L’episodio del balordo

by Carolina Crespi

Quell’estate andammo a Senigallia da mia nonna, tutti insieme con due macchine. Noi con la Ypsilon 10, i cugini e gli zii con la Passat. A dire il vero mio padre ci raggiunse solo l’ultima settimana con la Golf, perché la settimana in cui tutti avevamo deciso di partire, lui lavorava ancora. Ci rimasi male quando venni a sapere che non sarebbe sceso con noi subito. Di solito ci fermavamo all’Autogrill per comprare la borraccia della CocaCola. Bastavano un coupon che si trovava dentro Topolino, e diecimila lire – col passare del tempo quindici – per avere una borraccia di plastica enorme, ogni estate più grande, ingegnosa e ingombrante. Mia madre non era una da borracce: aveva il terrore di guidare in autostrada e centellinava le soste per tenere a bada l’ansia da ripartenza. Michela Hakkinen, l’aveva soprannominata mio fratello. A Senigallia alloggiavamo all’Hotel Excelsior, dove mia nonna aveva stretto amicizie con moltissime signore, soprattutto fiorentine. Avevamo stanze separate noi, i cugini e mia nonna, ma ogni tanto scendevo a dormire da lei, per stare alla larga da Michela Hakkinen e da suo figlio, e riposarmi nel suo letto fresco che odorava di lycra e Bilboa. L’episodio del balordo risale a una di quelle notti e insieme alla storia della villetta di Cogne, quello del balordo è un evento che la mia mente richiama in primo piano ogni volta che ha a che fare con delle porte.
La seconda serata di Canale 5 volgeva al termine, e con lei, la sigla tagliata di X-Files. Era il giorno prima che arrivasse mio padre. Imbustata sotto il lenzuolo piatto del lettone di mia nonna, leggevo un libro di bambini in provetta, ambientato in un futuro ipotetico: Nati nel 1999, si chiamava. Sentivo mia madre ciabattare al piano di sopra, prolungando enormemente il rito dell’andarsene a letto; immaginai mio fratello che dormiva con la luce puntata in testa, inebetito da una sbornia solare che gli aveva dissotterrato una galassia di lentiggini. Mia nonna leggeva Gioia per – diceva – farsi venire giù il sonno, io ogni tanto buttavo l’occhio verso lo specchio grande dell’armadio, fiera dei miei capelli, che la notte, sotto la luce calda dell’abat-jour, vivevano il loro tramonto privato, sempre più biondi e americani. Passata mezz’ora, mia nonna decretò la fine delle letture e spense la luce.
L’indomani ci alzammo entrambe prestissimo, molto in anticipo rispetto alla sveglia telefonica garantita a richiesta dalla reception. Quando aprii gli occhi, sentii l’acqua del rubinetto scorrere e un odore mescolato di crema e olio solare che immaginai staccarsi dal corpo di mia nonna per legarsi all’ossigeno della stanza. Le molecole, per un po’, avrebbero fluttuato in coppia. La raggiunsi. Di sfuggita, nello specchio, vidi riflesse due gambette secche e lunghissime, che sembravano andarsene senza padrone. In bagno, invece, il volto di mia nonna malcelava i segni di una notte insonne: si sfregava la pelle con una spugna rotonda, che seguiva la traccia delle occhiaie, frizzava sugli zigomi, e scivolava sulle rughe accanto alla bocca chiusa a u, fino a coprire le labbra e tutto il collo. C’era qualcosa che l’aveva scossa, ma dal suo silenzio capii che non mi riguardava. Ne approfittai. Le chiesi se potevo scendere in spiaggia subito, sarei rientrata per colazione. Me lo permise.

