È sempre una questione di padri

by Carmen Barbieri

Interno notte di una clinica ospedaliera. Una sala d’attesa dove mia madre mio padre ed io siamo i soli ad attendere. Il linoleum sotto i miei piedi è di un colore verde acido. Le mensole tutt’intorno sono sovraccariche di bottiglie di Ace candeggina. Tutto è molto bianco ed il fotografo di scena ha optato per una luce chiara e piatta. Mia madre è eccitatissima. Mio padre sta per commuoversi in pianto dalla felicità. Quanto a me, sono consapevole di cosa sta per succedere, eppure attendo una conferma, che arriva, di lì a poco, con l’ingresso nella sala dell’infermiera. Che è una suora e veste di bianco. Stringo tra le mani un fascicolo di carte e quando vedo la suora avanzare verso di noi, ho come l’impressione fisica che il peso di quei fogli si sia decuplicato e faccio fatica. Perché ho solo due mani e le gambe non mi reggono bene tant’è il peso enciclopedico dei fogli che custodisco, tant’è acuta l’emozione che mi attraversa.

La suora ci sorride docile e con lo sguardo ci invita a seguirla. Percorriamo un corridoio. Mio padre quasi si dimentica del bastone che a 46 anni è costretto ad utilizzare per riuscire a camminare in “autonomia”; ha un incedere così lieve che sembra stia volando. Mia madre è la prima ad entrare nel laboratorio di analisi; sposta una sedia e fa accomodare papà. La suora ci dice di attendere un momento, gentilmente. Poi gentilmente torna e poggia sul tavolo, dinanzi al quale siede mio padre, un vasetto di plastica trasparente con un tappo bianco. Unitamente ad alcune riviste porno.
Mancano poche ore alla morte di mio padre e così i miei genitori hanno deciso di preservarne il seme di modo che mia madre possa continuare a generare con lui dopo di lui. La suora spiega a mio padre che per esser sicuri che i semi che lascerà siano atti alla creazione di figli esclusivamente maschi, è necessario che si avvalga dei giornaletti porno messigli a disposizione. Papà è titubante, la cosa lo imbarazza, sembra, al punto che non riesce nemmeno a guardarne le copertine. Mamma lo incoraggia. È così certa di volere solo figli maschi d’ora in avanti.
Papà allora scompare dietro un paravento di alluminio e tela bianca. Prima di voltarmi le spalle mi affida bastone, cappello e cappotto. Mamma abbraccia la suora. Le bacia il collo. E chiude gli occhi stretti, come davanti ad una torta di compleanno, per esprimere il desiderio che spegnerà le candeline. Io resto in piedi, alle spalle della sedia lasciata vuota da papà e di spalle al paravento dove ora lui sta. Con le cose che mi ha affidato in braccio. I fogli che stringo in grembo, nascosti dal suo cappotto, diventano figli e mi si arrampicano addosso. Piccoli figli tra i capelli, nelle narici del naso. Piccoli figli fatti e formati si accucciano nel basso ventre dei padiglioni auricolari. Piccoli figli mi pungono gli occhi, mi mordono le labbra. Sono compressa tra la sedia e il paravento come tra due mura della Napoli sotterranea. Dentro di me il cuore batte come un orologio e mi trasmette l’ansia delle cose che vorrei dire a mio padre nelle poche ore che precedono la sua morte. Mi arriva come lontana l’eco della fibbia metallica dei pantaloni che papà sta slacciandosi a pochi centimetri da me. Sono presenti in primo piano le risa gaudenti di madre e suora che mi guardano scomparire dietro questo morbo di figli.
Quando mi vedo da lontano, prima di allontanarmi dal sogno, il mio volto non c’è più, coperto da una maschera di piccoli figli tutti uguali. Come vermi. Ho indosso il cappotto e in una mano stringo il cappello, nell’altra il bastone.
