Martina e Martina

by Gianni Papa

Quando ricevetti la telefonata angosciata di Martina, ero nel bel mezzo di una discussione accesa con Martina, mia moglie. Lei era lì che mi lanciava pentole, gridando sempre più forte, come sanno gridare solo le donne, e l’omonima piangeva nel telefono. Una piangeva e l’altra gridava, con la lavastoviglie aperta e i proiettili a portata di mano.
Così come uno vince al Superenalotto per una coincidenza incredibile, o incontra a Timbuctù, nella stagione delle piogge, un compagno delle elementari di Caserta, così a me è capitato, e continua a capitare, di stringere rapporti – di qualunque tipo siano – solo con donne che si chiamano Martina. Rapporti in senso ampio ed elastico: bambine che si fermano per tirarmi la barba al parco, vecchiette che scambiano due parole sul tempo, rare ragazze che ci stanno, commercianti, commercialiste, avvocati, professoresse, suore.
La Martina che mi ha appena lanciato i due pezzi della moka – Bialetti modello Martina – è mia moglie. Non siamo riusciti ad avere figli, e questo la fa imbestalire. Abbiamo cominciato le pratiche per l’adozione e sono state individuate due bambine, una francese – Martine – e una tedesca – Martina.
Adesso ci troviamo proprio in questo frangente: con lei che vorrebbe mettersi in casa una delle due, possibilmente la più lentigginosa, e io che cerco di spiegarle che non posso.
«Scusa» propongo «che ne dici di una bimba piccola, senza ancora un nome? Possiamo chiamarla Priscilla!»
«E quelle poverine che perdono i genitori oppure che…»
«Cosa? Dai… Una neonata. O un maschio: è impossibile un maschio? Perché dobbiamo prendere una disperata? Magari una abusata in famiglia? Sai i problemi educativi? Te la senti di affrontare i problemi educativi?»

