Se mi lasci fare, vale

by Sara Mariotti

Mentre Julio Iglesias canta la valigia sul letto, quella di un lungo viaggio, nello zaino ho buttato qualche cianfrusaglia, un paio di cambi, il dentifricio e lo spazzolino da denti. Il mio piccolo bagaglio occupa una sedia, è floscio, ripiegato su sé stesso, sembra pronto per essere riempito, invece è pronto.

Ho iniziato da tempo a non dare importanza alle cose da portare con me; ho iniziato dai viaggi, io non riesco a vederci nessuna attenzione nello scegliere una maglietta al posto di un’altra. Poi, ho imparato a fare a meno del resto.
Andrea mi ha scritto poche righe: arrivo martedì in aeroporto alle 13, porta con te un borsone, andiamo fuori, non lo so per quanto. Va bene, tasto invio e non ho aggiunto altro, sapevamo come trovarci a Fiumicino.
Mentre Julio Iglesias dice Se mi lasci non vale, rifletto sugli anni del mio zaino, me lo ha regalato mia nonna per un compleanno, questo lo so anche se non ricordo quale; lo avevo voluto tanto, anche questo so. Una volta, era Natale, stavo scartando i regali, avevo ricevuto uno zaino della O’neill nero e fucsia, era bruttissimo, ho iniziato a piangere, piangevo e non smettevo, lo zaino non cambiava colore, non avevo i superpoteri e non trasformavo le cose brutte in belle. Lo avevo tenuto perché i regali non si cambiano, finché mia nonna non mi ha regalato lo zaino che uso ancora oggi.

Andrea vive in Messico, non lo vedo da due anni.
Io sono contenta, mi piace il suo non lo so per quanto, in un modo o nell’altro è un posto familiare; dobbiamo fare qualcosa in Italia, mi basta questo.
Io e Andrea a dividerci abbiamo una grandezza spazio-temporale. La differenza di fuso orario tra l’Italia e il Messico è di sette ore, i chilometri di distanza sono contenuti in una giornata lavorativa: nella mia, in Italia, io ho una laurea che non mi è servita e faccio la grafica, nella sua, in Messico, Andrea, non l’ho capito bene, credo cooperazione internazionale.
Quando provo a visualizzare le nostre posizioni su una cartina geografica, penso che tra l’Italia e il Messico c’è un fottio di cielo, ci sono quantità smisurate di acqua oceanica e plastica, c’è pure il Triangolo delle Bermude; dentro ognuna di queste cose ci si potrebbe scomparire.
A volte e per intere settimane, io sparisco pure con Andrea, me lo lascia fare.
Io e Andrea siamo una relazione semplice: parliamo con lo stesso abecedario e ci capiamo. Quando non ci capiamo, ci andiamo bene lo stesso.
Lui sorride molto, sorridere è una questione di baricentro, dice sempre.
Tra l’Italia e il Messico ci sono pure i voli intercontinentali e tra me e Andrea una quantità incalcolabile di parole via cavo. Ci proviamo a sopravvivere.
Andrea per me è nato senza il nome. Andrea per me è solamente il suo cognome perché finisce con una o accentata, ha un suono molto bello. Su questo non ci sono mai stati cazzi. Per anni, quando il suo nome lo dovevo proprio dire, secondo me si chiamava Matteo. Lui non mi ha mai corretta. Una volta, era estate, camminavamo sotto i portici di Bologna, avevamo incontrato una sua amica, come stai, io bene, preparo Storia della filosofia politica e sono sempre in biblioteca, passa a trovarmi Andrea! Allora ciao!
«Ma come Andrea?»
«Eh!»
«Vabbò le potevi dire che non ti chiami Andrea.»
«Eh no che non potevo, Andrea è il mio nome ma se ti piace Matteo mi va bene lo stesso.»
A quel punto gli volevo bene da almeno quindici esami all’università.
Andrea suona male la chitarra, fa errori di ortografia e porta gli occhiali, secondo me somiglia a Gigi la Trottola.
Facevamo un gioco, il gioco della mattonella lo avevamo chiamato, era un gioco sciocco, funzionava che quando uno dei due confessava una cazzata, l’altro diceva vieni qua sulla mattonella. La mattonella diventava un posto dentro cui ci potevano stare bene pure le cose stupide.

