Cuba, qué linda

by Claudio Magliulo

Il pulmino degli italiani è in ritardo.
Non so esattamente di quanto, perché non ho un orologio da polso – nessuno ce l’ha, a parte il direttore-, ma penso che siano circa quaranta minuti, forse di più.
Dall’aeroporto di Holguín a qui ci vuole circa un’ora, ma dio sa cosa può capitare lungo la strada, con la confusione di questi giorni.
Fidel è morto.

Non c’è molto altro da dire, se non che il vecchio Nestor continua a mormorare disperato le parole di Lagrimas Negras. Aunque tú me has dejado en el abandono. Aunque tú has muerto todas mis ilusiones [Anche tu mi hai lasciato nell’abbandono. Anche tu hai fatto morire tutte le mie illusioni. (NdA)]. Ad ogni fine di strofa smette di spazzare il pavimento della reception e ride tra sé e sé asciugandosi gli occhi lucidi. Dalla radio la voce grave del comandante Raúl si rompe e non riesco a capire se sia un disturbo elettromagnetico o se questa volta, per un miracolo della Rivoluzione, El Chino si sia lasciato sfuggire un sospiro rauco.
Aleida spinge il carrello con le lenzuola e gli asciugamani fuori dalla 23 e a me che me ne sto impalato davanti alla reception pare che i suoi fianchi si muovano a tempo con il mare inquieto. Mi saluta da lontano con un mezzo sorriso, poi si guarda attorno e riprende la sua solita espressione grave.
Sua nonna è stata una grande rivoluzionaria. Mentre Fidel, Raúl, il Che, Camilo Cienfuegos e tutti gli altri se ne stavano sulla Sierra Maestra, la nonna di Aleida sabotava l’odiato regime di Batista camminando svelta dentro e fuori dai casini e i club dell’Avana. La sua bellezza era leggendaria, il suo bacio mortale.
La sua era una tecnica elegante. Si faceva notare dal suo obiettivo, sempre uomini di mezza età con posizioni chiave nella polizia segreta o nel governo. Lasciava che le offrissero da bere, intavolava conversazioni in cui faceva sempre la parte della giovane cantante sprovveduta e vanesia in cerca di entrature presso il regime. Poi si avviava verso i bagni e faceva in modo di farsi seguire. Mentre le mani dell’uomo erano impegnate a tastare e palpare, estraeva dalla piccola borsetta un innocente rossetto dentro il quale era nascosto un piccolo dardo avvelenato. L’attacco di cuore era istantaneo. Prima ancora che il personale del locale scoprisse il corpo, la nonna di Aleida era già lontana. Nessuno l’aveva vista entrare, né uscire. Nei loro rapporti, gli agenti della polizia segreta la chiamavano Medusa. Le attribuirono oltre duecento omicidi, tutti i morti di cuore del regime nei casini e club della capitale.
Non fu mai catturata, ma la Rivoluzione fu tutt’altro che generosa con la Medusa dell’Avana. La guerra per la liberazione doveva essere un affare di piombo e sangue e fango, una cosa da patrioti ed idealisti che, un metro alla volta, avevano strappato l’isola dalle mani del fantoccio norteamericano. La Rivoluzione era una faccenda maschia. Non c’era spazio nell’iconografia per una donna giovane, bella e letale, che aveva probabilmente salvato la vita a tutti loro più e più volte, freddando il capitano che avrebbe dovuto guidare quella certa spedizione proprio nel momento di massima debolezza degli insorti, o il colonnello della polizia politica che aveva torturato e ucciso un compagno e che prima di stendere il rapporto con le informazioni raccolte aveva preferito andarsene al club a guardare un po’ di carne soda.
Dopo il trionfo della Rivoluzione, la nonna di Aleida era finita a fare la maestra a Baracoa e ad Aleida aveva trasmesso due cose: una bellezza folgorante e difficile da nascondere e una insolita passione per i romanzi d’appendice.
Tutte queste cose le so perché ogni tanto, quando possiamo incontrarci alla fine del turno e il mare è di una certa sfumatura turchese e un po’ imbronciato, Aleida non prende subito la vecchia corriera scassata verso casa e se ne resta invece un po’ nascosta, in un angolo della spiaggia dietro la prima fila di palme più a nord, lontano dalla reception e dalla sala ristorante e dai bungalow, dove la vegetazione si getta in mare e le palme si trasformano in mangrovie.
