Aria condizionata

by Carmine Bussone

La prova che tutto stesse andando uno schifo era il gusto di calcare che aveva il caffè. Ad ogni sorso, Luciana faceva una smorfia di contrizione e poi lo buttava giù, contro ogni istinto di sputarlo per terra.
Quando la vita sta andando a puttane, inizi ad assaporare nei dettagli tutti i sedimenti e le impurità che ne fanno parte. Che siano incrostate dentro la tua anima o nei tubi del tuo lavandino, la cosa fa poca differenza.
Roberta, la sera prima, l’aveva lasciata al telefono con “fammi fare qualche telefonata domattina, vedrai che qualcosa la troviamo”.
Era un mese e mezzo che non lavorava e le era sembrato un miracolo riuscire fino ad allora a pagare le spese e l’affitto con ciò che le era rimasto. Si guardava intorno, seduta al tavolo in una posizione contorta e con i profondi segni della sedia di plastica sulle gambe.
Aveva paura.
Guardava le scatoline di plastica dei formaggini nelle quali aveva riposto gli spiccioli divisi per valore. Ogni tanto girava per la casa accertandosi che non ci fosse qualche luce accesa o qualche rubinetto che perdeva. Qualunque cosa che le sarebbe costata anche solo un centesimo in più alla fine del bimestre. Aveva ridotto tutto al minimo: l’acqua era sempre fredda e l’unico consumo di elettricità era solo quello per la ricarica del cellulare.

Alle undici e quaranta il cellulare squillò.

Roberta era una di quelle che – fortuna sua – riusciva a campare di qualunque mestiere. Era capace di sopportare qualunque mansione e di avere una vita normale condivisa con un’infinità di persone con cui aveva vari gradi di intimità.

«… Francesca, una mia amica, dopodomani parte per Shangai e sta lasciando questo lavoro, se vuoi oggi stesso cominci.»
«Davvero non so che dirti, ma di che si tratta?»
«Babysitter, più o meno.»
«Che significa più o meno?»
Al diavolo i titoli di studio, al diavolo anche il fatto che si dovesse fare la bambinaia perché pagare le bollette è la cosa più importante, ma quel più o meno davvero non andava giù a Luciana.

«Mi ha spiegato un po’ cosa faceva e mi ha detto che a quello che vedrai devi solo farci l’abitudine. Se gli piaci oggi e diventi fissa hai svoltato. Secondo te Francesca come si è pagata il master in Cina?»
«Robe’ guarda che se si tratta di fare quello che immagino, prima faccio scoppiare un casino e poi vengo da te.»
«Nulla di tutto questo, ma non voglio dirti niente che è meglio che lo vedi di persona.»
«Ma che famiglia…»
«So’ ricchi, teso’…» un aggettivo che valse come una sentenza di Cassazione. «Ma ricchi davvero. Del tipo che il problema più grande che avranno nella loro vita sarà quale calzino mettersi prima, il destro o il sinistro. Stringi i denti e fidati.»
«Se è così buono perché non vai tu?»
«Fra il negozio, l’università, il ristorante dei miei e tutto quello che ho da fare, non riuscirei a dedicare trenta secondi al giorno a questa cosa. Poi se non ti va…»

Luciana davvero non sapeva cosa poter immaginare. Ebbe lunghissime visioni in cui si trovava preda di vecchi pervertiti o vestita da orso rosa. Poi vide la tazzina incrostata.

«No, no. Va bene. Dimmi tutto.»
«Ti mando un messaggio con tutte le informazioni.»

C’è una sensazione che viene chiamata il rimorso del compratore, il dubbio scarnificante di aver fatto sempre la scelta sbagliata; l’ingrediente fondamentale delle decisioni e dei pensieri di Luciana negli ultimi sei mesi.

Via Giulia 23. Alle 14:30. Di’ che ti manda Francesca.

Passò la mattinata a bere tutto il contenuto della moka e a boccheggiare seminuda sul letto. A pranzo aprì una scatoletta di carne, accompagnandola con una fetta biscottata integrale.
Si lavò riempiendo il lavandino ed aprendo a malincuore una saponetta rotonda marchiata Hotel Estrella – Barcellona. Poi indossò un pantalone sportivo e una maglietta leggera. Voleva apparire semplice e allo stesso tempo comoda per qualunque cosa si fosse trovata davanti. Ogni suo gesto era permeato dalla paura che una persona come quelle sentisse l’odore delle sue disgrazie e la trattasse come un’appestata.

