta, mi volto a recuperare la borsa e inizio a rovistare in cerca del portafoglio.
«Non usare il bancomat», dice lui.
«Ma insomma, perché?»
«Non usarlo e basta».
«Non so se ho abbastanza».
«Te li do io».
«Quanto hai?»
«Abbastanza, non ti preoccupare».
Tira fuori dalla tasca dei jeans, spostandosi tutto dalla mia parte, un rotolino di banconote da cinquanta e da cento.
«Senti», gli dico.
Ci guardiamo in silenzio, siamo fermi nella piazzola, non c’è nessuno, potrebbe essere un paese fantasma, questo.
«Ma che hai fatto?»
«Io niente».
«E allora? Perché devi…»
«Zitta».
Mi zittisco all’istante. Non è cambiato niente da quando vivevo con la mia famiglia, non è mai cambiato niente.
«Devi farti gli affari tuoi, è meglio», dice lui dopo un po’. «Facciamo questa benzina, va’».
Esce e sbatte la portiera, si guarda attorno. Esco anch’io con la chiave in mano. Ci avviciniamo all’impianto di distribuzione, scegliamo la pompa, lui inizia a inserire banconote.
«Vai ad aprire, renditi utile», mi dice. Io vado di lato alla macchina e apro il serbatoio. Attendo. Sento che lui inizia a bestemmiare.
«Cosa succede?»
«Non funziona, non prende le banconote» ringhia lui.
Io sto zitta. La mia soluzione sarebbe usare il bancomat, ma non mi va di suggerirglielo. Lui inizia a prendere a calci alternativamente l’impianto e la mia macchina. Rimango immobile, non tento neppure di fermarlo. È come quando eravamo ragazzi.
«Stai ancora con Nora?» gli chiedo all’improvviso. Lui si ferma, mi guarda con la furia dentro gli occhi. Io calcolo che posso tenere la macchina tra me e lui, quante volte lo abbiamo fatto intorno al tavolo della cucina.
Lui rinuncia ad ammazzarmi, dispone le banconote sul tetto della macchina, le liscia, poi le prende una a una e ci riprova a infilarle. Con pazienza e dedizione. Niente. La colonna dell’impianto gliele risputa tutte, una dopo l’altra. Io mi guardo attorno. Siamo nel deserto che precede il risveglio.
«Non le prende. Fai tu», mi dice quieto.
Mi avvicino guardinga. Provo a infilare banconote, prego solo che con me funzioni. Ma niente.
«Aspetta, vedo se funziona con le mie» sussurro. Apro lo sportello, tiro fuori i miei soldi, non penso a niente.
Lui sta appeso con un braccio sulla colonna e mi osserva.
«Sono tuo fratello», dice.
«Lo so».
«Vengo prima di tutto il resto».
Annuisco.
«Quella era una troia», dice.
Annuisco.
Guardiamo tutti e due le banconote risputate dall’impianto.
«Sto iniziando a rompermi» dice lui.
Io vorrei piangere per la stanchezza. Perché so che non posso andarmene a dormire, accendere la televisione standomene distesa sul divano, sentirmi al sicuro a mille chilometri di distanza.
Lui tira fuori l’accendino e si accende una sigaretta. Si allontana.
«Ne troviamo un altro, no?» dice a una certa distanza.
Niente bancomat, mi dico. Annuisco.
«Lo so che vorresti usare il bancomat» dice lui da dove è. «Ma non ti ci provare, chiaro?»
Io annuisco.
«Vado a pisciare», dice. E sta per allontanarsi, ma poi cambia idea, torna indietro veloce, mi prende fra le braccia e mi stringe forte da farmi male.
«Sono tuo fratello, ricordatelo» mi dice dentro l’orecchio. Io sono sommersa dall’odore di mio fratello. Annuisco come posso, immobilizzata dentro la stretta del suo braccio. Finalmente mi libera, cerca i miei occhi e mi fissa tenendomi le spalle. Non dice niente, mi manda il suo messaggio criptato in silenzio. Poi alza una mano per il cinque. Io batto il cinque, come quando ero bambina. La mia mano è la metà della sua. Poi mi bacia sulla testa. Sono una brava bambina.

Lui si allontana. Lo vedo come cammina, riconosco tutto di lui. E di me, riconosco tutto.
Sceglie dei cespugli in fondo alla piazzola, dietro l’ufficio chiuso della stazione di servizio.
Io riprendo in mano le banconote, tutte quelle che ho, e provo a lisciarle un’ultima volta sulla capotta dell’automobile. Le allineo. Non tira un filo di vento. Intorno non c’è nessuno, ma fra poco sorgerà il sole, si vede dal cielo sottile, consumato, come di flanella lisa, che si sta schiarendo.
Tra le vecchie case laggiù ci sono le ombre del mattino, che sono diverse dalle ombre della sera.
Io raccolgo le banconote, tengo in tasca le chiavi della mia macchina. Prendo la mia borsa. Inizio a correre come non ho mai corso in vita mia. Corro senza voltarmi indietro. Corro finché non ho più fiato.


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Elena R. Marino

Lavora come regista, drammaturga e formatrice presso il teatro Spazio 14. Ha pubblicato svariate cose nell'ambito del greco antico e del teatro, e recentemente un paio di racconti su Verde Rivista.