È lì che Aleida mi aspetta, o che io l’aspetto, ed è che lì che restiamo a guardare il mare in silenzio finché non le viene voglia di parlare. È uno dei vantaggi di lavorare in un resort di proprietà dello stato. Mi dicono che sulla costa sud e nei cayos ci sono resort come questo, ma molto più lussuosi, dove giovani turisti canadesi e gringos passano intere settimane ad ubriacarsi e a prendere il sole e a lanciare le ragazze in piscina. Quelli sono i resort nuovi, si raggiungono percorrendo lunghe strade strette che attraversano la laguna, e sono interdetti ai cubani, a meno che non lavorino lì. Dicono fosse il prezzo da pagare per far crescere il turismo, visto che di zucchero e tabacco si campa sempre meno e non abbiamo mai capito come fare a fabbricarci da soli i nostri trattori e i nostri frigoriferi.
Il nostro resort si chiama Villa Don Josè, perché una volta ci abitava un grosso porco capitalista che comandava tutta la zona e le piantagioni attorno, ma è un posto molto più quieto e senza pretese. Infatti non lo chiamiamo resort, ma villaggio turistico. Ci vengono più che altro degli italiani, qualche polacco, un po’ di cinesi.
Gli italiani sono i miei preferiti, perché hanno sempre l’aria di essersi persi, ma convinti che il fatto di essersi persi sia necessariamente dovuto a una forma di scarsa pianificazione del destino. Come se qualcuno gli avesse cambiato la mappa sotto i piedi e adesso non sapessero esattamente in che direzione muoversi e per andare dove.
Hanno quell’aria anche questi italiani, quando finalmente scendono dal pulmino, sbattendo le palpebre per cercare di capire se gli piaccia o meno questo posto e come fare per cambiare indietro gli ultimi pesos di moneda nacional, incautamente cambiati in eccesso e mai usati. Qua nessuno la vuole, la moneda nacional. Ne abbiamo abbastanza di consumare le vecchie banconote grigiastre per comprare caffè e farina e tabacco, mentre nelle vie turistiche della capitale i negozi espongono collezioni di scarpe americane fluorescenti, tutte acquistabili sempre e solo in CUC. Anche mia zia, che ha una piccola casa particular a Baracoa, accetta solo pagamenti in CUC e regali per i nipotini e le nuore: penne e quaderni per i primi, saponette per le seconde. La zia dice che ogni volta che va a cambiarli, quei chavitos, si sente una marchesa. Ogni chavito, venticinque pesos, una moltiplicazione illusoria, certo, ma sempre una moltiplicazione.
Armando, l’autista del pulmino, è un santiaguero nero come la notte e alto come una montagna. Non dice una parola mentre scarica le valigie degli italiani. Mi sembra di assistere ad un gioco di prestigio: ogni volta che ne tira fuori una penso che sia l’ultima, e invece no, ce n’è ancora, e ancora, e ancora.
Alla fine gli italiani si incamminano tutti come una colonna in rotta, ognuno trascinando e spingendo e caricandosi in spalla due o tre tra valigie e zaini da escursionista. Si intralciano, si pestano un po’ i piedi, e alla fine percorrono i dodici metri che separano il pulmino dalla reception.
La radio è ancora accesa, ma gli italiani non capiscono molto. Sentono solo il nome di Fidel, quello lo riconoscono. E poi si girano tutti verso quello che sembra il capo o l’accompagnatore o la guida, l’unico che parli uno spagnolo più o meno accettabile.
«Falleció? Falleció?», chiedono.
«Morto», dice l’italiano togliendosi gli occhiali da sole, forse cercando di conferire una certa gravità al momento. Difficile farlo, con i pantaloncini del mare e scottature su ogni centimetro di pelle esposta.