Ho mezz’ora di ritardo quando arrivo all’aeroporto di Fiumicino, ma Andrea lo aveva calcolato, è seduto ad aspettarmi, fuma una sigaretta, lo stringo che mi fanno male le braccia per farlo.
«Sei troppo smunta La’, pure questa volta mi sono abbracciato da solo.»
«Devi provare a fare pace col mio metabolismo.»
Andrea afferra la sua valigia, a posto ho preso tutto possiamo andare, ed entriamo in macchina.
«Stamattina alla radio c’era Julio Iglesias Se mi lasci non vale, presente?»
Andrea fa sì con la testa.
«Pensavo che l’immagine della valigia sul letto mi ripugna, è un gesto che viola tutte le norme igienico-sanitarie, te lo immagini il sudiciume di un cazzo di trolley trascinato in giro sulle lenzuola dove dormi?»
«Non fa una piega. Julio sicuro ‘sto cazzo di trolley l’ha trascinato pure dentro la tua macchina, avrà detto che non lo vuoi raccogliere un po’ di sudiciume pure qua?»
Mentre mi infilo la cintura di sicurezza mi volto verso di lui, non rispondo niente, scoppio a ridere, ridiamo forte.
Il suono della risata di Andrea, vorrei fotografarlo.
«Allora, dove andiamo?»
«Sud, poi decidiamo se vedere l’alba o il tramonto sul mare.»
Eccomi allora che comincio a guidare: lo ascolto che parla e guido, lo guardo crollare di jet lag, il collo gli cade in avanti oh mi sono addormentato e guido, riprendiamo da dove eravamo rimasti e guido, lo capisco e guido; smetterò di farlo solo quando saremo arrivati nel posto in cui è nato e cresciuto prima che mi accadesse davanti.
Andrea è di un paese minuscolo vicino a Lecce, si chiama Noa questo paesino; per qualche motivo i nomi di persone, città e cose che hanno a che fare con lui finiscono per essere nomi indimenticabili, bellissimi.
Dopo qualche ora che siamo in macchina, attraversiamo l’autostrada nel punto esatto in cui la strada taglia in due un campo lungo di pale eoliche. A me le pale eoliche mi piacciono in un modo che non so spiegare, sembrano girandole enormi che spostano le nuvole.
«Mi piacerebbe salire in cima a una pala eolica.»
«Se risolvi il problema delle vertigini, puoi ancora farlo La’.»
Non parliamo più, le pale eoliche spostano i pensieri, allontanano le parole, il silenzio lo capiamo, schiaccio il piede sull’acceleratore.
Ma il silenzio può rompersi per un niente, come un bicchiere di cristallo sottilissimo a stringerlo con troppa forza.
Il bicchiere di cristallo sottilissimo che ha in mano Andrea cade tra la montagna di scontrini del parchimetro, si frantuma.
«Ho riempito la valigia in fretta, ma sull’aereo ho pensato che ho fatto un casino, come ci si veste per un funerale?»
«Una volta ci sono andata con i capelli blu e non è andata bene, ma su quello siamo a posto. Ho fatto un casino pure io, non ho niente dentro lo zaino.»
Continuo a guidare. Smetterò quando saremo arrivati al funerale del padre di Andrea.
Ora però ho bisogno di fermarmi e trovarci un vestito adatto.