Dopo due cambi di autobus e un centinaio di metri a piedi, arrivò all’indirizzo, realizzando che non aveva nessun cognome di riferimento.

Non ce ne fu bisogno. Sul muro del grande portone di legno c’era un solo campanello, peraltro anonimo. Spinse quel pulsante perché sapeva in cuor suo che non c’era altro da fare.

«Chi vuole?» Una voce stridula con inflessione orientale.
«Sono Luciana. Mi manda Francesca per…»
«Tu entra e sali.»

Stupita dal fatto di non aver dovuto fornire ulteriori spiegazioni, entrò. Un corridoio dritto, dalle pareti giallo crema, la guidò verso un ascensore, accanto alle cui porte di abete scuro vi era un unico pulsante dorato. Un palazzo praticamente costruito intorno a quelle vite che Luciana stava per conoscere.
Misurando l’intervallo fra la chiusura e la riapertura delle porte, Luciana stimò di essere salita circa due piani.
Si trovò su un pianerottolo con davanti una porta socchiusa alla quale si avvicinò. Quando ne fu a pochi centimetri, le ante si spalancarono mostrando una donna di servizio – almeno stando alla sua uniforme nera con fiocco e cappellino banchi tale doveva essere – dai tratti indiani.

«Nuova signora per signor Giacomo?»

Luciana si vergognava ad ammettere che non aveva nemmeno lei idea di cosa stesse facendo in quel luogo e rispose ormai più per la curiosità di vedere cosa le nascondesse quella porta piuttosto che spinta dai suoi futuri obblighi in quella casa.
Qualunque fossero.
Ebbe anche l’impulso di rispondere a quella donna dicendole che la frase non aveva tanto senso, ma alla fine, intimidita anche solo dagli intarsi del legno di quella porta, rispose di sì e fu fatta entrare.
Subito dopo si trovò in un salone sterminato arredato con tre divani bianchissimi. Al centro un tavolo rettangolare e basso con dei libri. Un ficus alto circa due metri, un camino marmoreo e un pianoforte. C’erano anche delle lampade su alcuni tavolini e un soffitto con travi di legno chiaro a vista. Dalle finestre con delle tende di broccato bianche e aperte, proveniva la giusta quantità di luce per illuminare quella stanza.
Era visibile un corridoio laterale che dava su altre stanze.

Le case dei ricchi erano sempre state distanti, per Luciana, non solo geograficamente ma secondo qualunque altra dimensione misurabile. Non erano semplicemente inaccessibili, erano luoghi paralleli nei quali non avrebbe saputo nemmeno come entrare, anche qualora le fosse venuta la voglia.
Per quelli come lei, entrare in appartamenti così luminosi, dalle tende pulite, dal parquet caldo e così uniforme da sembrare leggiadramente srotolato sul pavimento, è un evento pari a due pallottole che si scontrano in volo.

«Tu aspetta qui. Siedi che ora io chiamo signora.»

E scomparve nel corridoio. Luciana non volle sedersi. Preferì gironzolare per quel salone e godersi la temperatura ottimale fornita da un impianto di condizionamento perfettamente funzionante. Pensò che anche il solo non sentire più la pelle umida le sarebbe valso vivere quella giornata.

Dopo pochi secondi si sentì un rumore di passi che pian piano si trasformò in un ticchettio di tacco sette molto definito. Luciana si affacciò nel corridoio e si trovò di fronte la Signora.

Aveva la carnagione scura e capelli neri lunghi raccolti con una coda. Era vestita con una camicetta bianca e una gonna grigia, la cui compressione accentuava un seno molto grande e dei fianchi molto larghi. Un trucco poco vistoso omaggiava un viso stretto e lungo e con due occhi nocciola rotondi. La definizione della Signora da parte di un generico osservatore, sarebbe potuta andare, a seconda del livello di profondità dell’analisi, da piacente a bona.