La truppa degli italiani si copre la bocca con le mani. Si guardano, non sanno se essere tristi, sollevati o fortunati di essere proprio qui proprio oggi che il Comandante Fidel ha acconsentito a morire – nessuno, nemmeno la Morte stessa, avrebbe potuto convincere Fidel a fare qualcosa contro la sua volontà-, che storia che potranno portare a casa tra due giorni, quando l’aereo sarà stato riparato con i pezzi spediti dall’Italia e potranno tutti tornarsene alle loro vite, che non so immaginare.
Alla fine il pragmatismo o il disinteresse cosmico della compagna alla reception hanno la meglio e gli italiani possono essere istradati alle loro casette, dei bungalow di legno su due piani che Aleida e le altre hanno appena finito di pulire e rassettare. Li accompagno come un cicerone un po’ malinconico per le stradine interne del villaggio. Siamo appena usciti dalla stagione delle piogge e degli uragani – gli italiani viaggiano spesso e volentieri in bassa stagione, un’altra delle cose che mi piace di loro – e in giro non c’è nessuno a parte noi dipendenti e gigantesche foglie di palma cadute e per il momento accumulate ai lati dei percorsi pedonali.
Quello che parla spagnolo mi aggancia un po’ e inizia farmi ogni genere di domande su di me, Cuba, la Rivoluzione, Fidel.
«¿Y qué crees que va a pasar, ahora?»
Non so cosa rispondergli. Cosa succede quando tramonta il sole? Cosa succede quando muore tuo padre, tuo nonno, lo zio che ti insegnò a pescare, lo zio che ti insegnò i nomi delle costellazioni o quando è il momento giusto per raccogliere le fave di cacao?
Mentre smisto gli ospiti a gruppi di due nelle stanze, l’italiano mi chiede se adesso cambierà tutto.
Gli rispondo con una frase de Il gattopardo, che anche lui pare conoscere, anche se mi confessa di non aver letto il libro.
Lo mollo sulla soglia della numero 16, e lui mi guarda con un misto di rispetto e compassione che ho imparato a riconoscere negli aficionados dell’isola. Non sa se essere contento per me, perché forse adesso anche Cuba potrà comprarsi un poco di democrazia con contante norteamericano, oppure dispiaciuto perché Fidel è Fidel e perché l’anima dell’isola, lui teme, rischia di perdersi “en el laberinto de la modernidad”, qualunque cosa voglia dire.
Prima che ci arrivino gli ospiti, vado al bar della piscina e mi faccio dare un ron abusivo da Ausilio. Brindiamo in silenzio alla salute del Comandante e alla nostra, mentre le palme si muovono lente e le casse appese alle travi del porticato diffondono a basso volume un motivetto portoricano. Per un attimo mi sembra che il tempo si sia fermato e che resterò per sempre qui, in piedi al bancone del bar.
Ausilio è un santero, è convinto che lo spirito di Fidel stia in questo momento vagando per l’isola, alla ricerca di qualcuno da possedere.
«Non c’è dubbio, il compagno Fidel non ce la fa a lasciarla, Cuba, per lui è come una donna e una madre e una sorella».
Io non credo alla santerìa né alla religione cattolica né a niente del genere. Sono un ateo materialista cubano che non si toglie mai l’azabache [pezzo di giaietto incastonato in oro e trasformato in collanina e poi braccialetto per i bambini cubani. Un portafortuna, tiene lontano il malocchio. (NdA)]e non porta mai via conchiglie dalla spiaggia. Però penso che se esiste una forma di vita dopo la morte, se a Fidel fosse dato tornare di nuovo in questo mondo, magari da neonato, allora dovrebbe rinascere nero, santero e omosessuale come Ausilio. Non faccio in tempo a spiegargli questa cosa, perché già i primi turisti si sono avventurati in giro per il villaggio, curiosi e fintamente disinvolti come tutti gli italiani che ho conosciuto.
Ausilio sposta i suoi due metri da mulato con trova [ublna delle tante sfumature razziali con cui i cubani si catalogano a vicenda. Mulato con trova è un epiteto benigno che descrive cubani di razza mista con caratteristiche fisiche e culturali più decisamente afro-caraibiche. “Mulatto con l’anima” o “Mulatto con il ritmo”. (NdA)] alla friggitrice e inizia a raccontare la ricetta segreta per il ketchup ereditata da sua madre, che ha rivelato finora solo ad un altro migliaio di turisti di passaggio.
