Destinatario non pervenuto

by Matilde Quarti

Ogni passo di Cosimo lascia sull’erba una chiazza scura, cammina guardandosi le punte dei piedi, come un pirata che misura le distanze alla ricerca di un tesoro nascosto. Lara lo segue poco da presso, con le braccia conserte e le guance tirate per il freddo. Hanno quattordici anni, in futuro Cosimo salirà a Milano per lavorare nella ditta di costruzioni di uno zio e Lara resterà in Toscana, a fare la maestra d’asilo. Ma si tratta di un’altra vita e adesso hanno solo quattordici anni e dei vestiti fuori della loro misura, troppo larghi lui, troppo stretti lei. Sembrano trovare un senso solo uno accanto all’altra, incompatibili con il resto del paesaggio.

Hanno superato la rocca da cinque minuti buoni, Lara avverte febbraio pizzicarla in quella cintura di pelle nuda tra il giubbotto e la gonna.

«Non si poteva parlarne in un bar?»

«No, avevo voglia di camminare.»

Lara sbuffa. Gli dice «Ti prego ti prego ti prego possiamo fermarci», che hanno camminato abbastanza.

Cosimo allora si siede, lì nell’esatto punto in cui si trova, un attimo prima stava seguendo i propri passi e l’attimo dopo se ne sta col sedere sull’erba bagnata guardando Lara con una faccia beata. Tira fuori una busta trasparente dall’interno del cappotto, dentro ci sono lettere, tante lettere.

«E adesso cosa facciamo?»

«Adesso le leggiamo e cerchiamo i destinatari.»

Un giorno di qualche mese prima Cosimo tornando a casa aveva trovato suo padre da solo in salotto, ubriaco e patetico, in una condizione in cui nessun uomo dovrebbe essere visto dal proprio figlio.

«Valeria se n’è andata» aveva detto a Cosimo.

«Valeria è una stronza babbo.»

Cosimo era un ragazzino magro, saggio e fatalista, suo padre invece era grande, grosso e ubriacone e dalla mattina dopo si era messo a spedire a quella Valeria pagine e pagine, piene di insulti, e poi piagnistei, e poi ancora insulti.

Quando l’aveva scoperto, o meglio, quando Valeria gliele aveva tirate addosso informandolo che se ne avesse ricevuta anche solo un’altra avrebbe chiamato i carabinieri, Cosimo si era trovato alle tre di notte a cercare di scassinare la cassetta delle lettere in piazza. Era una cassetta rossa, di quelle che si aprono sul davanti con una chiave. Cosimo aveva cercato di infilare il braccio nella fessura per imbucare, ma non aveva ottenuto nulla oltre a un’escoriazione sul polso. Poi aveva provato a tirare qualche colpo di martello alla serratura, di nuovo l’unico risultato era stato un rumore sordo da svegliare ogni gatto del quartiere. Qualche ora dopo stava supplicando allo sportello postale di dare a lui la lettera indirizzata alla signorina Capecchi Valeria.

«No, certo che non sono io Valeria Capecchi» aveva risposto all’impiegato.

«Allora esci o chiamo i carabinieri.»

«Tutti la fissa dei carabinieri c’hanno in sto paese di merda» aveva borbottato Cosimo uscendo dalle porte girevoli.

A quel punto aveva fatto l’unica cosa in suo potere: aspettare che il postino arrivasse a casa di Valeria e rubare la lettera.

Cosimo aveva imparato a memoria gli orari di raccolta e le tempistiche di smistamento delle poste e per tutta l’estate aveva aspettato davanti al palazzo di Valeria le lettere di suo padre. Capiva quando stava per mettersi a scrivere dal numero di lattine di birra abbandonate sul tavolo, o dal tono con cui gli diceva di lasciarlo in pace. Nel giro di ventiquattrore Cosimo era seduto sui panettoni al limitare del marciapiede. Si portava da leggere la Gazzetta o qualche fumetto, temeva sempre che qualcuno gli chiedesse cosa ci faceva lì fermo per tutto quel tempo. Invece sembrava che nessuno notasse la presenza continua e costante di uno spilungone brufoloso che calcolava i punteggi del fantacalcio in mezzo alla strada.

La routine di Cosimo era rimasta in quei giorni sempre uguale a se stessa, controllava che il portinaio ritirasse la posta e la distribuisse nelle caselle, aspettava che qualcosa nella guardiola lo distraesse, prelevava la lettera e se ne andava a passi lesti. Finché una mattina aveva notato, appoggiata in verticale tra il muro e il ripiano delle caselle, una busta che nessuno aveva toccato in settimane. Era per Maria Pia Melani, l’indirizzo era giusto, il destinatario no. Nel condominio abitavano dei Filippi, dei Bertini, degli Stefanini, degli Appino, nessun Melani. Cosimo istintivamente si era messo in tasca la lettera assieme a quella di suo padre.