Scesi quattro piani dell’albergo a piedi e mi ritrovai nella hall. Erano quasi le sei, in coda alla reception deserta una donna in pantaloncini teneva in mano un biberon di latte. Aveva una coscia arrossata, martoriata da una notte di punture di zanzara, di tanto in tanto controllava l’orologio appeso al muro, subito sopra il bancone a cui era appoggiata. I minuti s’indovinavano a fatica perché la lancetta lunga s’era scolorita e aveva lo stesso tono dello quadrante di sfondo. Puntai dritta le porte scorrevoli, prima che qualcuno mi impedisse di farlo. In veranda, un ragazzo in divisa verde stava appiccicando un manifesto che annunciava la gara di cappelli di San Lorenzo.
Cominciai a camminare sul marciapiede che costeggiava i bagni privati. L’aria era flaccida, il cielo lattiginoso, il mare grigio. L’asfalto della passeggiata caldo dal giorno prima. Procedevo spedita, anche se ancora non avevo idea di dove andare. L’ombra che mi affiancava rivelava che sarei cresciuta sproporzionata. Avevo braccia lunghissime, dei filamenti al posto dei muscoli. Le irrigidii come mi avevano insegnato a ginnastica. Le mani distese, con le dita tutte unite: ora i filamenti terminavano con delle lame. Mi fermai quando sulla destra apparve il molo vecchio: un peschereccio attraccato, tre uomini armeggiavano con un secchio. Li attesi mentre percorrevano l’intero molo nella mia direzione. Buttai l’occhio nel secchio: era pieno di ricci rossastri, forse femmine ripiene di uova da spruzzarci sopra un limone: strano bottino per dei pescatori. Puzzavano di sudore. Li seguii per un po’, tenendo una distanza esagerata, poi li persi.
Tornai al molo. Non potevo buttarmi in acqua per due motivi: il primo era che avrei dovuto lasciare i vestiti a riva e se avessi nuotato fino all’hotel, una volta arrivata non avrei avuto di che vestirmi. Il secondo era che l’acqua era salmastra, e avevo schifo ad appoggiare i piedi sul fondo. Tornai indietro camminando sulla spiaggia. Più o meno all’altezza dell’Excelsior mi fermai. Ammucchiai i vestiti su un pedalò e mi buttai in acqua. Nuotai un po’ in cerchio, restando sempre a riva. Immaginai di essere un Narvalo, che col suo dentone si faceva largo tra i piccoli pesci che gli ronzavano attorno. Muovevo il braccio a destra e a sinistra, per fare tutto e tutti a fette. Uscii e mi sedetti sul pedalò vicino al mucchio di vestiti.
«Margherita!» la voce di mio padre mi raggiunse da lontano. Mi voltai. Stava sulla striscia di beole che finiva in niente, a una manciata di metri da riva. Afferrai i vestiti e gli andai incontro di corsa. Era vestito da città, con le maniche della camicia di lino arrotolate sugli avambracci e i calzini che si intravedevano tra le scarpe da tennis e i jeans. Aveva con sé la borraccia: notai che rispetto all’anno precedente, la CocaCola aveva optato per una linea nel complesso più squadrata, tanto che la stessa cannuccia fuoriusciva zigzagante per circa dieci centimetri. Era tutta rossa, tranne il coperchio che invece era trasparente, glitterato di brillantini e lasciava intravedere il nero della bibita. Rientrammo in albergo. Facemmo colazione seduti a uno dei sette tavoli rotondi della sala, insieme alla Fava una delle signore fiorentine amiche di mia nonna. Mi chiese se avevo intenzione di partecipare alla gara di cappelli. Guardai mio padre che, vago, disse che dipendeva dall’ora in cui saremmo rientrati dalla spiaggia.
In ascensore incontrammo i cugini in costume da bagno e prendisole, papà disse che potevo scendere in spiaggia con loro. In spiaggia parlammo della gara di cappelli: mi dissero che non era una cosa per bambini, che era organizzata per i vecchi che al pomeriggio restavano seduti in veranda a giocare a scopa o Machiavelli. Andammo alla boa, raccontai loro dei pescatori di ricci, nuotammo fino al molo vecchio e indicai loro il peschereccio da cui avevo visto scendere uno dei due pescatori. Non ero certa fosse la barca giusta, ma in fondo ne bastava una qualunque perché loro mi credessero. E infatti dissero che due mattine dopo sarebbero scesi con me all’alba, per vedere anche loro i pescatori. Chiesi perché, invece di aspettare due giorni, non potevamo andarci il giorno dopo: mi dissero di no, avevano un impegno, l’impegno era andare a Mirabilandia, ma dipendeva dal tempo.