Prendo la prima uscita, controllo i cartelloni pubblicitari ai lati della provinciale che percorro, entro nel parcheggio di un centro commerciale, mi oriento come se lo conoscessi da sempre; esiste una toponomastica comune a tutti i centri commerciali, ne impari uno e sei pronto per qualsiasi altro, non sono fatti di cemento, ma di carta copiativa.
I centri commerciali sono rassicuranti perché hanno tutti lo stesso identico percorso, penso.
Ma il negozio sembra immenso, risaltano i colori chiassosi, le fantasie floreali, i vestitini in seta, i top minuscoli anche nella taglia xl, da dove si inizia Lara, ma non lo dico a voce alta.
Andrea si fida di me, dietro ai miei passi mi affida i suoi e andiamo al reparto uomo.
In quell’istante un commesso viene verso di noi, siamo i suoi prossimi venti minuti.
«Posso aiutarvi?»
«Sì, cerchiamo qualcosa di sobrio, non so, una camicia per lui, ma pure per me una camicia, forse.»
«Aiutatemi a capire, è per un’occasione particolare?»
«In che senso particolare, non lo so, cerchiamo qualcosa di sobrio, tipo nessun colore fluo, anzi proprio nessun colore.»
«Guarda ti aiuto io, dobbiamo andare al funerale di mio padre.»
Andrea pronuncia questa frase tutta d’un fiato come se l’avesse conservata per 32 anni in attesa di tirarla fuori, ma il tono della sua voce è calmo, rassicurante, riesce persino a ricentrare gli occhi smarriti del commesso.
«Perdonami non lo sapevo, provvedo e sono subito da voi, davvero mi dispiace e condoglianze.»
Mi ha sempre fatto impressione il bisogno delle persone di chiedere scusa per le morti che non potevano conoscere, spesso provo a doppiarle, anche questa volta lo faccio: che figura di merda, come mi è venuta una domanda così idiota, occasione particolare, ma come cazzo si fa.
Il commesso torna da noi dopo qualche minuto, nella testa ci ha il peso dell’imbarazzo e nelle braccia quello della collezione primavera-estate per un funerale.
«Per le taglie ho fatto a occhio, ma credo siano giuste.»
Andrea apre la tendina del camerino, indossa una camicia nera con un pantalone in cotone grigio scuro, il mio riflesso allo specchio è un vestitino nero fino alle ginocchia, nel colletto c’è un inserto in pizzo; le taglie sono le nostre, non si è sbagliato.
Mi rivesto e, mentre lo faccio, ripeto a voce bassa la parola condoglianze, scandisci lentamente: con do glian ze. La cestino, non mi serve.
Dopo aver pagato, andiamo verso l’uscita, non perdiamo tempo, ma io a un certo punto mi fermo. «Aspettami qui.»
Ripercorro il linoleum bianco all’indietro, cerco il mio commesso in ogni scaffale, lo trovo che sistema la confusione lasciata da qualche cliente, vado verso lui.
«Scusa ciao, eccomi di nuovo. Volevo solo dirti che era la domanda giusta da fare, era davvero un’occasione particolare e tu lo dovevi sapere per aiutarci e lo hai fatto. Sei bravo nel tuo lavoro.»
«Grazie, io, io, davvero, grazie.»
Dopo aver sistemato gli acquisti nel portabagagli, posso ricominciare a guidare.
Nella macchina, ora, ci sono cose che prima non c’erano: ci sono due buste, in una c’è la camicia nera con il pantalone in cotone grigio scuro che indosserà Andrea, nell’altra c’è il vestitino nero fino alle ginocchia con un inserto in pizzo nel colletto che metterò io.
Non ci siamo più solo io e Andrea. Nella macchina, ora, siamo un numero dispari: io, Andrea e il funerale di suo padre.