L’altra Martina, quella dentro al telefono, è la mia amante, ed è incinta.
Non avrei mai immaginato che mi facesse lo scherzetto, perché prendeva la pillola e abbiamo usato il preservativo. Eppure c’è rimasta, di proposito, perché sapeva che io e Martina stavamo cercando di portarci a casa un cucciolo e voleva dimostrarmi di essere più giovane e prolifica.
«Oh, Giorgio! Giorgio!» grida, e da come grida si sente che piange.
Sono nel bel mezzo della suddetta guerra, un mestolo mi sfiora l’orecchio e non posso darle retta.
«Giorgio, io…»
Pigio, irritato, il pulsante di interruzione chiamata, parando con le braccia larghe la pioggia di oggetti che continua a piombarmi addosso. Ora Martina sta svuotando il frigo e le uova mi si spiaccicano sulla maglietta nera con inserti verdi, una a una, con un rumore sordo e un fragore liquido.
Vorrei alzare bandiera bianca, ma riesco solo a brandire minaccioso lo smartphone, come fosse una durlindana.
«Sempre con quel cazzo di telefono in mano!» strilla Martina, bombardandomi di cetrioli.
Mi salva il campanello. Mia moglie si ferma, affannata, e mi guarda con odio. Apro.
Sul pianerottolo c’è una bambinetta con le treccine: Martina, la figlia dei miei vicini.
«Buongiorno, Giorgio» biascica.
Mentre rielaboro il suo saluto e attendo che mi comunichi il motivo della sua visita, realizzo che c’è scritto Martina, sulle cassette delle lettere e sui citofoni: dev’essere il cognome. Ogni volta che incontro suo padre, gli dico “Buongiorno, signor Martina”.
«Scusa» dice la bimba, «mi presteresti del sale? Mamma sta preparando la pizza e non ha il sale.»
Indugio un istante di troppo. Mi arriva sul collo il coperchio di vetro di una pentola, che, di rimbalzo, rotea nell’aria e fa un gran rumore vicino ai miei piedi, senza rompersi.
«Ascolta, tesoro» faccio, avvicinandomi, e forse oso troppo, a livello diplomatico, perché mi arriva in faccia un bicchiere. Per fortuna, è un bicchiere di plastica dell’Ikea. «Tesoro, ascolta: conosco un sacerdote che ha contatti con una missione brasiliana. Adottiamo in Brasile, ti prego!»
Mia moglie si ferma a guardarmi. La guardo anch’io, cercando di sorriderle. Ma a quel punto il cellulare strilla imbizzarritto.
Mentre cerco di interrompere lo squillo senza dare troppo nell’occhio e continuo a mostrarle i denti senza digrignarli, sbaglio e rispondo alla chiamata, attivando – contemporaneamente – il vivavoce.
«Giorgio!» si sente nell’aria, forte e chiaro. «Questo bambino non è responsabilità solo mia!»
Vedo Martina diventare paonazza e i suoi occhietti lampeggiare impazziti come la spia della lavastoviglie aperta sotto di lei.
Per pochi istanti, rimane immobile, con la bocca aperta e il forchettone di legno stretto in mano. Ne approfitto per indietreggiare e passare oltre la bambina, ancora ferma sull’uscio ad aspettare il sale.
«La nostra pizza!» grida, ma io, con tre salti, sono già in ascensore.
Non mi colpisce nessun oggetto, mentre mi allontano, ma sento la vibrazione sonora di acute maledizioni che la futura madre dei miei figli adottivi mi lancia quando sono già al sicuro dietro le porte scorrevoli.
La cabina è in moto: al quarto piano sento gridare fortissimo. Mi meraviglio che le urla di mia moglie arrivino fino a me, seppur metalliche. Poi mi rendo conto che è il cellulare.
«Pronto!»
«Sto venendo a prenderti!» strilla Martina, sempre più angosciata. «Devi assumerti le tue responsabilità.»
«Tesoro, io… Non solo abbiamo usato il preservativo, ma mi avevi giurato di aver preso la pillola!»
«L’aspirina!» grida lei. «L’aspi…»
L’ascensore si ferma tra un piano e l’altro, forse tra il primo e il secondo. Il telefono mi cade dalle mani e si spiattella sul pavimento. D’improvviso è buio e silenzio.
In un attimo realizzo che tutto, con la Martina incinta, era nato da un massaggio al collo che le avevo offerto per alleviarle il mal di testa. E collego il mal di testa all’aspirina.
Mi attacco alla pulsantiera. Premo il campanello, ma non si sente nulla. Dev’essere saltato l’impianto elettrico.
Mi assalgono i pensieri e i sogni più angosciosi: Martina e Martina che mi bombardano lanciando mestoli e pentole di alluminio, forchettoni e bicchieri infrangibili; la Martina di cognome che non mi dà tregua e continua a chiedere il sale per la pizza; la Trattoria San Martino, Fra’ Martino campanaro, per un punto Martin perse la cappa.
Prendo il cellulare. Oltre a essere spento e aperto, con la batteria che si è staccata dal resto, ha lo schermo che sembra una ragnatela.
Reinserisco la batteria e incastro la cover posteriore, lo accendo. Si vede la luce della retroilluminazione, ma non si legge niente.
Mi chiedo cosa mi resti da fare. Non sono il tipo che urla: non ho mai voluto. In tutte le occasioni nelle quali mia moglie ha aperto lo sportello della lavastoviglie, per svuotarmela addosso, il fattore che l’ha sempre fatta imbestialire è stato il mio essere sarcasticamente flemmatico.
Anche ora, contro tutte le previsioni, riesco a stare calmo e a respirare forte, cercando di tenere il cervello attivo per trovare la soluzione migliore.
Certo: sarebbe utilissimo poter utilizzare il cellulare per chiedere aiuto, ma come si fa, con lo schermo che non si legge?
Devo pensare in fretta.
Uso la retroilluminazione dello smartphone per ispezionare le pareti che mi circondano. Dietro di me, una scritta con il pennarello indelebile. “Martina ama Giorgio”.
Mi chiedo quale Martina possa averlo scritto. Forse quella che vive nel monolocale al terzo piano? O la moglie di Pellegrini, la settantenne del sesto piano? O la bambina?
La bambina mi pare che possa essere esclusa: lei si chiama Martina di cognome. Dunque il messaggio potrebbe essere riferito a un suo compagnetto che si chiama Giorgio di cognome, al limite.
Però, a essere pignoli, anche io mi chiamo Giorgio di cognome.
D’improvviso, l’ascensore si scuote e traballa. Un terremoto? Un guasto? L’attacco degli alieni? La fine del mondo?
Nemmeno stavolta riesco a gridare. Chiudo gli occhi, respiro e mi aggrappo alla parete. Che diavolo sta accadendo?
Illumino la targhetta sopra la pulsantiera: “Amministratore Martina De Martino: studio legale via San Martino…”. Segue una serie di numeri di telefono con tanti 6.
Al secondo colpo, la seconda scossa di terremoto o il secondo taglio della fune, sono ancora lì a guardare la parete con la luce del cellulare e a leggere le scritte di pennarello indelebile.
“Martina, sei nei miei pensieri.”
“Giorgio, Martina ti ama.”
“Giorgio e Martina.”
“Martina e Giorgio.”
Angosciato, cerco di decifrare qualcosa nella ragnatela del display rotto, ma è inutile. Poi comincio a toccare freneticamente lo schermo, andando a memoria, cercando di attivare i messaggi vocali di WhatsApp, ma sembra che non succeda nulla. Probabilmente il touch non funziona più.
Oppure no. D’improvviso, qualcosa succede. La luce cambia e sento due clic. Tocco in basso a destra, sperando che si tratti di una finestra di WhatsApp e di poter inviare un messaggio vocale al gruppo del calcetto o ai compagnucci della parrocchietta.
Invece, riesco solo a far partire della musica.

Every woman every man
Join the caravan of love!
(Stand up!) stand up!
Stand up!
Every body take a stand
Join the caravan of love!
(Stand up!) stand up!
Stand up!

Il colpo definitivo è come quando sali in alto in alto, sullo scivolo-tunnel dell’acquapark, e ti lasci cadere, sapendo che non potrai che finire all’aperto, nella piscina. E proprio come nel tunnel dell’acquapark continuo a essere fiducioso fino all’ultimo, fino allo schianto fragoroso sotto i miei piedi e dei miei piedi, all’annebbiamento della vista e al dolore.
In un ultimo barlume di coscienza, mi viene in mente il nome del gruppo che cantava quella canzone, e capisco di essere perduto: The Housemartins.

Se ti è piaciuto quello che hai letto e vuoi sostenerci, puoi abbonarti o fare una donazione

Gianni Papa

È nato a Caserta il 29 settembre di troppi anni fa. Ha vissuto al sud fino a circa trent'anni, poi si è spostato al nord, dove ha convissuto con la futura ex moglie, ha avuto due figli (di cui uno con autismo), ha scritto romanzi. Vive nella zona di Busto Arsizio, dove lavora, e fa l’insegnante di sostegno - per giunta - alle medie.