Burrascare, prego

by Giuseppe Checchia e Francesco Poiana

Il ragazzino entra nella cabina telefonica mezza scassata della piazzola di sosta. Prende tra le dita la piastrina che lui porta al collo e urla a qualcuno che deve trovarsi a una certa distanza: «Si chiama Giancarlo!». Slega il guinzaglio che lo tiene legato e lo tira fuori. Il sole è alto. Fa male agli occhi. Arriva un uomo, sudatissimo, con un colpo sposta la mano del ragazzino. «Le pulci,» dice, prima di fare pipì sul cartello ss.50 km769. Poi torna al furgone. «Ma porca,». Armeggia nel baule degli attrezzi e tira fuori una chiave inglese. «Con questo caldo non dirmi che proprio oggi,». Il motore del furgone acceso. Lontano dall’uomo, il ragazzino tocca di nuovo la piastrina che lui porta al collo e gli guarda il muso con molta, molta attenzione.
Fosse stato dotato di ghiandole lacrimali abbastanza sviluppate, Giancarlo avrebbe pianto, questo il ragazzino lo sapeva.
Il pa e la ma, invece, sempre a scattare le foto, non era così? a riempire di frasi le cartoline turistiche. Il pa e la ma. Sempre troppo impegnati tra coni gelato e creme protettive, troppo impegnati sui fazzoletti di spiaggia affollata. Burrascare, prego gli sarebbe bastato dire, a Giancarlo. La sua formula magica. E veniva giù il finimondo. Burrascare, prego. Burrascare, prego. Si sarebbe concentrato al massimo. Ce l’avrebbe messa tutta. E dal cielo sarebbe sceso un acquazzone di quelli da diluvio universale. Un acquazzone di quelli totali che bloccano la viabilità e sboccano nei seminterrati. Era mezzo Retriever, mezzo chi lo sa, Giancarlo, ed era nato così, con il potere di causare sconvolgimenti atmosferici. Non sapeva il perché e il per come. Ma sapeva che se lo facevano arrabbiare poteva contare sul suo superpotere. Così imparavano a chiuderlo dentro una cabina telefonica.

«Ma porca di quella,». L’uomo apre il cofano e vede di capirci qualcosa. Il ragazzino torna indietro con una bottiglia d’acqua fresca. Mette le mani a conchiglia e versa piano. Con la lingua nell’acqua Giancarlo lecca le mani del ragazzino ed è bello. Poi l’uomo si asciuga la fronte. «Perché non vieni a darmi una mano?». Il ragazzino non lo sente, continua a stare con Giancarlo, ma poco dopo guarda indietro supplichevole e dice «Ti prego,» allungando all’inverosimile la e. «Non ci pensare,» fa l’uomo, prima di rimettersi a lavoro.
Non si erano informati bene, il pa e la ma. C’erano rimasti di sasso davanti al cartello. Il primo giorno di mare, con le borse frigo e le ciabatte di plastica. Il pa aveva aggiustato il berretto e si era raschiato la gola. Il cartello diceva Vietato l’accesso. Il cagnetto incorniciato nel divieto con la scritta: Io non posso entrare. «Non è che possiamo cambiare,» aveva protestato il pa. Giancarlo non aveva capito. «Con l’alta stagione dove lo troviamo un posto bello come questo?» aveva risposto la ma. Poi c’era stata la gita in macchina. Avevano percorso appena qualche chilometro sulla ss.50. Al pa era sempre piaciuto guidare. E intanto parlavano piano, lui e la ma, sui sedili davanti. Giancarlo dietro, invece, con la lingua a sventolare contro l’aria piena di api che morivano spiaccicate. Si fermarono al km769.
«Sono fermo in strada,» dice l’uomo, al telefono «Ho un problema,». Parla senza smettere di armeggiare tra gli ingranaggi. Il ragazzino accarezza Giancarlo e non gli bada. Continua a guardare il nuovo amico molto, molto attentamente.
Sembra facile restare il giorno intero dietro i vetri della cabina telefonica. Il sole alto deflette nel vetro creando un effetto serra che era impossibile respirare. Per Giancarlo, poi, che nel DNA aveva l’istinto di scorrazzare e annusare all’aria aperta, era una vera tortura. Dopo tre giorni nella cabina telefonica si era risolto a dire: «Burrascare, prego,». L’aveva ripetuto tre volte, uno per ogni giorno passato nella cabina. Poi, niente. Rimase in attesa col naso molecolare stampato nell’aria. Un leggero colpo di vento. Niente più. Pensò qualcosa fosse andato storto, che non avesse funzionato. Poi dal cielo cadde la prima goccia. Il pa, in spiaggia, non si accorse di niente. La ma gambe all’aria sotto l’ombrellone mentre inforcava una rivista. Il cielo, però, si era coperto di nuvole nere. Proprio come il pelo di Giancarlo. Nuvole enormi, a forma di cane.