Quello che dominò i pensieri di Luciana in quell’istante, però, fu la camminata della padrona di casa. Decisa e con le braccia e le mani che svolazzavano ai lati.
Questo aveva fatto scattare la sua profonda invidia. Perché la vera ricchezza non è avere la cameriera o il pianoforte, pensò. Non è il fatto che hai un ingresso separato per far entrare, lontano dalla tua vista, chi va a fare la spesa al posto tuo ogni giorno. La ricchezza è potersi muovere liberamente, senza dover stare attento a non andare a sbattere, senza dover camminare di lato per entrare nel letto; in una casa senza soppalchi o soffitte dove dover nascondere quello che, oggettivamente, nella tua vita è di troppo.

«Eccoti, cara» esordì la Signora. «Tu devi essere la sostituta di Francesca, vero?»
«Sì. Sono Luciana.»
«Luciana…» ripeté il nome facendolo seguire da alcuni secondi di silenzio.
«Sì, Io…»
«Francesca ti ha detto che devi fare da babysitter al mio Giacomo, vero?»

Erano le uniche parole chiare e definite che aveva sentito quel giorno, nonostante provenissero da quella donna che sembrava non essere conscia nemmeno di dove si trovasse. Per certi versi la rasserenarono e le tolsero la paura di cosa potesse esserci di strano in quel pomeriggio. Restava il dubbio del perché tutto quel mistero da parte di Roberta.

«Ti spiego, cara. Tu sei fortunata perchè il mio Giacomo non dà alcun problema, ma odia restare solo quando il pomeriggio io devo uscire. Gli piace rintanarsi in camera sua o stare qui seduto sul divano a chiacchierare. L’unica cosa che tu dovrai fare sarà fargli compagnia sia fisicamente che nei suoi ragionamenti. Se hai bisogno di qualcosa puoi chiedere a Ela.»

E indicò la cameriera che prima le aveva aperto e che ora – non se ne era nemmeno accorta – era all’impiedi con le mani lungo i fianchi in un angolo della stanza vicino al pianoforte.

«Giacomo!» La Signora alzò la voce di poco per chiamare suo figlio dirigendo il volto verso il lungo corridoio. «È arrivata Luciana, vieni a salutarla!» Poi riprese la conversazione. «Sta’ tranquilla. Se tutto andrà bene come sento, tu mi donerai il tuo tempo sei giorni a settimana ed entrambe diventeremo due donne più felici.»

Nonostante la calma di qualche secondo prima, gli eventi messi in fila di quella giornata fino a quel discorso fatto con voce eterea della Signora, avevano totalmente prosciugato la sua mente dalle ipotesi.

«Io vado, tesoro. A più tardi.»

E dicendo questo, la Signora raccolse un soprabito grigio dello stesso colore della gonna appoggiato sullo schienale di una poltrona e se ne andò chiudendo la porta con forza.
Luciana non riuscì a non guardarla camminare con la stessa grazia fino a scomparire dalla sua vista.

«Fa sempre così.»

Si girò di scatto perché non aveva sentito che qualcuno si stava avvicinando dietro di lei.
Vicino all’imbocco del corridoio sul quale dava la stanza, c’era un bambino di una decina d’anni circa, almeno a prima vista così sembrava.
Capelli castani molto chiari, occhiali rotondi e un viso sano su un fisico almeno all’apparenza altrettanto normale.
Apparentemente, appunto, perché il bambino si sorreggeva con un bastone ed era vestito con pantaloni di cotone verde scuro, una camicia celeste e una giacca a quadri di diverse tonalità di marrone. Teneva, inoltre, un braccio dietro la schiena e la postura curva.

«Se ne va di corsa e poi tocca a me spiegare tutto.» Rispose con tono stanco e velato di rabbia quell’individuo mignon.

La mente di Luciana, non senza vergogna, imboccò la via più facile pensando a vari tipi di malattie, di traumi fisici o sofferenze in genere ma la cosa si fece difficile quando Giacomo iniziò a camminare verso di lei.
Guardare quel bambino (perché Cristo, pensò, non importa quello che vedo ma di bambino si tratta) fu come vedere un film doppiato male. Le movenze non corrispondevano a ciò che vedeva, non era una persona con un corpo piccolo che si muoveva impedito, ma sembrava essere un vero e proprio anziano rinchiuso nel corpo di un piccolo uomo. Non aveva alcunché di strano visibile sulla pelle o in volto, e più guardava più dentro di lei provava inquietudine.

Era un bambino.

