Noi che (d’inverno) ci diciamo tutto

by Marta Santomauro (parole) e Federica Iaccio (ago e filo)

Io e l’amica-mia eravamo un UNO, eravamo Noi.

Al ginnasio c’erano pure le amiche-altre, ma quelle poi se ne sono andate, che la vita si sa come fa, è matematica. Se sbagli un calcolo salta tutto.

1+1=UNO

Una volta eravamo un cinque.

UNO+1+1+1=5

Poi l’amica-principessa si è rinchiusa nella torre (ad aspettare il principe ricco, chirurgo e con la porsche) e l’amica-troppobionda è rimasta dal parrucchiere (non può fare a meno di andare tutti i venerdì a rifarsi le mèches). C’era l’amica e basta (con il potere magico di vedere le cose come sono e basta), con lei eravamo un tre.

(UNO+1+1+1)-1-1=3

Io e l’amica-mia ci dicevamo tutto, ma proprio tutto tutto, pure che mutande c’hai su oggi, da grande voglio fare la scrittrice, mi sa che mi sono innamorata, una volta da piccola mi sono bevuta il bagnoschiuma alla ciliegia, ieri ho visto mio fratello nudo. Ci dicevamo tutto.

L’amica-mia era bella, non bella bella come una modella, però piaceva assai a tutti quanti e quando eravamo in giro insieme vedevano lei, mica me. Vedevano i suoi occhi grandi grandi e scuri, le labbra atomiche e pure la quarta di tette che si portava sempre attillata nelle magliette coi fiorellini.

Con l’amica-mia bella, io ero l’amica-normale. Ma mica ero gelosa. Uno lo sa che capitano le amiche belle e non ci fai niente, se gli vuoi bene te le tieni.

Rosicavo un po’, ma alla fine ho capito che, se lo accetti, serve a guardarti dentro, così poi lo sai che sei bella da qualche altra parte, da qualche parte lo sarai per forza. Questa non è matematica, è filosofia.

Io e l’amica-mia eravamo quasi sorelle, perché eravamo nate tutte e due a febbraio, una il giorno prima dell’altra, una acquario l’altra pesci. Scrivevamo insieme sui “quaderni d’inverno” che però valevano pure nelle altre stagioni. Tutti i pensieri, le paure, Federico ti amo per sempre, Giacomo perché non mi caghi? (indovinate chi scriveva cosa), ci attaccavamo pure le cicche (se era la cicca di Alex Rovinelli, per dire), le foglie secche, i quadrifogli, le promocard di Absolut Vodka, e insieme abbiamo fatto tutto.

La prima sigaretta.
La prima comunione.
La prima bigiata, 7 maggio 1999.
La prima interrogazione di filosofia.
Il primo furto alla bancarella hippie dei Navigli.
La prima estate in Inghilterra, London Calling.
Il primo concerto dei Cranberries.
La prima sbronza (l’amica-mia cantava Non son degno di te abbracciando il cesso!).
La prima fuga di casa, sotto casa. Durata della fuga: due ore e trentasette minuti.
La prima pipì tra le mucche in montagna.
Solo la prima volta non avevamo fatto insieme, certo!
Lei l’aveva fatta con Federico Sabadini, in una stanza a ore che se la beccavano i suoi erano botte da orbi. Io no, manco per sogno era successo.

Comunque eravamo proprio amiche, Noi.

Passavamo i pomeriggi a casa mia a fingere di fare le versioni di latino e greco, invece parlavamo delle cose nostre, di Leo di Caprio che è più figo in Romeo+Juliet che in Titanic, della maglietta tie-dye che c’era in fiera di Senigallia, di come saremo quando saremo grandi e di che litigate con mio papà per il motorino che non avrò mai, di hai visto come era vestita male oggi Francesca Conterato, ma come sta a uscire di casa così! Leggevamo le poesie di Neruda e gli aforismi di Jim Morrison. Fumavamo tante sigarette, nel caldo e nel freddo. Il mio balcone al settimo piano era illuminato solo dai nostri lumini sempre accesi, fumavamo da far costellazioni e ridevamo con la gola roca.

Quando arrivavano i miei ci tuffavamo nel profumo, muschio bianco e via!
Eravamo felici e sceme.
Magari è pure per questo che in prima liceo l’hanno bocciata. Ma in realtà non credo, se no avrebbero bocciato anche me.