Allora il pa aveva cacciato il palmo della mano per assicurarsi che non si trattasse di una sputacchiato. «Piove,» disse.
«Prova adesso,» dice l’uomo. «Avanti, che aspetti?». Il ragazzino lascia Giancarlo, entra nel furgone. «Prova adesso,». Accende l’aria condizionata e mette la mano sulle uscite dell’aria. «Niente?». Sta per rispondere che no, non sente niente, quando avverte il freddo solleticargli la punta delle dita. «C’è-è!» urla. L’uomo chiude il cofano e risale a bordo.
Il vento aveva gettato all’aria gli asciugamani della ma. «Non sembra il ritratto di Giancarlo quello laggiù?» disse. Sistemando la visiera, il pa rispose: «E quell’altro non c’ha preciso lo stesso profilo?». L’ombrellone si spezzò, il pa aveva cercato di trattenerlo ma non c’era riuscito. Uno alla volta tutti gli ombrelloni furono trasportati dall’improvvisa forza del vento. Un bambino all’ombrellone c’era voluto rimanere attaccato ed era stato portato via pure lui. Gli indumenti, i porta occhiali, i castelli di sabbia. Tutto.
«Andiamo,» dice l’uomo. «Io non vengo,» risponde il ragazzino, mentre accarezza Giancarlo che non ci sta capendo niente ma è comunque piacevole sentire il contatto delle mani sulla pelle. L’uomo spegne e riaccende il motore, tira su i finestrini per non far uscire il fresco. «Ultima possibilità,» avverte, con il furgone in careggiata. «Ti prego,» implora il ragazzino, questa volta senza allungare la e. Porta in braccio Giancarlo, che non capisce, è vero, ma è contento di avere incontrato un nuovo amico. «Come vuoi,». Il furgone si allontana.
«Andiamo,» dice il ragazzino, strofinando il pollice e il medio. Giancarlo però non ce la fa a tenersi in piedi. Il sole è alto. Così il ragazzino si toglie la maglietta, la bagna con l’acqua della bottiglia e gliela mette in testa. A Giancarlo sembra una cosa strana ma è una sensazione troppo piacevole per protestare. Il ragazzino lo prende in braccio e si avvia lungo la ss.50. «Non ti lascio,» dice, mentre si sente lo scampanellio della piastrina che porta al collo. E si sta bene.

Inutile negarlo, i bagnanti scappavano da tutte le parti portando con sé ciò che il vento non gli aveva strappato. Ma la pioggia si faceva più fitta e gli oggetti trasportati nell’aria descrivevano coreografie tra i pali della luce e le indicazioni stradali che faticavano a restare al loro posto. La pioggia aveva inondato le strade e allagato i primi piani delle abitazioni. L’immondizia cacciata dai bidoni viaggiava nell’etere come pulviscolo contaminato. Molti furono sorpresi dalla furia del vento e trasportati ad altezze irreali. Il pa e la ma, be’. Anche loro furono catturati dalla forza della natura e scaraventati chissà dove. Il berretto del pa che vagheggia tra le nuvole. La rivista della ma stracciata dalle folate.
Sono passati dieci minuti e dell’uomo non c’è traccia. Il ragazzino comincia a credere che stavolta faccia sul serio. Guarda il cartello. Sono al km770. Beve un sorso d’acqua. Con una mano tiene Giancarlo e con l’altra beve a collo dalla bottiglia, così non vede la depressione del manto stradale e cade a terra. Nonostante la stanchezza, Giancarlo è sempre un quadrupede quindi non gli è difficile atterrare sulle zampe. La stessa cosa non si può dire del ragazzino. L’asfalto è bollente, specialmente nell’alta stagione, col sole alto, e siccome è a torso nudo si graffia tutto e certe pietruzze gli restano attaccate sul sudore. «Non è niente,» dice. Accarezza Giancarlo e si accorge che la maglietta usata a mo’ di turbante è asciutta. Va alla ricerca della bottiglia per bagnarla di nuovo. E poi, anche lui ha sete. Prima non ha fatto in tempo a dissetarsi. Il sole è alto. Si alza e vede la pozza sull’asfalto. La bottiglia vuota. Si accorge di stringere il tappo nel pugno. Poi una luce li abbaglia, due colpi di lampeggianti in direzione km769.