Michela Hakkinen, la zia e la nonna erano sotto l’ombrellone con le borse di vimini tracotanti di pesce. Mio fratello aveva un broncio temporalesco: l’avevano obbligato a tenere la maglietta fino alle tre e si vergognava a entrare in acqua. Gli raccontai dei ricci, mi disse di non guardarlo. Lo lasciai perdere. Gli adulti – tolto mio padre che dormiva prono al sole – avevano tutti una faccia funerea. Compreso mio zio pilota, scuoteva la testa e tamburellava le dita sulla coscia di mia zia. Chiesi a mia madre che cosa avremmo fatto il giorno successivo, se avevamo intenzione di andare da qualche parte. Mi disse che il papà era appena arrivato: ci saremmoriposati in spiaggia come tutti gli altri giorni.
«Allora di cosa state parlando!» sbottai. Pensavo si stessero mettendo d’accordo per Mirabilandia e invece, come al solito, noi non avevamo piani. Andai al lettino di mio padre mentre i cugini distribuivano le pesche; mi sedetti nello spazio libero tra i suoi piedi rovesciati. Ero stanca di riposarmi: non avevamo intenzione di andare a Mirabilandia, la gara di cappelli era solo per i vecchi, non piangevo, non ridevo, non avevo nessuna reazione semplice, nemmeno quella di scavare una buca di sabbia e placare la rabbia con la vista del paciugo marrone che voleva dire acqua. Stavo lì, aspettavo che la noia passasse.
Alle cinque annunciai che me ne sarei tornata in albergo. Mi dissero di andare a fare il bagno con mio fratello, ma siccome mio fratello era rimasto vestito tutto il giorno e non aveva nessuna intenzione di svestirsi ora, cambiarono versione: mi dissero di portarmelo dietro, che la piscina dell’Excelsior era in ombra, e lì almeno avrebbe potuto fare il bagno senza maglietta. Dissi assolutamente no – anche lui disse assolutamente no. Camminammo furiosi sulle beole, lui asciutto come otto ore prima, coi piedi secchi infilati nei sandali. Varcammo l’ingresso e ci sedemmo in veranda a giocare a Uno. Poi lui se ne andò a fare il bagno, io mi sentivo insoddisfatta della mia vacanza: rispetto all’anno scorso i cugini erano meno divertenti e non c’era niente di davvero avventuroso da fare. La fine delle avventure, per qualche motivo insondabile, era coincisa con l’arrivo delle mestruazioni, che avevano fatto la loro prima spiazzante comparsa all’inizio di maggio.
Lasciai le carte sul tavolo per tenerlo occupato, e scesi le scale della veranda. Intorno infuriava la scopa d’assi dei vecchi; tazzine e bicchieri stazionavano precari sul limitare dei tavoli di Machiavelli, mentre questi ultimi erano cosparsi di scale. La Fava aveva uno chignon dorato che pendeva da un lato per il peso dell’enorme ortensia che lo coronava. Dall’ortensia si dipanavano due stralci di tulle violaceo che, grazie a un complicato sistema in fil di ferro, si chiudevano sul lato opposto dove un mollettone di plastica dello stesso colore dell’ortensia teneva insieme il tutto. La Mariarosa, di rimpetto alla Fava, di cui vedevo settebello e fante d’oro, aveva optato per un colbacco estivo alla russa, confezionato con uno scialbo cartoncino nero e delle graffette di ferro, affrancato alla base direttamente su un cappellino con visiera, nero anch’esso. Mi avvicinai alle signore, chiesi quando sarebbe iniziata la gara e cosa ci fosse in palio. «Il solito» mi dissero «gita in barca a vela, cena di pesce dal Tomar e biglietto per l’Aquafan. Scopa di sette, Mariarosa.»
Mio padre arrivò alle sei meno dieci, rosso come un gambero, con le scarpe da ginnastica senza calze e un visibile mal di testa. Mi trovò a fatica, seduta accanto alla Fava, nascosta dal tulle di un cappello con strascico a tema insalataro, tenevo il punteggio della scopa.
«Si vince il biglietto per l’Aquafan» dissi e, da come mi guardò, capii che il tono più che un’asserzione doveva essergli parsa un’implorazione. Dal megafono della veranda annunciarono l’inizio della gara. La Mariarosa mandò a monte la mano e le altre tre furono d’accordo, segnai una riga orizzontale sotto il nome di ciascuna giocatrice. Si alzarono, involandosi cinguettanti verso la hall.
«Non abbiamo molto tempo» disse mio padre, che si era calato nella parte. Per la seconda volta in un’ora abbandonai il tavolo da gioco con le carte al centro. Io e mio padre salimmo in camera, vidi all’orizzonte il barlume di un’avventura. Ero certa che lui avesse un piano segreto. Improvvisò sulla mia testa un cappello sviluppato in verticale nel cui al centro si stagliava, ammiccante e provvisoria come ogni cosa che sia moda, la borraccia della CocaCola. Tutt’attorno alla testa, a mo’ di coroncina hippie legammo un nastrino di seta a cui affrancammo un paio di strisce a fumetti, senza badare al senso della storia: ci importava innanzitutto che tutta la superficie del nastrino fosse coperta. L’operazione ci richiese in totale sette minuti. In ascensore ci guardammo tutto il tempo allo specchio.

