E venne il giorno degli uomini bob

by Alessandro Milanese

Dovete ricordare sempre che nel bob le ossa non si rompono.
No, no… si sbriciolano!

(Cool runnings: quattro sottozero)

Era da poco scoccata la mezzanotte del giorno del suo compleanno, quando cominciò il sogno.
Una meravigliosa città immaginaria con stupendi palazzi dell’800, portici perfetti e ciottolato ovunque. Vie strette e ripide illuminate a giorno da lampade grosse come automobili sospese in aria.
Ci era abituato. Sogni sfarzosi alla fine di giorni modesti. Ma questo, fin da subito, gli era sembrato diverso.
Camminando come in un videogioco sparatutto alla ricerca di bersagli aveva incontrato una vecchia fiamma, elegante in un tailleur nero, che mano nella mano del suo compagno sostava immobile nel bel mezzo di una piazza regale che ai quattro lati vantava altrettante chiese maestose.
Si avvicinò, abbozzando un saluto imbarazzato. I due non lo videro o non lo ascoltarono, o seguirono semplicemente la sceneggiatura del sogno che prevedeva che in quel momento fossero impegnati a far altro.
Litigavano.
Ma non era uno di quei litigi furiosi, i primi. Quelli con urla e sbracciate in aria, che dopo pianti e contatti fisici finiscono con la pace, il sesso, e apparecchiano a successive altre baruffe e figli in arrivo. No. Era uno dei peggiori, il peggiore in assoluto. Parlavano piano, con calma, senza trasporto. Fissando i sampietrini che restando al loro posto davano un senso di realtà assoluta a quella assurda stramberia. E senza alcun preavviso i due si divisero prendendo direzioni diverse. Il ragazzo verso una delle discese che partiva dalla piazza e lei verso di lui.
Fu tutto rapido.
Naturale e fulmineo.
Un complimento, quello giusto. Poi un bacio, un altro, e molti altri ancora. In pochi secondi al posto dei sampietrini il terreno divenne un verdissimo prato morbido. Tutto era perfetto e la luce che tagliava la città batteva forte su pozzanghere che fino a quel momento non aveva notato. In una di queste, enorme, profonda mezzo metro, un uomo in giacca e cravatta stava letteralmente sguazzando.
Lasciò delicatamente la mano della sua ex e a piccoli passi raggiunse l’uomo che, completamente fradicio, si stava risvoltando maniche e pantaloni, in quello che sembrava un rito. Lo vide poi, senza esitazioni, prendere una rincorsa decisa per buttarsi di schiena e a testa in giù verso la fine di una di quelle strisce fatte di porfido.
Usando il proprio corpo come un bob.
Ecco cosa pensò.
Dopo l’iniziale shock corse a perdifiato per sincerarsi delle condizioni di quell’eroe misterioso, l’uomo bob. Che ferito in maniera lieve aveva uno sguardo estasiato verso il cielo zeppo di stelle sopra di lui. Non parlava, ma aveva una luce negli occhi facilmente decifrabile. Poi sospirò.
Devi farlo, è la sola emozione che valga la pena provare.
E così fu.
Approfittando del fatto che nei sogni solitamente era temerario e risoluto scelse la via più stretta della città incantevole. Si assicurò di avere la giacca ben allacciata: si immerse in una pozza d’acqua e, dopo una rincorsa meritevole di una olimpiade invernale, si lanciò. La corsa fu fenomenale e nonostante la velocità, il pericolo e gli innumerevoli colpi, panchine, spigoli, gradini, terminò incolume in un piccolo spiazzo, ansimante, in stato catatonico.
Sentirsi invincibile.
Percorse le strade in lungo e in largo cercando altre discese, sempre più lunghe, scoscese, veloci, pericolose. Correva, saltellava, cantava stupide canzoni italiane anni 70 e salutava uno ad uno tutti gli abitanti finché non lo scorse, seduto su un cartone sotto un’impalcatura tutta arrugginita. Triste e fatto su in un maglione probabilmente prestato da un barbone, il compagno della sua ex teneva in mano una ciotola piena di brodaglia calda e lo guardava. Senza espressione, senza odio.
Parlarono.
In quel momento, si rese conto che quel ragazzo muscoloso e dallo sguardo basso e gentile era la persona giusta per la sua ex e lo rincuorò, cercando di farlo ragionare. Raccontò dell’Uomo bob. E con novizia di particolari diede tutti i consigli per provare quella pratica esoterica che, ne era sicuro, poteva cambiare la vita anche a lui, a tutti.
Si salutarono, e dopo qualche secondo immaginò un pomposo matrimonio a cui non sarebbe mai stato invitato.