Mi sembrava che finisse il mondo quando l’hanno bocciata. Non era possibile! Con chi sarei andata a fumare di nascosto in bagno nell’ora di inglese? Sul banco di chi avrei scritto Datemi un sogno per vivere che la realtà mi sta uccidendo o Hasta la Victoria Siempre? 
Certo, con me c’era sempre l’amica e basta e io volevo bene pure a lei, ma non era proprio lo stesso, perché l’amica e basta non era come l’amica-mia e non mi capiva solo con la forza del pensiero. Per la verità spesso non ci capivamo, quello che pensavo le sembrava sempre strambo e mi diceva bel tipo che sei, tu! come a dire che ero matta.

L’amica-mia mi faceva gli squilli con il telefonino quando si annoiava durante le lezioni. Io non avevo mai i soldi per rispondere allo squillo allora le scrivevo messaggi su fogli strappati dal quaderno d’inverno numero sette e li lasciavo in bagno, Amica-mia che palle la prof. di filo! Mi manchi un fracasso tvb, nel nostro posto segreto dietro il calorifero. Ci ritrovavamo al suono della campanella.

Avevamo anche il nostro pratone, vicino al laghetto dietro casa mia. Era un prato enorme in cui l’erba cresceva indifferente e senza fiori, miracolosamente senza case in mezzo. Noi arrivavamo con Kipling (il mio cane), un telo batik (di sua madre), i pacchetti di Diana blu e i quaderni (nostri). Ci sdraiavamo verso il cielo azzurro pallido e salutavamo gli aerei che partivano e tornavano cantando Se capiterà che passerai per questo grigio cielo, che poi era la canzone bellissima degli 883, Aeroplano. E allora non ce ne fregava niente di non essere più in classe insieme, eravamo insieme lo stesso, eravamo insieme per sempre.

Pure se lei era insieme a Federico, e poi a Marco, a Stefano, a Giuseppe…
L’inverno dopo, miracolo!
Ho conosciuto tizio al corso di nuoto e mi sono innamorata di tizio.
Era bellissimo, era un trapezio!
Mi sono innamorata come aspettavo di innamorarmi da tutta la vita, pure se poi non è che ne avevo vissuta tanta di vita, ma mi sentivo vecchissima a diciassette anni senza un amore.
Quello che mi aveva convinto al cento per cento di tizio era stato che aveva superato a pieni voti “l’amica-mia test”.
Visto che lei era bella bella e piaceva sempre a tutti, gliel’avevo fatta vedere subito. Se gli piace come a tutti, mi dicevo, vuol dire che ci metto una croce sopra e arrivederci.
E invece lui mi aveva detto non è mica poi così bella l’amica-tua.
Era lui quello giusto!

Ci ho fatto la mia prima volta e tutto il resto ed ero davvero innamorata tantissimo. Lui cantava Tainted love con gli amici suoi che sono diventati pure amici miei,  diceva che mi portava in Corsica, o sulla luna. Io ero felicissima e glielo dicevo all’amica-mia. E pure lei era felice che io ero felice. Adesso sì che potevamo dirci tutto tutto, perché le cose che prima non sapevo adesso le sapevo, anche come pulire le lenzuola se ci facevi l’amore dentro e i tuoi non dovevano scoprirlo (detersivo piatti e succo di limone), o i trucchetti per farlo durare di più, come fargli capire dove ti piaceva senza dirglielo, il completino pizzettato di Yamamay, i colori delle stanghette nel test di gravidanza, eccetera.

Solo che tizio non mi portava sulla luna, e nemmeno in Corsica.
Dopo un po’ di tempo ha cominciato con la storia che eravamo amici+/fidanzati- e io non è che capissi bene cosa intendeva con questa matematica tra le righe, ma aveva il suono di scatafascio.
L’amica-mia diceva che dovevo lasciarlo stare quello lì, che l’amore era un’altra cosa,  l’amore era come lei e Stefano, che mi meritavo di più, che tizio era un imbecille e pure stronzo eccetera, ma io volevo lui, diamine, e allora continuavo e continuavo.
Ti meriti la felicità, diceva l’amica-mia, tizio mica ti fa felice, ragiona! 
No, io non ragionavano per niente. Non si ragiona in amore, mica è matematica. Per me l’amore poteva essere solo poesia.