Io invece mi allontano con discrezione e raggiungo la spiaggia oltre le palme. Quasi sempre bisogna attraversare un pezzo di mare con l’acqua al ginocchio per raggiungere quell’ultimo tratto di spiaggia. Certe volte mi piace arrivare prima e guardare Aleida uscire dall’acqua come Yemanjà, la gonna sollevata molto sopra le ginocchia, la pelle caffelatte delle gambe gocciolante. Questo capita di solito con il bel tempo.
Quasi sempre lei mi rimprovera con lo sguardo e un mezzo sorriso timidamente sfrontato, perché sa di avere delle belle gambe e sa che mi piace guardarle. La maggior parte delle volte ce ne stiamo seduti l’uno affianco all’altra a guardare il sole calare sul mare, la sua testa sulla mia spalla, e parliamo. Altre volte ci baciamo. Aleida mi stringe sempre i lati del collo tra le mani, mentre mi bacia, come se la mia testa fosse un piccolo orcio pieno d’acqua fresca e lei fosse appena scampata al deserto.
Un giorno io e Aleida ci sposeremo, infilerò un anello su quelle dita eleganti e apriremo la nostra casa particular e avremo una bella terrazza affacciata su Baracoa e un giardino sul retro dove faremo l’orto e terremo delle galline, e il vicino avrà un gallo che non ci farà dormire la notte perché vuole raggiungere le galline dall’altra parte dello steccato, e rideremo e ci ameremo senza fare troppo rumore per non svegliare gli ospiti, ma con le finestre aperte, per far entrare il vento e la luce delle stelle.
Spero che ci sia anche sua madre. So che è malata, ma Aleida non mi dice molto, è riservata. So solo che le medicine che passa l’ospedale non bastano mai. Comprarle costa.
Aspetto Aleida in spiaggia per quasi un’ora, ma stasera non arriva, forse ha avuto altro da fare, forse il supervisore l’ha vista mentre si allontanava e lei ha cambiato strada. Forse ha ricevuto una telefonata ed è dovuta scappare a prendere la corriera verso casa. Me ne sto solo a pensare a Cuba, al futuro e al mondo un altro po’, e vorrei avere un sigaro da fumare, anche tabaco popular, ma non ce l’ho.

Gli italiani restano al villaggio più a lungo del previsto. Pare che ci sia stato un malinteso e l’aereo partito da Milano di domenica non ha imbarcato i preziosi pezzi di ricambio, né i tecnici della compagnia aerea che, soli, sanno dove mettere le mani.
Dal loro punto di vista, quest’attesa dev’essere come stare in un dolce estenuante limbo.
Vorrebbero uscire dal villaggio, visitare i luoghi circostanti, fare un giro tra le case colorate di Baracoa, ma dalla compagnia aerea dicono loro di tenersi pronti, che quando arriverà la chiamata dovranno fare i bagagli e partire immediatamente, che è questione di poche ore. Quindi aspettano.
Una di loro mi mostra la guida turistica che si è portata dietro. Dentro c’è una foto molto bella e troppo colorata di Baracoa, sembra nuova. Forse è stata scattata l’ultima volta che Fidel ha fatto visita lì e agli abitanti è stato chiesto di ridipingere tutte le case.
L’italiana è giovane, avrà la mia età, forse qualche anno in più che si accumula nelle prime zampe di gallina e in una manciata di capelli bianchi che non ha tinto e non ha tirato via.
Mi dice in uno spagnolo esitante che le piacerebbe vedere cosa c’è dietro quelle porte. Vuole vedere la Cuba verdadera, gli odori, i colori, i rumori. Mi rendo conto che potremmo tirare su qualche soldo portando in giro questi turisti, aprendo loro le nostre case e baracche, mostrando l’ingegno con il quale ripariamo i vecchi televisori, le bambine che studiano alla luce di una candela perché l’elettricità è saltata di nuovo e se ne riparla tra tre giorni, gli intonaci sbriciolati che si ricordano ancora i tempi di quando Breznev ci mandava i rubli e il Che era vivo. Però bisognerebbe fare attenzione a dosarla bene, la Cuba reale, evitando troppi giri nelle strade bloccate dai detriti delle case crollate, i pisos senza finestre dove si dorme su materassi sporchi e sfondati, venti in una stanza, i bagni dove le ragazze si lavano a pezzi dalla bacinella prima di uscire in cerca di clienti.