La modalità offline, quella con l’aeroplano stilizzato, non aveva funzionato per l’ennesima volta e la stupida vibrazione contro il pavimento lo aveva svegliato quando fuori un sole freddo sembrava voler ignorare che dopo l’inverno, la giusta alternanza prevede la primavera, e non l’autunno.
Prese in mano il cellulare. Lanciando ad una decina di metri uno dei due cuscini che usava per ripararsi dalla luce del lampione che nella notte batteva contro la sua finestra. La solita chat del lavoro, con colleghe già scatenate di prima mattina perché a loro dire nella chiusura della sera prima aveva dimenticato di compilare delle voci fondamentali sul file da spedire in azienda.
Pensò una bestemmia, ma le dita digitarono scusate.
Scese in strada, dopo aver passato pochi minuti in bagno, ed essersi assicurato che i due cuscini non avessero lasciato il solito segno rosso appena sopra la tempia. La città, cinquantamila anime con un’età media prossima alla pensione rinchiuse in un centro storico in cima ad una collina, bagnata e umida procedeva a rilento nel risveglio.
E come da consuetudine l’unica maniera di partire con il piede giusto era una buona colazione, con un cappuccino fatto a modo ed una brioche appena sfornata. Così, mentre un corriere violava la zona pedonale suonando il clacson all’impazzata, senza accorgersene si ritrovò in un capannello di gente che accerchiava un signore di mezza età, cappottino leggero completamente marcio, sporco e strappato. Svenuto, con grandi ematomi in faccia ed il naso sanguinante. Una rissa. Un pestaggio. Una baby gang. E proprio mentre uno degli anziani agitando il bastone inneggiava a campi di concentramento e rastrellamenti, successe.
Un metro alle loro spalle.
Una saetta. Urlante.
Un ragazzo, a testa in giù, che sulla schiena scivolava per via Matteotti pazzo di gioia. Finendo la propria corsa contro un’auto parcheggiata tra le strisce blu da un euro l’ora.
Incredulo si pizzicò la guancia una prima volta, poi una seconda. Guardò la strada, le insegne, i bar, i negozi. Era la sua città. Chiese ai passanti, che smarriti nel nulla delle loro espressioni imprecavano in dialetto, tirando in ballo ogni tipo di santo.
Poi un altro.
Quarantenne, felpa arancio.
E in sequenza: due, tre, quattro, dieci.
Uomini bob, ovunque. Alcuni addirittura con giacche a vento fuori stagione, plasticose, cosparse di grasso o di sciolina per raggiungere velocità siderali, per percorrere più metri, per oltrepassare ogni limite.
La gente urlava, chiamando la polizia, attaccando la giunta, il sindaco. Qualcuno telefonava ai parenti, altri correvano verso casa, altri ancora schivavano proiettili umani che sfrecciavano sull’asfalto bagnato rimbalzando in maniera casuale. Il caos regnava e i pochi vigili e un paio di poliziotti inebetiti stazionavano immobili tra feriti, arti rotti, e maschi in trance che continuavano a buttarsi giù da ogni declivio possibile.
Si mise in un angolo, respirò profondamente. Prese la decisione.
Passi veloci, costanti.
Due minuti.
Sotto un portone marrone, di quelli con la porticina con la maniglia e i citofoni in bella mostra. Suonò. Senza esitazione.
Laura rispose, cortese come sempre. E con un minuto e arrivo chiuse la comunicazione dopo l’invito a prendere un caffè insieme.
Dentro un maglione oversize a righe e stretta in un pantalone nero spuntò il sorriso che a lui piaceva così tanto. Un mix di serenità e malizia che lo aveva colpito un paio di mesi prima e che lo spingeva a flirtare con lei appena ne capitava l’occasione.