Poi tizio ha cominciato a dire che la nostra storia aveva una scadenza, che saremmo durati fino all’estate. Io cominciavo a sentirmi yogurt e gli portavo cucchiaini.
Alla fine tizio mi ha mollata come una scema. Così, una sera di primavera che pioveva pure stretto e ancora non era neanche estate.
Io ho continuato a volere lui e solo lui.
E lui a volere le altre.
L’amica-mia e pure l’amica e basta mi ascoltavano per un po’. Dicevo sempre le stesse cose e loro pure, mi davano consigli e insistevano che non dovevo sprecarmi.
Sprecarmi in che senso? Non mi sono già sprecata? Ma l’amore è spreco?
Poi si stufavano e parlavano della borsa che c’era in vetrina in via Torino o delle scarpe in offerta da Ritmo-Shoes.

Io sono impazzita e ho cominciato a trangugiare alcol e limonare con tutti, come la figlia di Dario Argento in quel film, Viola bacia tutti.
Ma ho continuato a volere lui e solo lui, sono andata avanti anni a volere lui e solo lui.
L’amica-mia diceva che dovevo farmi vedere da uno bravo, perché io e l’amica-mia ci dicevamo tutto. Io lì mi sono un po’ offesa, lo ammetto, però poi ho pensato che l’amica-mia mi voleva bene e se diceva così era perché mi voleva bene.
Ma mica ci sono andata da uno bravo!
Ho smesso solo di dire che volevo lui e solo lui e pure di scriverlo sul quaderno d’inverno numero dodici e tutto è tornato a posto, tra me e l’amica-mia.

Il tempo si è messo a correre e io e l’amica-mia siamo diventate più grandi, ma sempre Noi.
Io con le mie ferite di guerra, lei con le sue tette più grosse e le sue certezze che l’amore esiste e lei lo conosce per nome, pure se cambia nome.
Ci dicevamo ancora che mutande indossavamo e stavamo ore al telefono tutti i giorni. Ci scrivevamo le mail adesso. Le “mail di primavera”, perché i quaderni d’inverno facevano pensare al freddo, ma noi aspettavamo il sole, come Neffa.
Lei stava con Giuseppe, io con nessuno.
Lei era sempre bella bella, io sempre normale.
Quando Giuseppe l’ha mollata ed è sparito nel nulla puff, pure l’amica-mia è impazzita un po’. Mica se l’aspettava che la lasciavano!
Ero io adesso che le dicevo quelle cose lì, che era un imbecille stronzo, che lei si meritava di più. Le dicevo pure che le cose finiscono, ma allora lei piangeva forte nel telefono e io mi mozzicavo la lingua.

L’estate è arrivata col fiatone e Noi abbiamo deciso di andarcene in vacanza in Grecia con gli amici tutti.
La prima vacanza!
Era un viaggio strano perché c’era pure tizio e io non ero sicura che fosse una buona idea, sentivo l’allarme pericolo che suonava, clangclangclang, come una campana in testa.
Ma mi dicevo che ero guarita, che potevo farcela, che i grandi fanno pure così: vanno in vacanza in Grecia con quelli che ti hanno spaccato il cuore, i grandi.
L’amica-mia diceva che eravamo donne forti e coraggiose, ma io sospettavo lo dicesse perché voleva andare al mare con la gente allegra, festa!
E siamo partite per questa estate di mulini, scirocco e vodka red bull.
Dormivamo sulla spiaggia e ballavamo fino a mattina con i piedi nel mare.
Solo che l’amica mia era impazzita da un pezzo per colpa di Giuseppe e io la vedevo che rideva molto, beveva molto, luccicava molto. Sarei pure stata contenta per lei, se non fosse che rideva, beveva e luccicava sempre con tizio. Eppure, mi dicevo, ho le allucinazioni! Se deve dirmi qualcosa sicuro me lo dice subito. Io e l’amica-mia ci diciamo tutto.
E bevevo vodka red bull e cantavo Maracaibo.
Lei continuava a tintinnare con tizio. La mattina presto, quando andavo a dormire nella nostra tenda, lei rimaneva fuori. E tizio pure. Li sentivo parlare, poi più niente.
Io mi arrabbiavo un po’, ma pensavo: io e l’amica-mia ci diciamo tutto, figurati se non mi dice una cosa così, si saranno addormentati ubriachi e vabbè…