Il mio primo giorno di scuola elementare io non ci volevo andare perché la disposizione dei banchi mi faceva preoccupare, però mia madre mi ci ha portata.
Nella mia classe eravamo disposti su quattro file, ogni fila era composta da sei alunni divisi in tre blocchi di banchi, eravamo in ventiquattro, la mia compagna di banco si chiamava Concetta.
Il dolore è uno spazio vuoto che non verrà mai occupato da nessun banco perché il numero degli alunni è un numero dispari. Il bambino spaiato si volta prima su un lato e non c’è proprio nessuno, poi sull’altro e la distanza tra lui e un altro compagno è ingiusta, allunga il braccio: non tocca. Il bambino spaiato può dire alla prima persona singolare: io ho uno spazio vuoto accanto. Il bambino spaiato è l’unico a conoscere il segreto dello spazio vuoto, per questo si sente solo.
Io, Andrea e il funerale di suo padre siamo un numero dispari: non c’è nessun banco attaccato a quello di Andrea, Andrea prova ad allungare il braccio, ma non può toccarmi. Andrea è un alunno spaiato. Andrea può dire alla prima persona singolare: io ho un dolore. Andrea è l’unico a conoscere il segreto del proprio dolore, per questo è solo.
Io lo lascio fare.
«Qualche mese fa sono tornato, non ti ho chiamata, a prendermi all’aeroporto è venuto mio fratello. Ho pensato io vado serve il mio aiuto, fanculo il lavoro mi è pure scaduto il contratto e chi me lo fa fare a me di rimanere tanto tra due mesi vedrai che te lo rinnoviamo. Non lo so se serviva il mio aiuto, anzi non è servito a un cazzo, però io ci avevo bisogno di sapermi a casa per un periodo sufficiente a sentirmi di nuovo un figlio. Io non me lo ricordavo più che cosa significava.»
«E come è andata?»
«Stare a casa mi faceva stare bene.»
«La prima volta che sei partito, dovevi andare in Colombia per sei mesi, io avevo fatto la lista dei vaccini che ti dovevi fare, avevo detto me ne frego della tua filosofia del passa oggi che arriva domani, fatteli e basta!»
«Oddio, sì.»
«Tu non ci saresti mai andato a farteli, questo lo sapevo, però io ho passato lo stesso le notti a studiare i vaccini.»
«E perché?»
«Perché imparare tutti i vaccini mi faceva stare bene.»
«Pure quello per la febbre gialla avevi segnato, eri impazzita.»
«Sei diventato scemunito per la febbre gialla, allora.»
«Scemunita tu. Lara, provo a dormire un po’.»
Guardo l’asfalto che si distende davanti ai miei occhi, anche io sono una figlia a distanza, sono una sorella a distanza, sono un’amica a distanza. Sono una persona a distanza e dentro questa misura butto aria, la faccio respirare, provo a tenerla in vita: non lo so se mi riesce.

Quando arriviamo, il paesino che si chiama Noa è diventato color buio-ovatta.
Nei paesi minuscoli il lutto è ancora un rituale semplice, è fatto di silenzio, di tapparelle abbassate, di luci spente, di processioni in fila indiana e di cibo cucinato per la famiglia del defunto.
Gli abitanti dei paesi minuscoli hanno bisogno di ordinare la morte così la possono capire, penso.
Pure se sono nata in un paese piccolo io non la so mettere in ordine la morte, non l’ho mai capita, ho solo imparato a copiare dagli altri.
Anche Andrea, dopo aver indossato il suo vestito, comincerà a osservare e lo farà senza saperlo: è difficile immaginare una forma più pura di imitazione.
Non appena entriamo nella casa del lutto il nostro corpo non ci appartiene più, è solo una superficie per le braccia, le labbra e le mani delle persone che ci vengono incontro. E io mi lascio abbracciare, baciare, toccare, la mia pelle è un fazzoletto, raccolgo le lacrime, le posso trattenere, sono fatta di strati spessi, posso resistere.
Mi viene detto che la messa la celebra Don Paolo nel pomeriggio di domani, abbiamo fatto in modo che Andrea potesse tornare, grazie per averlo accompagnato.
La morte è un evento improvviso, violento e lo è pure quando provi a contarne l’attesa, poi diventa una giornata da programmare e, ancora, un’assenza da elaborare; tutto in quest’ordine.
Dopo un po’, il fratello di Andrea mi accompagna in una piccola stanza, è gentile con me.
«Puoi cambiarti o riposare, lì c’è il bagno, ti lascio degli asciugamani.»
«Perfetto, grazie.»
Mi vengono in mente alcune delle volte in cui ho risposto perfetto: amaro il caffè? perfetto, ci vediamo per cena? perfetto, ti lascio degli asciugami, perfetto. Mi chiedo se davvero ho mai creduto che la perfezione fosse in un caffè amaro, in un appuntamento per cena, negli asciugami puliti, o se questa è solo una risposta a caso, senza senso.