«Tu sei quella che è venuta a sostituire Francesca per tenermi a bada?»
«Sì.» La sillaba pronunciata da Luciana non fu rotta da nessun sentimento ma dovette attraversare la totale secchezza della sua bocca per uscire.
«Siediti, ti prego.» E fece un gesto lento ad indicare il divano con il palmo della mano.

Luciana si accomodò subito sulla pelle immacolata e nei secondi, che le sembrarono lunghissimi, durante i quali Giacomo avanzava a piccoli passi, si godè la comodità di quei cuscini, anch’essi distanti un’infinità dalle dure sedie plasticose della sua cucina.
Le gambe di Giacomo arrivavano giuste giuste al pavimento. Fra i piedi aveva il bastone sul quale, inarcato in avanti, poggiava il suo peso..

«Come avrai intuito… perdonami, il tuo nome?»
«Luciana.»
«Luciana dicevo: come avrai intuito il tuo compito sarà quello di farmi compagnia quando mia madre è fuori il pomeriggio. Lei sa benissimo che io non ne ho bisogno dato che amo stare nella mia stanza a leggere o fare poco altro. Tu, perdona la durezza, sei qui solo per l’ansia ingiustificata che le crea il fatto che io resti da solo.»

Luciana, intanto, calcolò mentalmente che le sarebbe stato facile correre dal divano fino alla porta senza essere bloccata e rischiando al più una figura di merda con gente che non era mai stata a conoscenza della sua esistenza fino a quel momento e alla quale mai sarebbe pesato continuare a farlo.
«Sì, ho capito. Non è un problema per me.»
«Fra l’altro» aggiunse Giacomo «sei anche fortunata perchè questa settimana abbiamo preso degli impegni e quindi non sarà sempre necessaria la tua presenza. Domani, ad esempio, devo andare dal dottore e questo ci terrà impegnati l’intero pomeriggio.
«Hai una visita?»
«Macché!» E fece un’espressione di disprezzo unita a un gesto ampio con la mano per aria come a mandare via qualcosa. «È il mio appuntamento con il dentista.»
Luciana iniziò inspiegabilmente a sentirsi rilassata, la stessa calma dell’andare verso una fatale sconfitta senza la volontà alcuna di ribattere al proprio destino.

«Odio i dentisti» continuò Giacomo.

Luciana approfittò di quella frase per rompere il silenzio.
«Beh non piace a nessuno andare dal dentista. Però se ne hai bisogno allora dovresti farlo, e poi con l’anestesia non sentirai niente.»
«Non hai capito» la bloccò Giacomo. «Non è per il dolore. È per i commenti.»
Luciana non capiva.
«Lascia che ti spieghi…» e dicendo questo, si tolse gli occhiali e iniziò a pulirli con i gesti tipici delle persone anziane: lentamente e con una pezzuolina che aveva in tasca.

Alternava lo strofinio delle lenti ad uno sguardo in controluce per controllare gli aloni. Il tutto era fatto con una mimica che non poteva appartenere a quel corpo di dieci anni che adesso stava sprofondando nel cuscino del divano accanto al suo con le scarpe marroni scure che non arrivavano a terra.
Luciana, così come sarebbe stato per qualunque altro spettatore che eventualmente si fosse trovato in quella situazione, non vedeva quei gesti come quelli di un ragazzino che amava scimmiottare gli adulti e che lei aveva sempre trovato oltremodo odiosi.
Non erano mosse irreali o un’imitazione sguaiata di quelle di un anziano, ma era qualcosa che per davvero era sedimentata nei muscoli del corpo di quella creatura.
Dopo aver concluso la pulizia, durante la quale Luciana era rimasta in silenzio, Giacomo riprese.

«Da quanto tempo non vedi un dentista in una pubblicità di un dentifricio?»
«Come, scusa?»
«Le pubblicità dei dentifrici, hai presente?»
«Certo che le ho presenti.»
«E da quanti anni non vedi più un dentista che ti dice di comprare un dentifricio?»