L’italiana mi mostra le foto che ha scattato all’ex caserma Moncada, ora scuola elementare modello con busto di Josè Martí. Le pareti dove i fori dei proiettili esplosi dai patrioti del Movimento 26 Luglio sono stati conservati intatti, un memento al fatto che esta Revolución es eterna, che ci sono sempre dei nemici fuori dall’isola che la vorrebbero rivedere schiava e assurdamente entusiasta come le notti del Tropicana sotto il cane Batista.
All’italiana brillano gli occhi. Mi racconta di altri suoi viaggi in America Latina, della povertà estrema nei barrios bajos di Lima, già mangiati dal deserto e senza strade e senz’acqua e senza luce, a pochi chilometri di distanza dai golf club e le ville con cancello elettrificato e guardie armate di Miraflores.
«Voi cubani potete essere orgogliosi», dice. «La Rivoluzione ha cambiato il mondo»
La ringrazio a nome del popolo cubano e non le dico quello che non posso dirle, e cioè che da due generazioni a questa parte la nostra rivoluzione la stiamo combattendo non imbracciando il fucile, ma tirando la cinghia. Certo, anche i barbudos hanno tirato la cinghia per sei anni sulla Sierra Maestra. Ma loro, a differenza di noi, avevano qualcuno a cui sparare.
Passo un pomeriggio in cima alla grande tettoia del bar, che a quanto pare ha un buco dal quale si vedono le stelle ed entra anche la pioggia. Il villaggio, visto da lassù, pare un accampamento di gente che sia in attesa da anni di prendere il mare con la prossima imbarcazione, ma la nave non arriva mai in porto, le tende e le baracche diventano casette di legno, qualcuno alza delle bandiere, si costruisce una sala comune e a un certo punto il mare e quello che c’è dall’altra parte vengono dimenticati.
Appollaiato in cima alla tettoia, mi sembra di scorgere il profilo di un veliero all’orizzonte e mi ricordo di quando, ragazzino, passavo il tempo in biblioteca a leggere i romanzi del Corsaro Nero. Nella mia immaginazione lo spietato governatore di Maracaibo era Fulgencio Batista, il Che era il Corsaro Rosso, appassionato e colto da morte eroica ma prematura. Fidel era naturalmente il Corsaro Nero, del conte di Roccabruna e signore di Ventimiglia aveva gli stessi lineamenti fini, la stessa carnagione pallida, la stessa serietà pensosa e ardente. A quei tempi sognavo di imbarcarmi anche io per esportare la Rivoluzione in tutte le Antille, il veliero si sarebbe chiamato naturalmente Granma, e alla fine della storia sarei eroicamente perito in uno scontro all’ultimo sangue con l’astuto ma corrotto governatore degli Stati Uniti, che le mie nozioni di geografia mi inducevano a ritenere in controllo dell’intero continente, fatta eccezione per la nostra piccola isola di corsari rivoluzionari. Con le mie ultime forze, prima di morire cara al sol, avrei pronunciato un discorso bellissimo e immaginifico degno di Martí e di Fidel. Galvanizzati dal mio messaggio di sacrificio ed eroismo, i Caraibi sarebbero diventati una grande federazione comunista, come l’Unione Sovietica, ma più allegra, naturalmente.
Erano ancora i tempi dello zucchero, quando l’intera piana a sud di Holguín si risolveva in una gigantesca piantagione di canna da zucchero, e c’era lavoro e nessuno aveva ancora coniato l’espressione periodo especial. Papà lavorava in uno degli stabilimenti, mamma faceva la sarta e avevamo una piccola casetta con i fiori e persino un cagnolino, che avevo chiamato Lenin, perché non si fermava mai.
