Al Becco

by Elena Gottardello

«Chi viene con me?» Pietro si alza mentre lo dice, sbatte gli scarponi sull’erba, porta la mano agli occhi e si volta a guardare il Becco dietro di lui.
Non rispondiamo, e secondo me lui se lo aspetta: nessuna di noi tre saprebbe arrivare in vetta al Becco, specie dopo la scorciatoia per la forcella che gli avevamo chiesto di insegnarci e che ci ha stremate per la fatica e per il caldo. Avrei voluto proporre un altro orario: non si deve andare per pendenze alle due del pomeriggio come ci ha proposto lui di punto in bianco, ma le altre non hanno protestato, anzi pareva non volessero altro.
E poi, la camminata all’alpeggio ci incuriosiva, a me e alle sorelle Bratti diverte stare sui prati. Ci ritroviamo ogni estate e andiamo al torrente e al Parco dei Cimbri, leggiamo all’ombra e prendiamo il sole. Per la verità, stare con lui un intero pomeriggio, farci amicizia, insomma, è la cosa che ci ha convinte a sudare fino a qui. Parlo anche a nome delle altre perché ho visto come Luisa e Anna lo guardano, anche se lui non le fila per niente, credo.
Pietro da queste parti ci viene tutte le estati da un paese della pedemontana, e ci resta tre mesi, i suoi non lo sgridano se va per boschi e cime e ghiacciai, da solo, e torna quando torna. Io lo so perché mia madre conosce la sua famiglia e me ne ha parlato, viene dal loro stesso paese, dice sempre che è brava gente, di poche parole, un poco selvatici, che è il modo di mia madre per dire che sono un poco sregolati. Non si dovrebbe lasciare un ragazzo andar così da solo per i monti, dice mia madre. La montagna non è che scherza, aggiunge, lei che della montagna ha paura.
«Allora?» lo ripete e si abbassa a fissare i lacci. Ha il profilo di un dio greco e i muscoli di un atleta russo, e penso che di sicuro anche Anna e Luisa lo hanno notato da un pezzo: spiega com’è che son salite fin qui, con i loro calzoncini a righe blu e bianche, la canotta con i volants, e i capelli lunghi e sciolti.
Lui si alza e chiede «Ma già stanche?» e con un moto del viso muove i capelli biondo cenere, e libera la fronte da un ciuffo spettinato. Mette le mani sui fianchi. Ha calzoni di tela grossa, una cintura di cuoio consumata, un fazzoletto che gli spunta dalla tasca. Le spalle e il torace sono di proporzioni perfette dentro una maglia arancione a cui ha arrotolato le maniche sui bicipiti.
Il Becco gli svetta da dietro, uno spuntone che si stacca sul fianco della montagna. Ne sento parlare ogni estate da mio padre e zio Carlo che scala rocce da quando era un ragazzo: una salita pericolosa e difficile. Non so se sia difficile a causa del pericolo, o pericoloso a causa delle difficoltà, e mentre le penso e concludo che qua di sicuro Pietro vuol darsi le arie che i maschi si danno davanti alle femmine, sento una voce che dice «Ok, vengo» e capisco che quella voce è la mia.
Lui mi guarda, e noto stupore, mentre aleggia nell’aria la sensazione quasi tattile dell’effetto sorpresa sulle altre due buttate sugli zainetti.
«Lasciamo qua la roba» dice, e si gira verso la base del Becco. «Stammi dietro, cercherò di non staccarti» aggiunge mettendosi di profilo.
Mi alzo dal ciuffo di cardi che mi pungono un braccio, mi gratto senza darlo a vedere, e mi fisso i lacci degli scarponi. Non li avevo sfilati, in onore all’aurea legge della montagna che dice mai togliere gli scarponi finche non si ha concluso di camminare: me l’ha insegnata mio padre, che a camminare in montagna va da sempre con lo zio Carlo e mio fratello, e mai con me.
Raccolgo i capelli con il nastro di raso che ho al polso, e lo seguo.
Lui avanti a me cammina sicuro, gli vedo la schiena nella maglia arancione, la nuca abbronzata, le gambe solide. Raggiunge un sentiero. Io dietro.
Arriviamo a un bosco di mughi ai piedi del Becco, superiamo ortiche, ciuffi di erica bianca, poi fragole e arbusti carichi di more che mi invogliano a fermarmi, ma Pietro non le vede, e o se le vede non ci fa caso. Cammina e punta al Becco. Io dietro.
Quando arriviamo ai piedi della salita, lui si volta e mi urla senza fermarsi «Attenta al precipizio» poi mi ridà la schiena.
Precipizio, burrone, strapiombo. Cerco un nome, a quella mostruosità dalla bellezza assoluta, tanto pericolosa quanto abbagliante. Mi appare, e dimentico la voglia di more e fragole e profumo di mugo. Sulla sinistra di quei venti centimetri di terra e sassi che si ha la pretesa di chiamare “sentiero”, giusto oltre un’altra quarantina di centimetri di altra erba e pietre, c’è lui. Un baratro sulla valle, quasi a filo con le mia gamba e il mio braccio sinistro. Sul lato destro, una parete di roccia. Guardo avanti e vedo Pietro, solido e in marcia davanti a me, e la vallata, tutta la vallata, alla nostra sinistra.
Mi fa male la punta dell’alluce destro, i polmoni scoppiano, ma sono qua con Pietro e sto salendo in vetta al Becco. Stiamo facendo una cosa insieme. Le altre son sotto. Io no.