Vinse la Fava con l’ortensia, secondo un cappello di treccine africane misto a una rete da pesca, terzo l’insalataro. Mi piazzai sesta, ma siccome ero la più piccola partecipante, mi fecero fare la foto con le tre premiate. Cercai di scucire il biglietto Aquafan all’insalatara ma non ci fu verso. Mi risedetti al primo tavolo, quello delle carte da uno dove tutti, affamatissimi, avevano atteso che la sfilata terminasse. I cugini mi fecero i complimenti, la nonna disse che la gara era stata competitiva. Poi si alzò, sospirò.
«Stanotte un balordo è venuto a bussare alla porta del mio balcone. Quando mi sono alzata, ho visto l’uomo che scavalcava e si dirigeva verso le stanze a ovest, 433, 434 e via. Saranno state le tre di notte.»
Io e i cugini la fissammo. Mia madre e gli zii la guardarono come se il suo intervento fosse stato a lungo premeditato. Mio padre era distratto dai fari della piscina.
«Ho avvisato la reception e mi è stato consigliato di chiudere bene la portafinestra. Se l’episodio si ripete, avviseranno la polizia e mi cambieranno di stanza.»
Nessuno disse nulla, nemmeno quando arrivò mio fratello tutto gocciolante. Al posto della pelle aveva un materiale grinzoso e coriaceo, che prima d’allora avevo visto addosso solo a Piero, l’elefante nato in cattività, nel parco bergamasco delle Cornelle. Andammo a cena senza lavarci, poi a prendere il gelato, poi a vedere X-Files, poi a letto.

Quella notte pensai alle molte cose che avevo da sistemare: senza motivo, avevo detto alla Fava che ero nata da una macchina, ma era una di quelle cose che escono dalla bocca in modo concitato, senza davvero avere avuto il tempo di passare per il cervello. Inoltre, trovando terreno fertile – Firenze, a detta delle tre signore, era terra di fantascienza e soprannaturale -, ero scesa nei dettagli, descrivendo per filo e per segno la macchina e le sensazioni di quando ne ero uscita: il mondo ghiacciato, l’impercettibile ma confortante ronzio della Terra che ruota. Dovevo dunque trovare un’impalcatura credibile prima che la Fava chiedesse a mia nonna spiegazioni. Avevo poi discusso a lungo con i cugini della spedizione dei ricci, prendendomi la responsabilità di portare il coltellino per tagliare le loro pance ed estrarre le uova, cosa che non avevo mai fatto prima, e per cui contavo di chiedere aiuto l’indomani all’alba ai pescatori del molo vecchio. Infine mi ero fatta un’idea abbastanza seria sulla storia del balordo: cosa avrebbe mai spinto una persona ad arrampicarsi fino al quarto piano di un hotel di sei piani, per venire a bussare alla porta di una nonna e della sua giovane nipote? Follia. Ma cosa aveva reso folle il balordo? Di certo qualcosa di ripetuto e fastidioso, incontrollabile e martoriante. E se c’era una cosa che aveva tutte quelle caratteristiche, erano le ciabatte di ma madre. Dunque il balordo aveva sbagliato piano. Voleva Michela, non noi. Sarebbe tornato solo se lei avesse ciabattato di nuovo. Le consigliai di non farlo e lei per una volta mi diede ascolto. Venne sabato e poi domenica. Partirono tutti, la Fava, i cugini, mia nonna, restammo solo noi. Mia madre riprese a ciabattare, ma il balordo non tornò mai. Forse, pensai, passato Ferragosto, era partito anche lui.

Se ti è piaciuto quello che hai letto e vuoi sostenerci, puoi abbonarti o fare una donazione

Carolina Crespi

Carolina Crespi (1985) è nata a Busto Arsizio e ha studiato Filosofia a Milano. Ha pubblicato due raccolte di racconti dal titolo Quello che mi rimane (Giraldi, 2008) e Il futuro è pieno di fiori (NoReply, 2012). Un suo racconto è stato incluso in Quello che hai amato (Utet, 2015), antologia curata da Violetta Bellocchio. Attualmente insegna italiano in una scuola media ed è responsabile del tavolo letteratura e teatro del Circolo Gagarin di cui è socia fondatrice.