Di quegli anni ricordo la propaganda sul latte, che mi rincorreva ad ogni angolo di strada, usciva dalla radio, dal televisore, intimando il coraggioso popolo cubano, vittima innocente dello scellerato bloqueo[L’embargo imposto dagli Stati Uniti. (NdA)], a riservare il latte ai bambini, perché crescessero forti e sani rivoluzionari, pronti ogn’ora a sollevarsi in armi contro l’invasore. Mi sentivo come un ladro. Non avevo fatto niente per meritarmi tutto quel sacrificio, eppure quella rinuncia collettiva per il mio bene mi faceva sentire responsabile. Non una goccia di quel prezioso latte delle miracolose vacche cubane sarebbe stato sprecato con me, lo promettevo al compagno Fidel ogni volta che il suo volto sbucava dietro l’angolo di un palazzo o sulle pagine del giornale, spesso e volentieri colto nell’atto di pronunciare un discorso formidabile, l’indice puntato verso il cielo dal quale ci eravamo ribellati, il corpo slanciato in avanti verso un futuro socialista e di giustizia. Potevo quasi sentire l’onda d’urto di quel discorso, come una forza propulsiva e inarrestabile che avrebbe fatto tremare il Presidente degli Stati Uniti nella sua casa tutta bianca e avrebbe svegliato nei loro tuguri e catapecchie e nelle loro amache i diseredati e i dannati della Terra.
Poi i maledetti gringos s’inventarono lo sciroppo di mais e l’URSS si sbriciolò davanti ai nostri occhi increduli ed esausti come un gigante dai piedi d’argilla. Chiusero gli zuccherifici, nessuno comprava più vestiti e un giorno al ritorno da scuola mi dissero che Lenin se n’era andato a portare avanti la Rivoluzione con un manipolo di altri coraggiosi canidi.
Ho passato troppo tempo sulla tettoia, il sole mi picchia in testa e vedo un po’ sfocato. C’è Aleida che attraversa il viale principale del villaggio. Cerco di richiamare la sua attenzione agitando il braccio, ma riesco solo a perdere l’equilibrio, ricadendo pesantemente a sedere su una delle travi, che lancia un lamento. Ausilio esce sotto il sole cocente e mi chiede se è tutto a posto. Mi aiuta a scendere e mi offre un bicchiere d’acqua.
Non ci sono ospiti in vista. Ausilio mi costringe a prendere cinque minuti di respiro all’ombra della tettoia. Resta in piedi a braccia conserte e uno sguardo a metà tra il preoccupato e il risentito. Aleida è scomparsa in una delle stanze, credo. Non riesco a parlarci da tre giorni, a volte capita così. L’Oceano agitato spazza la spiaggia quasi con rancore, le onde brevi e violente schiaffeggiano la sabbia e si infiltrano tra le prime file di palme. Non c’è più traccia delle nostre orme di poche notti fa.

Gli italiani si sono ambientati, ormai.
Ci chiamano per nome, ci sorridono e noi sorridiamo di rimando. Per iniziativa del direttore, tutti i camerieri del ristorante indossano una grossa spilla gialla con una faccina sorridente. Quando si inclinano a porgere il menu o a versare l’acqua in bottiglia, la faccina si trasforma in un invito agli ospiti del villaggio che suona come un vago ordine. “Customers must be happy“, ma non si sa se siano gli ospiti a doversi divertire per forza o se siano i camerieri a doverli fare contenti. Nel dubbio, i colleghi servono ai tavoli sempre con lo stesso sorriso professionale in volto. Gli americani, quando passano di qua, ci marciano su.
«I asked you another bottle of water five minutes ago. Don’t you wanna make me happy?», dicono, e ridono. Poi lasciano laute mance e generici complimenti in uno spagnolo tutto arrotondato e buffo. «Moocho graceeas, senyòreetah».
Gli italiani, invece, si sforzano di sembrare soddisfatti. È ormai chiaro a tutti che non sopportano la nostra cucina, però fanno finta per farci contenti. Stasera il cuoco Miguel è uscito in sala e si è messo a chiacchierare con la tavolata degli italiani, scusandosi per la ripetitività del menu, ma chiarendo che c’è solo un certo numero di piatti che un cuoco può preparare, dovendo scegliere tra gli unici quattro ingredienti a disposizione: riso, fagioli neri, gamberoni e verdure in scatola.