Quando le automobili cominciarono a essere trasportare dalla corrente, Giancarlo si trovava dietro i vetri della cabina telefonica. Non si aspettava una potenza del genere. Le altre volte i temporali non erano durati più di dieci minuti. Adesso invece era passata un’ora e la tempesta non accennava a placarsi. Nell’agitazione aveva graffiato il vetro della cabina telefonica. Il rumore assordante là fuori lo distraeva mentre cercava di trovare una soluzione. Aveva pensato che per fermare il temporale bastasse pronunciare al contrario le parole magiche. Ogerp, eracsarruB. Ogerp, eracsarruB. Ogerp, eracsarruB. L’aveva detto tre volte ma non accadde un bel niente. Aveva riprovato. Niente. Non sapeva che fare, così di nuovo si mise a graffiare il vetro.
L’acqua intanto era infiltrata nelle abitazioni e nei condotti dell’aria. Dalle tubature delle case esplodevano flutti che sarebbe stato impossibile arrestare, enormi quantità che si spargevano dovunque.

Giancarlo aveva ridotto piena di graffi la cabina telefonica quando la pressione dei detriti la crepò. Fino a quel momento era stato al sicuro, ma adesso… La crepa corse lungo una linea che arrivata a una certa altezza si divise e fece crack. Poi, il buio. Ecco perché la cabina era mezza scassata. Se fossero tornati indietro alla piazzola di sosta, l’avrebbero vista, la crepa sulla cabina. Ecco perché era così caldo, stamattina, perché dopo il temporale splende sempre il sole alto. Ecco perché.
Il ragazzino gli dà un colpetto sul muso, tra le chiazze ammalate. A Giancarlo fa un gran piacere in un punto che da solo non avrebbe raggiunto. E ripensa al pa e la ma, ai coni gelato e alle creme protettive, e vorrebbe piangere. Ma le ghiandole lacrimali non abbastanza sviluppate glielo impediscono di nuovo. L’uomo incrocia lo sguardo del ragazzino attraverso lo specchietto. Si scambiano un sorriso. Adesso sono tutti e tre al fresco, all’interno del furgone nuovamente climatizzato. «Come hai detto che si chiama?». Il ragazzino beve un sorso lunghissimo, che la sete non gli è ancora passata, e dice: «Giancarlo,». Poi riempie una ciotola e la poggia sul sedile proprio mentre la serie di dossi che segnala l’uscita dalla ss.50 fa rimbalzare tutto e l’acqua, anziché andare nella ciotola, si sparge dovunque ma nessuno si lamenta perché è l’alta stagione e il sole è alto.

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Giuseppe Checchia e Francesco Poiana

Giuseppe Checchia ha studiato drammaturgia e sceneggiatura. Ha studiato filosofia. Ha studiato un modo per non scrivere una nota biografica. Francesco Poiana è un disegnatore e illustratore friulano con un una grande passione per le arti visive. Diplomato in pittura presso l’Accademia belle arti di Roma, collabora con diverse gallerie e case editrici ma prende parte anche a progetti indipendenti e di auto-produzione. Dice: «Il disegno è la disciplina che pratico ogni giorno e in cui mi esprimo meglio da quando mi conosco.» Vive e lavora tra Londra e L’Italia.