Luciana ci pensò e ammise che effettivamente quando lei era piccola era tutto un pullulare di camici bianchi che ti dicevano che questo o quel dentifricio era meglio degli altri e che avrebbe reso i tuoi denti i migliori del mondo. Adesso, invece, c’era di tutto: modelle, acrobati, ricercatori, astronauti, ma non c’erano più dentisti che ti minacciavano con trapani o scalpellini per farti acquistare qualcosa.
«Negli anni novanta c’è stata una legge che impediva alle aziende di usare i dentisti in pubblicità. Questo perché il dentifricio era un cosmetico e non un medicinale!»

Negli anni novanta, colui che parlava non era nemmeno un’idea nella testa dei suoi genitori, eppure ora era lì a fare una lezione a Luciana che non riusciva nemmeno più a percepire la frescura della stanza.

«Ogni volta che vado dal dentista è tutta una serie di commenti tipo questi denti sono un po’ storti, e queste gengive sono troppo rosse, e quante volte ti lavi…e allora a me verrebbe da dire ma perché non lavori e zitto? Perché non mi togli quello che mi devi togliere, non pulisci quello che mi devi pulire e basta? Ti pare che dipendesse da me mi farei crescere i denti storti e le gengive arrossate apposta? Ti hanno declassato anche nella pubblicità, caro mio. Quello che mi fai usare è tutta roba cosmetica, co-sme-ti-ca. Non sei né più né meno che un barbiere, con la differenza che puoi prescrivere la roba per rimediare al dolore che tu stesso mi provochi…»

«È un punto di vista interessante» balbettò quasi Luciana.

Giacomo la guardò negli occhi e le fece anche temere una reazione arrabbiata all’analisi semplicistica che gli era stata riservata. Si alzò aiutandosi con il bastone che fino ad allora non aveva smesso di tenere con la mano destra se non quando si era pulito gli occhiali.

«Io torno in camera mia a leggere. Se vuoi seguirmi fa’ pure, non mi dai fastidio.»

Luciana si alzò e camminò lentamente dietro di lui. In parte la sua decisione fu dovuta anche al timore inquietante di dover restare sola con Ela che era ancora ferma nella stessa posizione, in quel punto della stanza.

Mentre imboccavano il corridoio, le venne istintivo mimare le stesse movenze della madre di Giacomo, tenendo solo le braccia più attaccate al corpo ma con le mani distese come delle ali a fendere quell’aria pulita e perfetta. Un’aria che sembrava quasi non poter essere riservata a lei, che tutti i giorni aveva la sensazione di far parte di un mondo in cui anche le cose soffocano.

La stanza di Giacomo non sembrava una stanza di un undicenne. Se non fosse stato per il letto alla francese, accanto al quale c’era una sedia con alcuni abiti appoggiati ed un comodino con una lampada e un libro sopra, sarebbe sembrata una stanza abitata solo occasionalmente. Vi era un armadio incassato dello stesso color crema delle pareti e anche il parquet era lo stesso che si espandeva sul pavimento dell’intera casa. Un televisore posto a più o meno tre metri di distanza dal letto e una libreria stretta a cinque scaffali completavano l’ambiente.
Giacomo si accomodò prima sedendosi sul bordo del letto, poi appoggiando il bastone alla sedia e infine tirando su il suo corpo aiutandosi con la schiena. Nel frattempo Luciana diede un’occhiata ai testi della libreria e provò sollievo vedendo che erano libri per ragazzini dell’età di Giacomo. Fu come affacciarsi sulla mente di quel bambino che, sebbene si comportasse come un pensionato che sosteneva il peso della sua vita passata, non ne poteva avere – ora ne era certa – la stessa capacità di intelletto. Fingeva, anche se benissimo, ma perché?

«Non credo siano adatti a te, me ne rendo conto.» Giacomo interruppe Luciana mentre scansionava i libri con lo sguardo. «Ma prendine pure uno, se vuoi passare il tempo mentre sei qui.»
«Oh no, grazie, stavo solo guardando.»
«Facciamo una cosa» e mise via subito il libro che aveva appena aperto. «Ti va di guardare un po’ di televisione? Così almeno dico a mia madre che abbiamo fatto qualcosa insieme.»
«Per me va bene.»

Giacomo prese il telecomando anch’esso sul letto e accese la televisione. Luciana si sistemò sulla sedia.

Era iniziato da poco un film di fantascienza degli anni ottanta in cui un robot, inizialmente progettato per scopi bellici dall’esercito americano, assume una coscienza umana e inizia ad aiutare la giovane protagonista.