Saliamo per un tempo che non so quantificare, mi pare un’ora ma potrebbero essere solo venti minuti, ho la sensazione di frammenti di vetro infilati nell’alluce, sento la faccia sudata, i capelli pesanti, gli occhi arrossati. Mi cola il naso e non ho un fazzoletto. Cammino tenendo gli occhi bassi: nel mio campo visivo c’è sempre e solo la punta dei miei scarponi inclinati sulla pendenza, le pietre che calpesto, fili d’erba. Orme delle suole di Pietro sul terreno tra le pietre mi indicano dov’è più sicuro mettere i piedi. Non oso guardare a sinistra, o la cima, chissà quanto lontana. E nemmeno Pietro, davanti a me di una decina di metri: il suo passo ritmato mi calma.
Andiamo avanti per un altro quarto d’ora e le mie gambe tremano per la fatica. Ma non dico niente, il fiato mi serve.
Un tuono mi fa alzare la testa e vedo che il cielo sopra di noi è quasi nero. Pietro non si ferma, e penso che forse non lo ha notato. Se avessi fiato per parlare lo chiamerei, ma non ci riesco, e poi non voglio sfigurare e fare l’impacciata.
Il sentiero si allarga a destra, la parete di roccia lascia spazio a un piano con larici e mughi. Un tronco abbattuto fa da argine a un cespuglio di rododendro rosso. Un altro tuono mi fa alzare gli occhi, il vento mi asciuga la fronte, la braccia, le gambe. Pietro non accenna a fermarsi, a tornare indietro. Mi sale un misto di sconforto e rabbia. Ma perché non ci fermiamo un attimo?
Cammino più veloce sul piano, e mi accorgo di aver raggiunto Pietro. Lo affianco. Sto per dirgli qualcosa, ma lui fa una cosa che non mi aspetto. Mi sorride, alza la mano e mi accarezza la testa. Lo fa così, mentre camminiamo affiancati: mi accarezza la testa. Un gesto semplice, lento. Gli trema la mano, ha il viso arrossato e sorridente. La sua mano mi scivola sulla schiena, e io passo avanti a lui.
Seguo il sentiero che riprende a tirare, sono felice. Nel mio campo visivo, di nuovo c’è la punta dei miei scarponi inclinata su erba e pietre appuntite. Il bagliore di un lampo a sinistra mi fa pensare che forse dovrei voltarmi, dire adesso basta, che facciamo se piove? Ma sono felice e penso solo a finire la salita, voglio vincere la stanchezza che mi taglia le gambe. Mi inerpico sul sentiero, un passo dopo l’altro. In fondo tra poco saremo in cima. Io e Pietro.
Il cielo sulla valle è così scuro che pare sera. Un fulmine cade oltre la curva che abbiamo davanti, il tuono è sopra di noi.
«Basta, dai» dico, e mi volto. Ma lo dico al sentiero, allo strapiombo, alla roccia. Pietro non c’è.
Cerco l’arancione della sua maglia mentre barcollo in discesa. Davanti a me c’è un pendio, tra una parete verticale di roccia e il verde scuro della valle. Non vedo Pietro. Grido e chiamo, scendo cercando equilibrio con le braccia.
E intanto chiamo Pietro, urlo il suo nome, e la roccia mi restituisce l’eco della mia voce, ma non la sua. Lui non c’è. Semplicemente è sparito. Sono lungo il fianco del Becco, sferzata dalla pioggia che non ho sentito iniziare, sono stanca, ho male dappertutto, respiro a stento. Pietro è sparito. Alzo le braccia perché cerco equilibrio, e Pietro. Voglio che appaia da dietro la curva, forse è al tronco con il rododendro, tra i mughi.
La valle ai piedi dello strapiombo è sul lato destro della discesa. Sempre uguale.
La mia voce mi risuona come il verso di un animale. Devo scendere, e farlo con cautela, e mentre poso un piede davanti all’altro, e accosto il mio fianco sinistro alla parete di roccia, urlo e chiamo Pietro. Capisco che ci sono pioggia e folate violente perché scivolo sul sentiero. Voglio Pietro, sentirlo, vederlo. Voglio l’arancione della sua maglia apparire davanti a me. Voglio lui, che mi raggiunge e, senza troppo parlare, mi accompagna alla forcella.
Raggiungo il piano e i mughi e il rododendro arginato dal tronco. Un fulmine balena sopra la mia testa, e va a scaricarsi sulla parete di roccia che ho appena superato. Tutto è smosso da pioggia violenta. E Pietro non c’è. Piango e urlo, le corde vocali tese in gola mi fanno male. Continuo a urlare, voglio Pietro.
Un rivolo d’acqua scivola sulla pietra del sentiero, barcollo e per evitarlo mi tengo attaccata alla parete della montagna. La roccia graffia, ammacca. Urlo al temporale, nell’illusione che mi scorga e mi risparmi.
Quando arrivo ai piedi del Becco, mi lascio cadere per terra. Anna e Luisa mi raggiungono con altre tre persone, due uomini e una donna. Mi fanno domande, mi coprono, mi alzano. Tremo e non rispondo.
Gli unici suoni sono quelli della pioggia e del vento sui prati.

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Elena Gottardello

È padovana. A sei anni ha imparato a scrivere e da allora non ha più smesso. Dopo essersi laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Padova, ha pensato che insegnare poteva essere un gran bel mestiere e così da qualche anno è insegnante di Lingua Inglese nella scuola secondaria. In ordine sparso e misto, adora mangiare cioccolata, bere caffè nero, ascoltare musica, viaggiare, stare in compagnia. Ha frequentato corsi di scrittura alla Scuola Holden di Torino. Il suo blog è Le boe di carta.