La bara al nostro arrivo era già chiusa, abbiamo preferito così dicono, non ho chiesto altro.
La separazione fisica sono poche azioni precise consegnate a mani esperte.
È il rumore di una tavola in legno di quercia che si interpone tra i tuoi occhi e un corpo freddo.
È la scintilla di una saldatrice a imprimerlo.
È una pietra in marmo con inciso un nome, un cognome e due date a santificarlo.
Durante le ore della veglia funebre rimango in disparte, sostengo con la schiena la parete della cucina, non parlo con nessuno, sono dentro la casa del lutto ma mi tengo lontana dalla morte.
Io sono una persona a distanza, sputo aria.
Mi torna in mente il commesso, avrei dovuto domandargli un abito in grado di mimetizzarsi con la sofferenza delle persone, avrei dovuto chiedergli se con il vestitino che aveva scelto potevo diventare una di loro. Perché non lo sono ed è chiaro, molti non ci hanno fatto caso perché nella testa hanno pensieri più ingombranti, altri invece sì.
Ai funerali contano i legami che il defunto ha avuto in vita, ogni persona è l’estremità di un filo che si è spezzato; anche io devo essere contata, devo presentare la mia estremità rimasta orfana.
«Scusa permetti una domanda, io e Nina ci chiedevano a chi appartieni, sei una lontana nipote di Antonio? Sei la figlia di Giuseppina, quella che vive a Parma? Non ci posso pensare, una malattia così cattiva e lunga, povero Antonio.»
«Non appartengo a nessuno, ho solo accompagnato Andrea, sono una sua amica.»
Il viso del mio inquisitore si irrigidisce, sono estranea ai fatti ma colpevole della mia presenza e, per questo, devo rendere testimonianza.
«Certo, sì. Comunque te lo avrà detto Andrea, Antonio non parlava più da mesi, senza l’ossigeno nemmeno riusciva a respirare, quando è così puoi solo metterti nelle mani del Signore e pregare perché non soffra.»
«In che senso scusi?» ma non sono certa di voler ascoltare la risposta.
«Nel senso che puoi solo pregare la morte.»
«Capisco.»
Ma io non ho mai pregato perché qualcuno smettesse di soffrire, io mi sono disperata, ho puntato i piedi a terra, ho scalciato, non è giusto ho urlato e anche così la sofferenza non smetteva. La sofferenza passa da un corpo all’altro e si espande, ma non smette mai, questo ho imparato.
«Povero Antonio, una malattia così lunga e brutta.»
«Immagino.»
«E’ una cosa che stringe il cuore, ma siamo nelle mani del Signore, possiamo solo piangere, piangere e pregare…»
«Permette? Vado a prendere un po’ d’aria, il colletto del vestito è strettissimo.»
Mi allontano e penso a quando, nella strada in cui io e le mie ginocchia sbucciate siamo cresciute, si giocava a campana.
Io, se finivo i compiti in tempo, potevo andare a giocare, altrimenti mi veniva concessa solo una piccola interruzione dai doveri scolastici.
In quei minuti di pausa potevo guardare gli altri bambini giocare a campana: lanciavano il sassolino all’interno del riquadro scelto, cominciavano a saltellare su una gamba sola, si fermavano in corrispondenza del sassolino, lo raccoglievano e, nel farlo, cercavano di non mettere il piede a terra.
Ma io ero fuori dal gioco, non mi riguardava, non dovevo aspettare il mio turno, io restavo ai margini della campana.
Nella casa del lutto seguo con gli occhi il colpo secco di qualcuno dentro il riquadro funerale, guardo le persone intorno a me saltellare e raccogliere da terra la propria appartenenza, osservo le linee del gessetto che altre suole e altre parole consumano.
Ci sono le morti che sono nostre e ci sono le morti che non sono nostre, e questa non è mia, io non le conosco le lacrime per questa morte: non lancio, non saltello, non raccolgo, non consumo.
Io non ho da perderlo l’equilibrio.