«Toglimi una curiosità, Luciana» chiese Giacomo mentre lei si rese conto di essere sprofondata sulla sedia e si raddrizzò. «C’era così tanta fiducia nelle macchine tanto tempo fa?»
«Più che fiducia, c’era speranza. Quella per gli uomini era esaurita.»
«Non sembra cambiata molto la cosa.»
«Diciamo che allora c’era molta più paura, forse.»
«E far pensare alle macchine era meno faticoso? È triste, secondo me.»
«Si aveva paura di morire. Per un’esplosione nucleare o per una guerra improvvisa. Ed era meglio pensare che le macchine sarebbero morte al posto nostro, mentre noi guardavamo la televisione a casa o cercavamo di indovinare quanti fagioli c’erano in un barattolo.»
«Fagioli?»
«Scusami, sono andata troppo nel dettaglio.» E rise.
«Beh non voglio sapere altro.» Giacomo assunse un’espressione di ansia, per la quale Luciana si sentì in dovere di correre ai ripari.
«Non volevo spaventarti. Né volevo fare discorsi troppo complessi.»
«Non è quello, non preoccuparti.»

E continuarono a vedere il film in silenzio. Dopo una mezz’ora,mentre il robot sullo schermo cantava e muoveva i suoi cingoli per simulare un ballo, Giacomo chiese

«Mi andresti a prendere un bicchiere di aranciata, per favore?»
«Certo.»

Luciana uscì dalla stanza e tornò istintivamente verso il salone. C’èra meno luce rispetto a prima, poiché il sole era andato oltre i palazzi di fronte ed Ela era sempre nello stesso punto, una Guardia a piedi di Sua Maestà che guardava l’infinito in divisa nera. La penombra conferiva ai suoi occhi una luce se possibile più potente di quella che Luciana aveva visto prima e le sue labbra sembravano ancora più carnose e definite.

Scusami… – Luciana la approcciò timidamente – Sapresti dirmi dove è la cucina e dove posso prendere l’aranciata?

Ela non mosse un muscolo e non disse nulla. Luciana era altrettanto bloccata.

«È per Giacomo» aggiunse.

Pensò che specificare che fosse per il figlio dei padroni di casa e non certo per lei, svegliasse dall’imbalsamazione la donna.
Fu allora che dall’altra stanza si sentì urlare.

«La cucina è in fondo al corridoio dall’altra parte! Lei non ti può dire niente! Deve rimanere lì dov’è finché mia madre non torna.»

Luciana non disse nulla. Rallentò quando ripassò davanti alla stanza di Giacomo, che la guardò e disse:

«Ordini di mia mamma. Non ci fare caso.»

Quando fu in cucina, riuscì non senza difficoltà ad aprire il mobile di design avanzatissimo che conteneva il frigorifero e sul quale sembrava non esserci alcuna fessura o spazio grazie al quale riuscire ad aprire lo sportello.

Prese l’aranciata e la versò in un bicchiere di plastica trasparente che era impilato insieme ad altri bicchieri simili su un mobile, pensando che per fortuna non avrebbe dovuto cercare di aprire altri mobili in una maniera assurda. Non ebbe il coraggio di guardarsi attorno per evitare di mettersi a piangere nel paragonare quella cucina lucida e moderna a quella in cui, fino a poche ore prima, era sulla soglia della disperazione.

Poi lo sentì. Giacomo urlava di nuovo ma non come prima.

«Aiuto! Aiutatemi!»

Quelle parole vennero urlate più volte, suonando ogni volta piene di maggior strazio rispetto alla precedente. Mentre Luciana percorreva il corridoio, continuava a sentirle e sperava in cuor suo che fosse un’altra farsa come l’abbigliamento, il bastone, la camminata e tutto il resto.

Tutto il resto.

Quando entrò in camera, vide Giacomo disteso sul letto che respirava a bocca aperta. Il suo completo da anziano gli conferiva una tenerezza alla quale fino a quell’istante Luciana non era stata in grado di provare. Il cuscino era per terra e lui era bloccato, disteso come in preda ad una crisi.

«Aiutami!» Continuava a ripetere.

Non sapendo cosa fare, si precipitò da Ela e le agguantò le braccia.

«Ela, che devo fare? Ha qualche malattia? Deve prendere qualche medicina? Dimmelo!»