Mezz’ora dopo dalla cucina arrivano tre vassoi di platanitos per gli ospiti italiani. «Courtesy of the chef», dice compunto Martín, mentre serve le frittelle di banane verdi agli ospiti estasiati.
Dopo le intemperanze dei giorni passati, il vento è caduto di colpo. L’Oceano è una tavola di cristallo su cui si riflettono le stelle, e gli italiani si piazzano tutti in veranda a chiacchierare, giocare a carte, fumare uno dei costosissimi sigari comprati a prezzo da rapina il primo giorno, allo spaccio della fortezza del Morro all’Avana.
Il coordinatore del viaggio, quello che mastica un po’ lo spagnolo, sta un po’ in disparte e osserva con molta attenzione i culi delle colleghe impegnate a sgomberare i tavoli e richiudere gli ombrelloni per la notte.
«¡Ay ay, compadre! Las chicas cubanas son unas cosas…», mi dice, facendo un gesto universale di apprezzamento con il palmo chiuso portato alla bocca e poi spalancato come quando sboccia un fiore.
Forse cerca la complicità maschile, la strizzatina d’occhio, ma per qualche ragione la sua osservazione m’infastidisce. Abbozzo e cambio argomento chiedendogli se sia vero che in Italia hanno un dolce che si chiama proprio “cubana”, ma non mi stupisco quando più tardi, un pezzo dopo mezzanotte, vedo l’ombra di una donna alla finestra della sua stanza.
Freno l’impulso di andare a chiamare Ausilio e andare a bussare alla 16 con la scusa di controllare il condizionatore difettoso. Forse la donna è una del gruppo, forse proprio quella con cui ho parlato l’altro giorno. Forse si sono conosciuti durante il viaggio, si sono piaciuti, forse lui l’ha portata a mangiare in un certo paladar lontano dalle trappole per turisti dell’Habana vieja e forse lei gli ha raccontato dei suoi gatti e della sua solitudine, e in qualche modo hanno trovato delle cose di cui parlare, forse si sono piaciuti per procura, ciascuno affascinato non tanto dall’altro, quanto dall’improvvisa brezza di libertà data dal viaggio e dalle notti fresche e melodiche di Cuba.
In fondo è per questo che vengono qui. Ognuno ha le sue ragioni: il tour sui luoghi della Rivoluzione, le spiagge di sabbia fine e l’ananas pulito col machete e servito capovolto, le passeggiate sul lungomare Malecón, la musica, il mare, la disperata vitalità della nostra gente. Ma tutti condividono un’esigenza fondamentale, quella di fuggire da sé stessi, di immaginarsi diversi, più interessanti, non turisti ma viaggiatori. È che Cuba ti induce nella falsa convinzione di conoscerla da sempre appena ci metti piede, così mi disse una volta un canadese che torna da noi tutti gli anni e tutti gli anni mi dice che sta cercando di comprare casa a Camaguey, ma non ci riesce mai o cambia idea appena ripartito. Cuba è come uno sconosciuto che si siede al tuo tavolo e intavola una conversazione e non sai come, ma un’ora dopo avete già fatto fuori tre bottiglie ed è arrivata un’orchestrina mariachi e al tuo tavolo siete in otto e la notte scivola giù e dentro la gola con il tocco vellutato di un buon ron.
Naturalmente è un’illusione, ma su questa illusione ci campiamo, almeno da quando hanno chiuso gli zuccherifici e il muro di Berlino è caduto e la guerra socialista in Angola ci ha lasciato in eredità qualche decina di migliaia di reduci, invalidi e amputati. Quindi cerchiamo di farli contenti e gli diciamo sempre di tornare a trovarci, tanto noi siamo qua, non andiamo da nessuna parte.

Da quando Fidel è morto, il grosso televisore LCD del ristorante sta facendo gli straordinari. Una folla oceanica si è presentata in Plaza de la Revolución per rendergli omaggio, e adesso ecco che le ceneri del padre di noi tutti, del Líder Máximo e salvatore della patria Fidel Alejandro Castro Ruz, natìo di Bìran e protetto della santa Madonna del Cobre per intercessione della madre Lina, avanzano tra due ali di folla lungo la Carretera Central, facendo il percorso inverso a quello compiuto dai camion e dalle motociclette dei rivoluzionari nella Caravana de la Libertad, gennaio 1959, ancora prima che mio padre nascesse. Mio nonno ancora se lo ricorda, il giorno che passarono da Bayamo e lui vide, per un attimo, il Che e lo stesso Fidel, il primo scontroso e quasi annoiato, il secondo concentrato sulla meta e il suo appuntamento con il destino.