Quando arriva il pomeriggio del giorno dopo, il paesino che si chiama Noa è diventato color grigio-vociare.
Il corteo funebre si muove lentamente, a ogni passo un sampietrino calpestato, a ogni sampietrino un fiore lasciato cadere. Quanti fiori devono morire per un solo funerale.
Mi fa male la testa, provo a non badarci, faccio le cose che vedo fare, indosso lo stesso vestitino nero fino alle ginocchia da 24 ore, il mio cellulare è spento da altrettante.
Io e Andrea non ci siamo più parlati da quando siamo arrivati; penso che davanti alla sua famiglia non ha mai fumato, non l’avrà fatto neppure questa volta, per farlo sarà uscito di casa ma non mi ha chiesto di accompagnarlo.
Andrea non vuole ancora parlare con me e io glielo lascio fare.
In chiesa occupo una seduta sul fondo, mi concentro sulla statua di San Nicola, i colori sono il verde, il marrone, il rosa, il dorato, San Nicola ha gli occhi fissi, molto grandi, con la mano sembra rivolgermi un cenno, ma io non ho niente da confessare, perciò rimaniamo zitti io e San Nicola.
Invece Don Paolo parla in un italiano impreciso, a volte dice cose in dialetto, non le capisco, dice pure contenuti che non capisco, ha detto sette volte – le ho contate – la gioia della vita eterna.
In quel momento so di essere una persona semplice, a mancarmi dei miei morti, nell’unica vita che conosco, sono le voci: alcune di loro non le ricordo più.
L’odore dell’incenso sulla bara, l’odore dei fiori a ricoprirla, l’odore di fumo delle candele accese ai piedi dei santi sono di nuovo tutti dentro la mia testa, si fanno spazio più a fondo, diventano altra materia.
La separazione fisica sono poche sensazioni precise consegnate a cervelli impreparati.
È un buco dentro la pancia che non si chiude.
È un arto fantasma accanto a un arto presente.
È un nome da pronunciare solo al passato.
Ho il mio buco nella pancia, non conosco il modo di toccare le mani quando smettono di esistere, non pronuncio più i nomi dei morti: è tutto quello che ho imparato dal mio corpo mutilato.
Io e Andrea non ce lo siamo detti, neppure che il dolore non lo puoi frazionare ci siamo detti; a un certo punto Andrea troverà il modo di fare funzionare il suo dolore come un sistema necessario e allora io lo saprò.
Quando Don Paolo dice che la messa è finita, questo fatto non è ancora sufficiente.
Guardo la fretta negli altri di pronunciare la parola condoglianze, guardo i confini tra la famiglia di Antonio e il resto confondersi, guardo i loro corpi espropriati: l’invasione è il fiato della parola condoglianze che diventa vapore acqueo, si posa sulle superfici, le ricopre. Le persone provano a misurare il dolore, il dolore diventa così una grandezza possibile.
Ai funerali, dopo aver contato i legami, si deve dividere il dolore.
Ogni funerale è un manuale di algebra, penso, ma io Andrea non lo so misurare, io so contenerlo tutto intero, mi va bene.