Mi sveglio che sono sola in questa camera d’albergo dell’unico albergo aperto a Cattolica nel mese di dicembre. Ma quando alle 5.45 ho aperto per la prima volta gli occhi, mi è sembrato troppo presto per iniziare a prepararmi all’appuntamento fissato con Emanuele nella hall dell’albergo per le 9.15. Troppo presto anche per scendere dal quarto piano, dove sono, al primo e fare colazione.
Non mi è stato difficile riprendere sonno, eppure l’inquietudine trasmessa dal sogno fatto all’alba mi ha costretta ad una doccia alle sette meno dieci. Nella successiva fase di asciugatura non manco di utilizzare creme idratanti dal rapido assorbimento; mi studio con attenzione mentre massaggio di intrugli il corpo; guardo con diffidenza soprattutto i buchi neri che mi maculano l’epidermide. Al plurale nei; al singolare neo. Alterazioni cutanee localizzate, scientificamente dette nevi. Ma nella sua contrattura popolare la parola assume l’impronta di un segnale onomatopeico d’allarme. La consonante n che introduce il monosillabo funge da trampolino di lancio per un dittongo vocalico che, singolare o plurale che sia, pulsa come la luce rossa di un’ambulanza. N-eo, n-ei. Eo-ei-eo-ei-eo-ei. Te lo dice già il nome che questi lumini scuri sono bombe a mano inesplose. E rendono il corpo un campo minato. Sono un errore di sistema e non posso che ridere nervosamente di quelle donne che nel Settecento se li dipingevano addosso, per vezzo.
Il suono prodotto dal saldatore ad elettrodo azionato sul telaio di una minimoto per rafforzarne alcuni punti somiglia a quello generato dalla sigillatura a fuoco del coperchio di zinco di una bara. Si tratta di un sibilo che riconosco subito non appena arrivo al circuito di minimoto di Cattolica; ad Emanuele però non lo dico, potrebbe offendersi. E la cosa mi dispiacerebbe molto dal momento che è stato tanto cortese con me. Senza nemmeno conoscermi, è venuto a prendermi in albergo per portarmi sulla sua pista. Dopo nemmeno un quarto d’ora trascorso insieme mi ha lanciato tra le mani le chiavi del suo furgone, invitandomi a lasciarci dentro tutte le mie cose, per stare libera da pesi – dice. E a tenermi le chiavi così da poter disporre autonomamente del mezzo. Questa intimità inaspettata mi colpisce positivamente ed, in un certo qual modo, mi tranquillizza.
Il lavorio della saldatrice mi raggela il sangue nelle vene e mi impedisce il passo. Emanuele confonde questa mia immobilità con timidezza, così mi prende per un braccio e mi tira debolmente. “Dai che ti porto a conoscere la mia bambina” –mi sussurra, guardandomi dritto negli occhi. Poi chiude i suoi, di occhi, ed appoggia una mano sui miei. E spiega: “Aspetta che te la voglio descrivere prima. Così te poi mi dici se son stato bravo quando la vedi!”
Convinta di stare per assistere alla descrizione di una figlia a cui, mi fa intuire, sembra voler molto bene, oppure a quella di una compagna/moglie particolarmente giovane, mi dispongo all’ascolto. “La mia bambina è lunga 412 metri. A destra della griglia di partenza c’è la cabina di cronometraggio, con il semaforo che indica ai piloti di partire. Partiti infondo al rettilineo curvone a sinistra dietro al bar, poi destra sinistra e ancora destra ma molto più stretta, rettilineo poi curva destra chiusa e subito sinistra, che poi ti immette in un meraviglioso curvone ancora a sinistra, per poi chicane destra-sinistra, ancora a destra in un tornantino abbastanza chiuso, sinistra rettilineo, curva a sinistra stretta, che immette nelle ultime due curve della pista destra-sinistra, per poi tagliare il traguardo”.