Si sta discutendo se e come fare per andare ad Holguín per il corteo funebre, che passerà di lì tra due giorni esatti, nel primo pomeriggio, si prevede, quando alla reception arriva la telefonata. L’aereo degli italiani è pronto, finalmente.
C’è un certo trambusto, mentre gli italiani cambiano pelle come le lucertole e lasciano a terra quel languore che avevano subito imparato a coltivare nelle lunghe sere senza distrazioni del villaggio. Si affannano a chiudere le valigie, che per qualche miracolo della fisica sono meno capienti di quando sono arrivati. Alcuni restano con un phon in mano e al braccio due paia di giacche che non entrano più nel bagaglio.
Il pulmino arriva puntuale, per una volta, e gli italiani si adoperano perché i loro bagagli siano i primi a venire caricati sul pulmino dalle grosse mani di Armando.
Eccoli guardare già con nostalgia fuori dai finestrini impolverati, ricapitolando le tre settimane spese a girare l’isola con l’inconfessata ambizione di capirla, lentamente iniziando a fare i conti con il fatto che le loro vite non sono cambiate né in meglio né in peggio e che il viaggio non li ha benedetti con alcuna forma di liberazione o di epifania.
Manca il signore della 16, forse non lo hanno avvertito, forse stanotte ha dormito male e si è riaddormentato. Forse non sa più come sistemare in valigia i pacchi di sigari per evitare che si sbriciolino.
Mi avvio in direzione della stanza.
«Rapido», mi fa Armando con voce bassa.
Cammino spedito e svolto nel secondo vialetto a sinistra.
Sono a pochi metri dal bungalow della 16, quando la porta si apre.
Aleida esce dalla stanza, ma non ha il carrello degli asciugamani e si aggiusta la gonna sulle gambe come se stesse cercando di allungarla. C’è qualcosa di strano, in quello che vedo, ma non capisco subito cosa. Aleida mi passa di fianco a testa bassa e si allontana in direzione della parte più remota del villaggio, senza guardarmi e senza rivolgermi la parola.
L’italiano esce, sbuffando per il caldo e la fatica. Mi offro di aiutarlo con le valigie. Aleida già non si vede più.
Raggiungiamo il pulmino attraversando quella che a me sembra lava liquida. L’italiano mi cammina davanti, lanciando un ultimo sguardo soddisfatto ai bungalow, alle palme, al bagliore dell’Oceano attraverso le vetrate del ristorante, e canticchiando Cuba, qué linda.
Prima di saltare sul pulmino mi allunga un fascio di banconote, un centinaio di pesos in moneda nacional.
«Ho finito i CUC», mi dice, strizzandomi un occhio.
La comitiva degli italiani lo accoglie con esclamazioni di giubilo, rimproveri, risate. Si torna a casa, via, andiamo a casa, “vecchio porco”.
Il pulmino riprende la strada dell’aeroporto sollevando un polverone. Per un minuto buono non so più dov’è il sud e dov’è il nord e chi sono io. Il villaggio scompare nella caligine. Si sente solo la televisione e il fracasso lontano delle folle disperate al passaggio del corpo morto della Rivoluzione.
Hasta siempre. Coño.

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Claudio Magliulo

Claudio Magliulo (1986) è giornalista ed esperto di comunicazione. Ha scritto per il manifesto e Pagina 99. Dopo alcuni anni di vagabondaggi per l'Europa, si è fermato a Bonn, dove si occupa di comunicazione strategica e relazioni con i media per un'organizzazione no-profit internazionale. Si alza un'ora prima ogni mattina per scrivere, ma non beve (quasi) mai caffè. Le sue storie sono state pubblicate o selezionate da Altrisogni, La 25a Ora, Alcheringa.