Agnese

by Michele Orti Manara

… e provateci voi a convincere una testarda come l’Agnese, una che quando si inzucca di far qualcosa non la si smuove, provate a spiegarle che non ha senso e che starà male, provate a convincerla, stasera che ha deciso di ingollarsi cinquanta ciupiti di rum, uno per ogni anno che compie oggi, coi primi tre già svuotati in sequenza glup glup glup, i bicchierini capovolti sul bancone, e Beppe che allunga la mano per riprenderli e lei che no, per favore, lasciameli qui, che quando arrivo alla fine voglio averceli davanti tutti, e abbracciare con lo sguardo quanti sono i miei anni buttati, e allora Beppe che fa segno di sì da sotto quelle sopracciglia sale e pepe che sembrano fatte col paglino di ferro per scrostare i piatti, lui che mai una volta ha rifiutato da bere a qualcuno, non importa quanto ubriaco fosse, che col suo corpo ognuno ci fa quel che gli pare e non spetta certo al barista decidere quando basta, e l’Agnese adesso con la lingua già sciolta che mette in riga i bicchierini, stavolta sono partita forte, che senza lo slancio iniziale non si va da nessuna parte, e se c’è una cosa che proprio mi dà fastidio è che in vita mia non sono mai riuscita a portare a termine nulla, non a tenermi vicino quello stronzo – che l’ha lasciata quando l’ha scoperta incinta e che adesso lei non chiama mai per nome – non a finire di crescere il mio Lucio, che mi è scappato appena compiuti i diciotto inseguendo una sottana lurida, e quindi be’, questa cosa dei cinquanta ciupiti invece la voglio fare fino in fondo, e chissà che non mi dia un po’ di soddisfazione, mi faccia sentire capace di qualcosa, sono anni che mi sembra di non esistere neanche, ditemelo voi, chi sono esattamente, a cosa servo, e se ne avete una vaga idea ditemi anche chi siete e a cosa servite voi – qui alza un po’ la voce e si gira qualche testa nel bar – forza Beppe, versane un altro, glup, un altro, glup, e siamo a cinque, cinque su cinquanta, quanto fa? be’, ancora poco, poco, poco, e sarà anche poco, ma l’Agnese ha già la testa dondolante e la lingua gonfia, certe lettere ci scivolano sopra e vanno a morire da qualche parte, e ha palpebre scure e stanche come falene dalle cui ali la polverina del fard sbiadisce via pian piano, mentre le mani appena deformate da un accenno di artrite artigliano i bicchierini e li capovolgono, e siamo adesso a sette, un rutto represso e una smorfia sghimbescia, otto, nove, lo sguardo liquido che che tinteggia le pareti senza metterle a fuoco, sospiri e risate, i nove ciupiti a testa in giù sul bancone in file da tre, potremmo giocarci a tris, dice l’Agnese, anche se è un gioco che non mi ha mai divertito, e allora niente, un gomito piantato sul bancone e il palmo a far da vassoio al mento, secondo voi sono ancora attraente, voglio dire, mai pensato di farvi un giro in giostra con me, domande rivolte a nessuno in particolare, che ormai il bar si è svuotato, restiamo solo Beppe e io ma non è a noi che parla, e quando ne chiede un altro i baffoni di Beppe spazzolano l’aria sopra la bocca, che alla fine la sua neutralità svizzera sul corpo degli altri e quel che ne fanno qualche crepa inizia a mostrarla, e dopo il decimo glup l’Agnese sembra uno di quei pupazzetti di gomma con l’anima in fil di ferro, che li puoi mettere in posa come vuoi ma prima o poi il fil di ferro si rompe e la gomma penzola inerte, e allora Beppe mi guarda, raccoglie i dieci anni tintinnanti dell’Agnese e li mette in lavastoviglie, asciuga il bancone con un panno, poi ci gira attorno e ce la carichiamo, uno per parte come carabinieri che scortano un colpevole, e lei ha in faccia un sorriso più triste di un pianto e una nebulosa di rum che le esce dalla bocca, la reggo da solo finché Beppe abbassa la saracinesca, poi attraversiamo la piazza fino alla casa dove vive da sola, benedicendo che stia al pianterreno, e le prendo le chiavi dalla tasca della giacca, via le scarpe la stendiamo sul letto e la copriamo con un triangolo di coperta come un grosso tramezzino, e mentre sto per spegnere la luce lei ha un sussulto, le falene sbattono le ali un’ultima volta, quanti ne ho bevuti, Lucio mio, non ce l’ho fatta vero? dice immaginandomi suo figlio, neanche questa cosa sono riuscita a fare, e l’ultima sillaba si trasforma in un grattìo di carta vetrata e finalmente l’Agnese russa, e tu speri che quel raschiare possa levigare le delusioni e le tristezze e i rimpianti, che domani il mal di testa le sia lieve, che di questa serata lei si ricordi il meno possibile, e magari dimentichi anche tutto il resto, e si svegli con la mente bianca e vuota e pronta per essere riscritta, forse sarebbe meglio così…

Questo racconto è stato originariamente pubblicato sul #57 di inutile

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Michele Orti Manara

Michele Orti Manara è nato a Verona, e vive a Milano. Scrive quando gli viene, coltiva nepenthes e un blog che si chiama Nepente