Dal contenuto doveva essere stata scritta da una parente del nord, presumibilmente Lombardia. Parlava di bambini che crescevano forti, di negozi che andavano bene, certo con alti e bassi, di una prozia che aveva compiuto novant’anni. Cosimo aveva provato la vertigine di un guardone che spia dalla finestra vite esattamente uguali alla sua ma, per chi sa che legge, sempre un po’ più interessanti nella loro banalità. Aveva provato anche un po’ di tristezza, per Maria Pia, che non avrebbe mai letto quella lettera, e per Antonia che non avrebbe ricevuto nessuna risposta e magari le avrebbe dato fastidio e a cena col marito si sarebbe lamentata di Maria Pia, che chiede sempre notizie e poi manco si prendesse la briga di tirar giù due righe di cortesia.

Da allora ogni volta che trovava un portone aperto Cosimo aveva preso l’abitudine di entrare nell’androne e controllare se c’era qualche lettera per un destinatario inesistente, costretta a marcire tra la polvere in quello spazio cieco dove le caselle della posta fanno angolo col muro.

Anche quando il padre si era ormai arreso all’evidenza che Valeria non sarebbe più tornata, Cosimo aveva continuato nella sua ricerca. Poi aveva deciso che non era abbastanza.

Si era reso conto che nel profondo degli uffici postali dovevano trovarsi, abbandonate, ingiallite e con gli angoli mangiati dal tempo, milioni, macché migliaia, di lettere prive di destinatario. Liberarle aveva assunto ai suoi occhi i contorni di una nobile e indispensabile battaglia.

La corriera percorreva a zig zag tutte le località della zona, una lenta Via Crucis che lasciava ragazzini stanchi, svegli dalle cinque o dalle sei di mattina, davanti ai licei e agli istituti professionali. Alcune fermate prevedevano ancora un pezzo a piedi, allora gli studenti si fermavano al bar, bevevano un cappuccino, arrivavano in ritardo. Lara si metteva sempre in fondo alla corriera. Arcigna e generalmente sola, guardava fuori dal finestrino senza sentire la necessità di dar confidenza a qualcuno. Quando Cosimo le si era seduto accanto e le loro spalle si erano toccate lievemente lei si era spostata di scatto evitando a priori qualsiasi pericolo di contatto. Cosimo l’aveva notata già da qualche settimana, scendeva un paio di fermate prima di lui e per tutto il tempo della corsa non l’aveva mai vista spostare lo sguardo dal finestrino o dallo schienale del sedile davanti. Sentiva che era quella giusta.

«Mi aiuti?» le aveva domandato, senza saluti, senza preamboli.

«Scusa?»

«Ti ho chiesto se vuoi aiutarmi.»

Lara si siede vicino a Cosimo, stringe forte le cosce per impedire al vento di soffiarle sotto la gonna. Cominciano ad aprire le buste una per una. Alle poste sono riusciti a farla franca tre volte, due di più rispetto a quanto si aspettassero. La maggior parte delle lettere salvate sono messaggi d’amore, spesso senza neanche un indirizzo o il cognome del destinatario. Solo un nome, Chiara, o Andrea, somigliano più a un rituale di liberazione che a vere e proprie comunicazioni. Non sono quasi mai felici, sono storie di persone abbandonate o sole, innamorate di un miraggio. Lara e Cosimo abbinano ogni lettera a un destinatario. In una busta trovano solo foto di un grosso gatto certosino, senza un rigo ad accompagnarle. Vanno bene per la vecchia Lilia, che vive negli appartamenti delle suore, appena prima della salita per la rocca.

Un’altra lettera parla di una voce che trasforma tutto in sole e di uno sguardo che raccoglie in sé tutta la storia del mondo.

«Questa è per la panettiera» decide Lara.

Dividono le lettere in due gruppi, a destra quelle a cui trovare un destinatario, a sinistra le pubblicità, i solleciti di pagamento, o quelle poco interessanti. Leggono un lungo monologo rivolto a un uomo, Fernando, l’autrice si firma con S. e racconta di essere passata spesso davanti a casa sua. Sostiene di aver fatto ogni volta un gioco stupido: contava i fiori dell’aiuola davanti al portone, se erano pari avrebbe citofonato, se erano dispari se ne sarebbe andata. Ma poi se n’era andata sempre, anche quando erano pari. Cosimo e Lara decidono di farla avere a Mimmo, l’arrotino, che passa la giornata tra i metalli e vive in un condominio di fronte a un grosso parcheggio. Ha bisogno di fiori, Mimmo.

Poi Cosimo alza gli occhi dall’ultima busta aperta, «Questa mi sa che è per mio padre.»

Scusa, c’è scritto in corsivo tante volte fino a ricoprire l’intera pagina. Sembra uno di quei compiti che le maestre danno ai bambini che si sono comportati male.


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Matilde Quarti

Matilde Quarti è nata nel 1987 a Milano, dove vive e lavora.
Scrive di letteratura e cultura per Panorama.it, Il Libraio, La Balena Bianca e Doppiozero. Ha vinto Subway Letteratura 2010 e ha pubblicato racconti su varie riviste tra cui Atti Impuri, Cadillac, Colla, Costola, Flanerì e inutile, e sulle antologie Clandestina (effequ 2010) e 80 anni di ATM. Tante storie in una storia (Subway 2011).
Le piacciono la letteratura russa e l’est Europa.