Siamo tornati da quel bagno di isole e alcol e l’amica mia è partita per Lisbona.
Partiva per non pensare a Giuseppe che l’aveva mollata e puff, doveva stare là a fare l’Erasmus e beccarsi tanta vita nuova, sì viaggiare, come Battisti.
Intanto, la leucemia che dormiva nel sangue di mio padre si è risvegliata di colpo e in un mese me l’ha mangiato tutto. Prima che me ne accorgessi, me l’ha mangiato tutto.
L’amica-mia stava a Lisbona e mica è tornata, pure se la leucemia si era divorata mio padre era lontana non poteva tornare.
Mi ha fatto una telefonata gracchiante la mattina del funerale, ti voglio bene, ha detto da Lisbona.
Io ho sbattuto gli occhi, mi sono immersa nel mio male.
Poi ho smesso di dire, fare, baciare. Con il mondo e pure con l’amica-mia.
Ho continuato a scrivere sul quaderno d’inverno numero sedici, lettera e testamento.
Adesso era solo mio l’inverno e non scrivevo più a lei, scrivevo e basta.

Un mese dopo, l’amica-mia mi manda una mail.
Io stavo con i reduci della mia famiglia dal marmista, era uno schifo di autunno e stavamo scegliendo granito bianco e parole da epigrafe, e l’amica-mia mi manda una mail.
Ti voglio bene, mi scrive nella mail l’amica-mia, te ne vorrò sempre. Io e tizio stiamo insieme, te lo devo dire. Però ti voglio bene per sempre.

Ops! L’amica-mia che mi dice tutto si era dimenticata di dirmi una cosa, tra la Grecia, Lisbona e la leucemia. Forse perché era estate, e si sa che d’estate la gente si dimentica le cose, è nell’inverno che si pensa. E d’autunno cosa si fa?
D’autunno si muore.

Non mi scrivere più, le ho scritto nella mail d’autunno.
Altro che “amica-mia test”! Mi avevano presa per il culo ben forte.
E così ha smesso di essere l’amica-mia. Le sorelle-inverno erano morte di freddo.

Una volta eravamo un cinque, poi eravamo un tre, adesso era rimasta l’amica e basta a fare la staffetta tra noi.

[(UNO/2) + 1 + (UNO/2)]/2 = 1,5

[(UNO+1) – UNO/2] ≠ [(UNO+1) – UNO/2]

L’amica-mia era diventata l’amica-sua. Lei era sempre l’amica e basta.

Uscivamo a bere birra a volte, io e l’amica e basta, ma non ci capivamo troppo bene. Mi diceva cose tipo, sono quattro mesi che è morto tuo padre, mica puoi soffrire ancora così! perché lei ha il potere di vedere le cose come sono e basta. Io pensavo che bel tipo che sei, tu! ma la lasciavo fare. Mica ci riuscivo a trovare le parole giuste per spiegarle che il dolore ha i suoi tempi, che ognuno ha i suoi, e soprattutto che dire a qualcuno di rotto che la felicità è una decisione è come mettere la musica giusta e pensare che un piede ingessato improvvisi un tip-tap. Mica ce le avevo le unghie per difendermi dagli amici, traditori e non. Le unghie mi servivano per restare aggrappata al mondo.

Poi lei è tornata dal Portogallo ed è andata a vivere con tizio nella periferia.
Non l’ho mica voluta vedere più!
Era morta insieme a mio padre. I morti non è che tornano a meno che non sia American Horror Story, ma che c’entra, quella è tivù.
Me lo chiedevo poi com’è ‘sta storia tanto inflazionata dell’amica-tua che si mette con l’amore-tuo, sembra la storia più antica del mondo, come quel mestiere là.

Prima ho ipotizzato una teoria matematica: se tu racconti a lei il bello di lui e a lui il bello di lei, ci vedranno del bello per forza, grazie alla proprietà transitiva.

Se A ❤️ B e A ❤️ C allora B ❤️ C

Poi ho giustificato dicendomi che se l’amica-tua fa una cosa stupida come mettersi insieme all’amore-tuo e neanche te lo dice subito, non è che dopo può dire cacchio, ho sbagliato, scusate. Se lo tiene e zitta.
Alla fine ho concluso che era merda vera. Vera di nome, Merda di cognome. Pure se non si chiamava davvero così, l’amica-mia.