L’ingresso del cimitero di Noa è un piccolo cancello aperto, ha la precisione di una bara portata in spalla. Le tombe sono curate, i morti del cimitero di Noa hanno i fiori sempre freschi, un lume acceso e una preghiera al giorno.
Mia nonna diceva che prendersi cura delle tombe è una cosa importante, io non ho mai provato a contraddirla.
Anche Antonio avrà i fiori sempre freschi, un lume acceso e una preghiera al giorno; ma Antonio continuerà ad avere un figlio a distanza che non gli porterà i fiori freschi, non accenderà nessun lume e non riprenderà a pregare come quando aveva otto anni.
Il figlio avrà sempre un buco nella pancia che non si chiude.

Andrea ha ricominciato a parlarmi.
Prima di ritornare a Roma, mi ha chiesto di andare dalla parte di mare dove il sole tramonta.
Io a questa cosa non ci sono abituata, per me il sole si alza dall’acqua, l’ho imparata così la linea che separa l’orizzonte dal mare, ma questa volta mi lascio tracciare da una retta che non è la mia.
Mi piacerebbe raccontargli che l’inserto in pizzo sul colletto mi ha fatto uscire pazza e che io e San Nicola ci siamo guardati ma siamo rimasti zitti.
Non ci sono proprio riuscita a dire condoglianze e non sarò mai capace di misurarci, pure questo vorrei dire. Però non dico niente.
«Non ci credo che sei andata a un funerale con i capelli blu.»
«Dillo a me.»
Qualche volta penso che potrei scrivermi direttamente sulla pelle con un pennarello resistente, tutta scritta potrei andare all’Ufficio Postale: Salve mi dà un francobollo, dovrei spedirmi. Sono una lettera che arriva a mia nonna: Cara nonna, mi sono scritta perché volevo chiederti se per te sono stati troppo i capelli blu al tuo funerale e se sì ti domando scusa.
Andrea mi guarda, non dice niente, si incammina verso la riva, l’acqua gli bagna le scarpe; ha gli occhi concentrati verso il mare, forse pensa che ha un buco nella pancia che prima non aveva e a come farlo funzionare.
Io lo seguo, dietro ai suoi passi affido i miei, ma rimango zitta e così diventiamo ancora silenzio, lo capiamo; nessun bicchiere di cristallo sottilissimo cade a terra.
Non lo so per quanto siamo stati in piedi a fissare il mare, mi viene da sorridere, non lo so per quanto mi aveva scritto Andrea, ha avuto ragione.
«Sei stanca? Guido io.»
Saliamo in macchina, poggio la testa sul finestrino, non voglio dormire, ma mi si chiudono gli occhi, allora li chiudo e penso a quella canzone che Andrea canta spesso, si chiama Se un giorno.
Le parole non me le ricordo a memoria però la canzone dice che le cose non tornano mai e che tu e io lo sappiamo che non tornano mai e che dobbiamo preferire le cose che non tornano mai perché mica ce lo abbiamo un bravo pilota automatico o la strada segnata come i centri commerciali, anche se la canzone non lo dice dei centri commerciali; quindi, continua la canzone, se un giorno qualcuno ci dice come funzionano le cose e come si piange, io e te non ci dobbiamo credere e non ci dobbiamo fidare delle cose messe in ordine e delle persone che loro lo sanno come metterle in ordine, tu non ti devi fidare nemmeno di me se un giorno te le dico io queste cose perché per fortuna i discorsi tra noi non tornano mai.
Per fortuna, il dolore tra noi non ce lo dobbiamo spiegare.
E dentro questa cosa, io e Andrea, ci possiamo sentire finalmente vincibili.
Nella pancia, i nostri due buchi prendono aria, si tengono in vita.
Lascia fare Lara.
Lascia fare Andrea.

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Sara Mariotti

Sara Mariotti è abruzzese dal 1982, vive a Roma e prima ancora a Bologna. Ha una laurea in Giurisprudenza, lavora di questo. Scrive cose: una volta ha scritto con Babalot i testi per Dormi o Mordi, poi una storia per Abbiamo le prove che è finita su Paginatre di Radiotre. Ci sono pure altre cose dentro il suo pc. Su twitter è @essedisare.