In una decina di metri raggiunsero il bar e giusto prima di entrare la fermò, sfiorandole il braccio, per raccontarle quello che stava succedendo in città.
Lei rise.
Di gusto, arrossendo leggermente.
Abbassò la testa per nascondere gli occhi lucidi dietro al suo ciuffo corvino, ma non appena tornò seria rialzò il capo, scostando i capelli da un lato, per fissarlo bene. Ok che ti impegni a farmi ridere con le tue storielle ma questa è davvero ma davvero stupida.
Entrarono al bar, mentre quasi tutti i clienti erano al cellulare ed il brusio era altissimo per quello che era lo standard del locale. Il tavolino dove erano soliti sedersi, il più luminoso, giusto vicino al vetro che dava sulla strada, era libero. Lei stando al gioco cominciò ad interrogarlo sulla natura degli Uomini Bob e lui tutto divertito snocciolava con precisione la trama del sogno, il risveglio, e la pazzia che stava coinvolgendo tutti gli uomini della città.
Nonostante i suoi tentativi, tra loro non era mai successo nulla, ma lui adorava osservarla parlare. Si ritrovava a passare decine e decine di minuti ad ascoltarla raccontare di qualche cliente curioso che le piombava in studio o di una nuova passione che aveva occupato il suo stereo o lo scaffale della sua libreria, stregato da quell’accento così lontano che aveva esportato fin lì a causa dell’ex marito che l’aveva sedotta e poi abbandonata in provincia.
E a volte, come un comico di serie B, le faceva il verso prendendola in giro per le vocali cosi aperte e per quella pronuncia che la rendeva un aliena atterrata per caso in una terra sconosciuta.
Ridevano tutti e due.
Vicini.
Finché la vetrata esplose.
Meno di trent’anni. Sorriso sul volto, vetri conficcati in ogni parte del corpo ed il sangue che chiazzava tovaglie e pavimento come in una tela di Pollock.
Laura cadde dalla sedia e se lo tirò dietro per il polso, cercando di allontanarsi dall’Uomo bob sanguinante e dalle urla della barista
Lo strinse a se, tremava.
Vuoi andare anche tu?
Lui scosse il capo mentre cercava di tranquillizzarla, vedendola per la prima volta vulnerabile. Lei, che lo aveva sempre intimorito, per quanto era brillante, intelligente, sicura di sé stessa e così innamorata della vita da far sembrare tutto quello che la circondava: appassito, amorfo, superfluo.
E’ una follia, si fanno del male senza motivo, perché lo fanno?
Nel dirlo non aveva sorriso e non si era nascosta dietro al ciuffo, come al solito. Lui non ci fece caso, ipnotizzato com’era dalle ambulanze rumorose che correvano avanti e indietro per la via, e rispose cercando di essere il più calmo e affettuoso possibile.

Per essere felici
per pochi secondi.

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Alessandro Milanese

È nato troppi anni fa in Alessandria. Negli anni in cui lavora nel mercato discografico, quando ancora esisteva un mercato discografico, comincia a scrivere; pubblica alcuni racconti e pezzi per riviste online, ma non riesce nel suo intento di pubblicare almeno un racconto breve per minimum fax. Ora spreca i suoi giorni all’interno di enormi centri commerciali e cerca di rimanere sano di mente collaborando con il filmmaking collective Lacuna Inc e tenendo un blog di racconti, suoi e non, philophobia. Millanta di voler andare ad abitare nelle vie della frutta a Brooklyn Heights.
Oltre a musica e letteratura americana, ama: i Grigi, i motori, il cinema, le serie tv, l’arte del ‘900 e le signorine more con la carnagione chiara (non necessariamente in quest’ordine).