Ma il miglior inverno è arrivato quando l’amica e basta mi ha detto che a maggio andrà a vivere a Berlino con il fidanzato nuovo, che si chiama Simone e io non l’ho mai visto. Apriranno una gelateria, a Berlino si sa che le gelaterie funzionano! E io ero felice assai, che magari con Berlino e i gelati si rinfrescava le idee, oppure no, ma almeno stava nella vita vera e si liberava delle cose come sono a basta.
Poi l’amica e basta ha cambiato faccia e mi ha detto che avrebbe fatto una grande festa di partenza, che la stava organizzando l’amica-sua, nella discoteca che adesso ha aperto tizio e che si chiama Il pisquano d’oro.
Che sono diventate molto amiche, ora che io non sono più amica sua.
L’amica e basta e l’amica-sua.
Chissà dov’ero io intanto, se quella era stata in Portogallo e io qui a cercare di tornare nel mondo. Chi era andata più lontano?
E allora sono stata io a cambiare faccia.
Che mica c’avevo voglia di vedere l’amica-sua, mica mi piacciono gli zombie, e poi ho già staccato la testa a tutti quanti, game over.

Poi l’amica e basta ha cambiato faccia ancora, si è contratta, ti devo dire una cosa, e ha detto che l’amica-sua e tizio aspettavano un bambino, che era arrivato per caso, ma che lo volevano molto e si sposavano pure. Ha detto che doveva dirmelo.
A me non serviva più neanche cambiare faccia, mi sa che non ce l’avevo più e basta.
E ha cominciato con la storia del perdono, abbiamo quasi venticinque anni, siamo adulti e dobbiamo perdonare, e poi questa è la vita che ci vuoi fare.
Io ho preso aria nel cervello e le ho spiegato che il perdono è un sentimento, tale e quale all’amore è il perdono. Non è che te lo inventi. Se c’è c’è, se non c’è non c’è. Arriva, se arriva, quando vuole lui. Certe volte succede all’improvviso e ci fa ridere come scemi, altre volte non succede mai e poi mai, amen.
Lei è stata zitta, ma lo so che ha pensato, come sempre, bel tipo che sei, tu! ha pensato, come a dire che ero matta. Ha messo su la faccia paziente e ha concluso dicendo che se non volevo andare alla festa perché mi metteva a disagio mica c’erano problemi, eravamo amiche e basta, lo capiva se non volevo andare.
Soprattutto se ero a disagio io, ma pure l’amica-sua alias futura-madre-del-figlio-di-tizio e il futuro marito dell’amica-sua alias tizio, che poi finiva che nel disagio ci stava lei, il giorno della sua festa e non era cosa bella.
Io lì per lì ho detto grazie, amica, grazie. Ti ringrazio, che buona che sei, fai buon viaggio e tanti gelati.

Ho chiuso la porta e sapevo che la chiudevo per sempre.

Una volta eravamo un cinque, poi eravamo un tre, poi eravamo rimaste io e l’amica e basta + l’amica e basta e l’amica-sua, una specie di due fatto da tre, adesso ero io e nessuna amica e vaffanculo sto bene così.

Prima di addormentarmi, ho aperto il quaderno d’inverno numero diciassette, come la sfiga.

Ho scritto che l’amica-mia e tizio si meritavano di farsi molto male a vicenda, di tradirsi, disprezzarsi, di mettere al mondo alieni brutti come la peste, con la pelle bubbosa e con una gamba sola, di trovarsi la casa in città invasa dai topi e la villetta al mare distrutta dal terremoto, la station wagon con le quattro gomme sventrate e il cane avvelenato a pancia insù, che si meritavano di stare senza lavoro che c’è crisi, di diventare grassi e molli. Devono stare insieme per sempre e odiarsi fino all’ultimo giorno.

Ssssshhhhh, non si scrivono queste cose che è brutto!, ho detto alla bambina ferita nel mio inconscio.

Oh, non preoccuparti, mi ha azzittita lei, io e l’amica-mia ci diciamo tutto.

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Marta Santomauro (parole) e Federica Iaccio (ago e filo)

Marta Santomauro è nata d’inverno ed è una delle cose che non riesce mai a evitare di dire. Scrive storie da sempre e spesso inventa scuse per distrarsi dalla realtà. La sua preferita è una collezione di arcobaleni. Certi suoi racconti sono stati letti e a qualcuno sono anche piaciuti. Da grande vorrebbe fare la libraia, e allora forse adesso è diventata grande perché lavora in una delle più interessanti librerie indipendenti di Milano: la Gogol and Company.

Federica Iaccio nasce vicino al mare nellʼottobre del 1989. Consegue gli studi in Fashion Design e successivamente in Graphic Design & Art Direction. Lavora attualmente come grafica e fotografa di interni. Unisce la sartoria allʼillustrazione disegnando con la sua macchina da cucire modificata.