La cameriera non si mosse di un millimetro. Luciana insisteva, ripeteva dimmelo dimmelo sbatacchiandola, ma Ela tornava muta e imperterrita ad assumere sempre la stessa posizione.

Tornò allora da Giacomo. Vide che per fortuna non aveva più le convulsioni e il respiro era meno affannato. Si sedette accanto a lui sul letto e gli chiese se aveva bisogno di qualcosa. Fu allora che il bambino si alzò con un colpo di schiena e la abbracciò.

«Non lasciarmi. Prometti che se ti chiedo aiuto tu ci sarai.»

Luciana non ricambiò l’abbraccio. Rimase ferma.

«Sta’ tranquillo.»
«È l’unico modo, l’unico modo per essere visti» e ripeté queste ultime parole a voce sempre più bassa, fino a sprofondare di nuovo nel letto.

Luciana raccolse il cuscino e glielo rimise dietro la schiena. Tornarono entrambi alla posizione che avevano prima della richiesta dell’aranciata.

Nel momento in cui il film stava per finire, si sentì lo scrocchio della serratura della pesante porta di ingresso. Poco dopo, la voce della madre di Giacomo che congedava Ela.

Luciana volle raggiungerla e mentre stava uscendo Giacomo spense la tv, si rigirò nella coperta e dandole le spalle disse:

«Ci vediamo» aspettò qualche secondo «la prossima volta.»
«Ci vediamo» rispose Luciana.

La Signora stava fumando una sigaretta guardando al di fuori della finestra. Il taglio e la piega dei suoi capelli non sembrava avessero subito modifiche. Ci fosse stato anche un solo capello o una sola doppia punta di differenza, Luciana non si sentiva degna di notarlo.

«Buonasera, Signora.»
«Oh cara, il fatto che tu sia qui mi fa presagire il meglio. Non mi sono certo dimenticata di te.»

E dicendo questo andò verso il divano sul quale erano appoggiati il suo soprabito e la sua borsa. Da quest’ultima prese una busta bianca e la porse a Luciana, avvicinandosi molto a lei.

«Ci vediamo lunedì. Domani come saprai il mio Giacomo ha il dentista.»
«Me l’ha detto.»
«Certo, quando si tratta di dentisti lo dice a chiunque.»
«Sì, ecco…»
«E poi non voglio certo rovinarti qualunque piano tu avessi per il weekend.»
«Preferirei aspettare domani per confermarle la mia presenza della settimana prossima.»
«Come vuoi, cara.» E dicendo questo le mise una mano sulla guancia, tenendola lì per qualche secondo e guardando la ragazza dritta negli occhi.

Ela era scomparsa. Luciana riprese la sua borsa e uscì dall’appartamento. Fuori dall’ascensore, man mano che si avventurava per il corridoio color crema nel senso opposto, percepiva sempre di più la differenza con l’aria esterna. L’umidità e il calore si facevano di metro in metro più pesanti. Fu prima di premere il bottone rosso per far scattare la serratura del portone esterno che prese la busta e la aprì. All’interno contò velocemente sei banconote da venti euro.

Pochi minuti dopo era seduta su uno sgabello di una pizzeria al taglio, con davanti un trancio di prosciutto e mozzarella e un’acqua frizzante. Pensava a quando leggeva racconti ambientati negli Stati Uniti degli anni cinquanta. Si era sempre chiesta come fosse possibile che anche poveri disgraziati disoccupati potessero, guadagnando pochi spicci, permettersi di pagare un appartamento e di mangiare fuori nei diner. E soprattutto, come era possibile che nessuno di loro si preoccupasse più di tanto di cosa poteva accadere nelle loro vite.

Quel pomeriggio, senza volerne scoprire il motivo, mangiò serenamente.

Poi prese il cellulare e iniziò a cercare qualche buono sconto per una pulizia dei denti.

Se ti è piaciuto quello che hai letto e vuoi sostenerci, puoi abbonarti o fare una donazione

Carmine Bussone

Carmine Bussone nasce nel 1979 e cresce in provincia di Napoli, per poi andarsene un bel giorno a Roma a fare l’ingegnere. Alle elementari scopre che gli piace leggere e scrivere storie. Da allora, fra una cosa e l’altra, non ha smesso praticamente mai.