La sua estate, sono io

by Francesca Ruggiero

È arrabbiato di caldo. E urla, urla, urla tutto il giorno, la sera, fino a che non si addormenta.
L’estate è la mia stagione preferita, sudare, evaporare, le molecole si eccitano, solida, liquida, aeriforme, diventare nulla, perdersi nell’atmosfera, un lento morire. Ma lui la odia, urla contro di lei o contro di me. Io sono la sua estate.
Lo guardo rimpicciolito da dietro le lenti sporche dei miei occhiali da miope.
Batto sulla tastiera del portatile e vorrei che fosse lui a scomparire, molecola, dopo molecola, che lasciasse spazio alla quiete, al coro dei grilli, alle fronde degli alberi, che assetate aspettano un soffio di vento e mi ricordano le onde del mare.
Sei sciatta, mi dici.
Questo tuo lavoro, mi dici.
Quante volte ti ho detto di chiudere bene la porta del ripostiglio?
Le mosche mi entrano negli occhi.
Hai lasciato il frigo aperto, basta con queste tue pazzie.
Io lo vedo, ma sono troppo stanca. Sono così stanca.
Chiudilo tu il frigorifero, come io ti lavo le mutande che lasci sopra la lavatrice. Me le posso lavare anche da solo, vieni a pranzo con me?, mi chiedi.

Mi lavo, metto le lenti a contatto, scelgo un vestito che mi piace, ma appena me lo vedi addosso, inizi a odiarlo.
Non ti sta bene, dici.
Stropicci le rouche cucite sul corpetto e ridi: “Cardinale Richelieu”.
Ma io sono troppo stanca e devo fare in fretta perché devo rimettermi a lavorare, ho sprecato troppo tempo per cercare di sembrarti carina.
Mangiamo in un dehor e tu non parli, non parli con me, con gli altri si, con chiunque altro, io ti faccio arrabbiare.
Lo spaccherei quel telefono. Quanti messaggi a cui devi rispondere, quante persone ti fanno ridere, a chi scrivi tutte le belle parole, che non mi dici più?
Stamattina ho lavorato a questa cosa divertente, tento.
Non raccontarmela, poi io non rido e tu ci rimani male, mi rispondi.
E io mi sento come mia madre legata a un marito-padrone, a causa di un’atavica debolezza economica.
Sembri una vecchia madre quando ti sventoli con il ventaglio.
Ecco, appunto.
Sei ossessionato dell’essere giovane e vuoi che io sia come te, ma io adoro quando al supermercato mi chiamano signora.

Ho mangiato troppo, come sempre in questo periodo. Ma oltre al cibo, cosa mi può rendere felice? Un bagno tiepido, forse
Decidi che oggi non andrai in studio e che lavorerai da casa.
Non fare quella faccia, ti sei impadronita della casa, ma guarda che è anche casa mia, te la godi la casa eh?
E allora si siede alla mia scrivania e io vado in cucina.
Sì, lavoro da casa e mi sento molto fortunata, ma non a luglio, non con te.
Dietro la porta chiusa, ti sento bestemmiare, battere i pugni sul tavolo, chiudere gli scuri e poi riaprirli. Incastri la corda di una delle tapparelle, perché la tua mania te l’ha fatta arrotolare e srotolare infinite volte.
Non voglio pensare a quanto avresti gridato se l’avessi rotta io.
Sono la tua estate, sono il caldo.

Lavo foglia per foglia la lattuga che ho comprato il giorno prima dai contadini al mercato, pelo i cetrioli, affetto i finocchi e un grosso cuore di bue. Compari in cucina.
C’è solo questo per cena? Hai messo troppo olio.
Non mangi mai seduto a tavola con me, ti guardo saziarti con il piatto in grembo, sdraiato sul divano.
Apparecchio il tavolo del salotto sempre per una sola persona, per me.
Che buona questa insalata, sa proprio di insalata, sorrido.
A me piace di più quella in busta, quella che sa di niente, mi sono abituato a mangiare quella.
Ma io sono stanca, sono troppo stanca e tu ricominci a bestemmiare perché il telecomando della TV non vuole fare quello che gli stai chiedendo.

Hai finito l’ultima bottiglia d’acqua, se bevo quella del rubinetto non riesco a dormire.
Ti sdrai accanto a me, nascondo i peli delle gambe sotto il lenzuolo. Anche se sudo, anche se non le guarderai.
Accendi il tablet e lanci un film.
Stai un po’ ferma, cos’è questo continuo girarti?
Non riesco ad addormentarmi.
Perché?
Per quella cosa che stai vedendo.
Possibile che ti devo togliere le parole di bocca?
Questa è una novità! Da quando ti da fastidio? Lo faccio sempre.
Sei una palla al piede e io non posso fare quello che voglio.
Sono stanca, sono così stanca, domani la sveglia suonerà presto, per colpa del mio lavoro, che non ti permette di fare quello che vuoi, anche se è il mio e non il tuo. Fai sempre così, se devi dire una cosa dilla, non aspettare che te la chieda. Sempre, io faccio sempre qualcosa. Io odio la parola sempre.
Ti caccio dal mio letto, che è anche il tuo.
Silenzio.

La luce livida di un fulmine entra prepotente dalla finestra della camera da letto. Mi sveglio, un tuono furioso ammutolisce il mio urlo.
La temperatura si abbassa all’improvviso.
Scrosciare di acqua, la pioggia si trasforma in grandine.
Corro a chiudere le persiane, che avevamo lasciato aperte, sperando di creare una qualche sorta di corrente.
Le tende turbinano e i soprammobili si fracassano per terra.
Corro da te in salotto, dove ti ho mandato a dormire sul divano. Il tuo corpo si è accorto del pericolo, tu ancora no.
Slego il nodo delle tue braccia, che ti sei stretto intorno per proteggerti.
Un altro fulmine, un altro tuono. Apri gli occhi e crepi di paura. Chi sei?
Sono io.
Chi sei?
Sono io.
Chi sei?
Vieni andiamo a dormire.
Ti aggrappi a me, mi stringi forte, ti stingo forte, cerchi la mia bocca, voglio la tua. Sono giorni che non ci tocchiamo.
Scusa, mi dici.
Voglio morire, mi dici.
Scusa, ti dico
Voglio evaporare, ti rispondo.

Srotolo la tapparella, quella che non hai rotto, l’altra l’aggiusteremo domani.

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Francesca Ruggiero

Francesca Ruggiero è nata a metà degli anni ottanta. Vive a Torino.