Canicola

by Francesco Bolognesi

Dopo il lungo tragitto in autostrada, entrati in città e passando per la strada che tagliava il centro s’immaginò le persone sciogliersi, trasformarsi in grossi blob sui marciapiedi. Con la testa appoggiata al finestrino li vide diventare come i gelati che sgocciolavano sulle loro mani appiccicose e sporcate da tutto quello che avevano toccato da quando se le erano lavate l’ultima volta a quando avevano preso il gelato in mano: maniglia, porta, chiavi, bicchiere, tazzina, manubrio, volante, altre persone, altre mani, altre facce, altre bocche, altri denti, altro sangue. Seguì con gli occhi un uomo grosso, sudato, che gli sembrava di aver già visto e che anche lì, da dentro l’auto, sembrava puzzare di un odore acido e amaro, i capelli folti e ricci, una maglietta bagnata sotto le ascelle con una scritta in inglese sopra: prima lo vide dal parabrezza, camminare con fatica, quasi trascinandosi, cercando rifugio in qualche luogo con aria condizionata prima che fosse troppo tardi, poi lo seguì nel suo percorso di scioglimento dal finestrino di fianco a lui, poi da quello dietro e infine attraverso gli scatoloni che riempivano i sedili dietro e il baule, e che lasciavano libero un solo spiraglio e in quello spiraglio minuscolo di vetro, grande come un cerchio che avrebbe creato lui unendo il pollice e l’indice a formare un cannocchiale, e quindi davvero piccolo, vide l’uomo raggiungere il suo destino sulla soglia di un negozio: carne e sangue e acqua a mischiarsi e il tonfo, ammortizzato da questa sostanza, delle ossa.
S’immaginò che qualcuno trattasse quelle persone come fossero gelati e li leccasse, leccasse quell’uomo, mentre loro incominciavano a sciogliersi. Pensò che sarebbe stato divertente se l’avessero fatto, di leccarli, i loro cani. S’immaginò che quel piccolo cane con tantissimo pelo beige e denti piccoli ma appuntiti incominciasse a leccare la caviglia pelosa, incredibilmente pelosa per essere una caviglia, del suo padrone, un uomo secco, con delle folte basette e il resto della barba non curata, una camicia a maniche corte gialla aperte fino a metà petto a mostrare il suo legame con le scimmie e lo vide, il cagnolino, piano piano passare allo stinco e leccata dopo leccata arrivare fino all’osso, che il cane afferrava con gusto e se lo portava via. Il padrone cadeva dunque, crollava prima di sciogliersi e urlava un verso famigliare: NO! Gli altri cani prendevano l’esempio da quel precursore e lo imitavano, leccavano come lecca lecca i loro padroni e ne portavano via le ossa. Tutte le persone cadevano, crollavano a terra e lì continuavano il loro scioglimento, finivano nei tombini e in mezzo ai topi che si nutrivano di loro. Quell’immagine gli piaceva.
Federico tutto bene?
Sì, mamma, tutto bene.
Ti dà fastidio l’aria condizionata?
No, non vorrei sciogliermi.
La madre rise. Federico si girò e stupito la guardò ridere, gli occhi gonfi che cercava di coprire con gli occhiali neri, li devo proteggere dal sole, diceva, ma lui sapeva che li indossava perché si vergognava di aver pianto, tanto e spesso nell’ultimo periodo e ancora di più negli ultimi giorni e più di tutto prima di partire in macchina quella mattina; i capelli biondi che mostravano la ricrescita raccolti in una coda, corta, e le mani attorno al volante che sembravano essere invecchiate di vita propria, come se non facessero parte di lei, come se fossero degli organismi a parte che vivevano più velocemente. Quella risata gli provocò un sorriso inconsapevole, enorme, che lui considerava un po’ stupido, ma che era più forte di lui e prese a ridere con lei, mostrando il buco tra l’incisivo destro e il molare che un po’ lo faceva vergognare, ma che in quel momento dimenticò di avere. La madre gli mise una mano in testa e gli spettinò i capelli nerissimi, gli toccò il bernoccolo che aveva, ma neanche di quello lui si accorse. Lei si girò e lo guardò negli occhi e lui attraverso gli occhiali vide che anche i suoi occhi stavano ridendo. Sua mamma era bellissima e nessuno poteva dirgli il contrario.
Ormai erano arrivati, mancava poco, lui era stanco e si sentiva il sedere indolenzito, non sapeva com’era la casa in cui sarebbe andato a vivere, l’aveva solo vista in fotografia, non sapeva come sarebbero stati i suoi nuovi compagni di classe che da lì a qualche mese avrebbe incontrato, ma era sereno adesso, si sentiva addosso un potere speciale, quello di poter far ridere sua madre e sapeva che loro due erano protetti dal mondo là fuori ora, dall’afa che faceva sciogliere tutti e che era giusto che li facesse sciogliere.

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Francesco Bolognesi

Francesco Bolognesi è nato in Provincia di Ferrara nel 1994. Studia regia cinematografica e televisiva alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti a Milano. Scrive di sport su Undici, con una rubrica dal titolo "Abbiccì". Un suo racconto è apparso in una antologia, Questo libro si può anche leggere (Autori Riuniti, 2016) e un altro sul sito de La Stampa. Su Twitter è @FrenciNatra.