Sorrido e i miei zigomi vanno ad appoggiarsi sotto la sua mano. Il suo entusiasmo è talmente contagioso che inizio a sentirmi sgravata dalle mie malinconie. Mi fido della sua descrizione e anzi, quando la vedo dal vero, la pista di minimoto, mi appare meno bella di come me l’ha fatta immaginare. Quei metri che nella mia fantasia erano più lunghi dei chilometri si rivelano per quello che sono, così che dagli spalti posso con un solo sguardo tenere d’occhio sia l’inizio che la fine del circuito. E poi l’aria è annebbiata ed umida e il sole è coperto da una pellicola di brina e l’erba intorno al circuito è gialla ed arida. Nella mia immaginazione avevo visto un sole talmente forte battere sul circuito da spaccare l’asfalto in corrispondenza delle curve; e m’ero rappresentata mentalmente una vegetazione tutt’intorno ridente al punto tale che Teseo ed Ippolita regina delle Amazzoni l’avrebbero potuta scegliere come location per la celebrazione del loro 506esimo anniversario di matrimonio.
Emanuele corre sul filo dei miei pensieri e prontamente replica: «Vabbè ora la vedi così perché è dicembre, ma qui da marzo è bellissimo. Vien fuori l’erba verde e c’è sempre il sole…» è così innamorato della sua creatura che a incrociargli lo sguardo c’è da commuoversi.
Li vedo tutti, nel lago leggero dei suoi occhi chiarissimi, banchettare sul suo circuito in occasione dei lazzi amorosi: Oberon Puck Titania Lisandro Erminia Elena Demetrio e ancora Ippolita e ancora Teseo… E di questi un piccolo fauno sembra essersi attardato sulla pista lungo tutto l’inverno. Ha 9 anni e si chiama Riccardo. Stretto nella tuta da motociclista sta accovacciato sulla sua minimoto e sfida i rettilinei e sposta con così tanta grazia il peso da destra a sinistra nella chicane che sembra stia saltando, in uno stagno, da una foglia di loto all’altra. Il nome di questo giovane satiro danzante me lo rivela Lele che poi mi indica il padre, l’uomo sotto la tettoia davanti alla griglia di partenza. È il faber musico che aveva azionata la saldatrice, palesandosi alla mia coscienza come un suono prima che come un uomo. Riccardo corre leggero e non si distrae, il padre gli urla degli accorgimenti tecnici da bordo pista e Lele a sua volta gli urla contro «che a Riccardo non lo deve asfissiare di critiche, che lo lasciasse fare altrimenti si deconcentra e cade».
Sono passate da poco le 10 quando m’imbatto in Riccardo. Mi siedo sulle panche di legno degli spalti, vecchi e consumati di rosso, per godermi il suo spettacolare allenamento. Nel frattempo Lele si dà da fare, tira fuori dai box una ventina di minimoto da noleggio, sistema dei gazebo lungo il corridoio che immette al circuito, apre il bar…
Io smetto di guardare Riccardo che sono le 13.30 ed ho perso il conto di quante volte il piccolo pilota ha fatto il giro della pista. Sono colpita dalla resistenza fisica di questo bambino che non ha dato alcun segno di cedimento nell’arco delle ultime tre ore e mezza di allenamento, avendo la capacità di buttarmi pure un’occhiata ogni tanto. Ora curioso di sapere chi sono, chiede al padre se può sedersi accanto a me per mangiare il tramezzino al prosciutto che gli spetta. Allora lui gli dice che prima deve sincerarsi che mi vada di averlo vicino, ma Riccardo già lo sa che mi va. Anzi, sa proprio che lo sto aspettando e che ho già acceso il registratore per lui. Si incammina verso di me come già fece nel 2002 il giovane mendicante con il piede torto di Josè de Ribera, al Louvre di Parigi; ha la sua stessa faccia tosta unita ad un guitto da scugnizzo.
«I miei colori preferiti sono verde, rosso e arancione» – esordisce, saltando a piè pari i preliminari della nostra conoscenza. «Sei una giornalista vero? E allora scrivi. Verde, rosso e arancione». «E chi ti ha detto che era questa la prima domanda che volevo farti?» controbatto divertita. «Beh da qualche parte bisogna pure incominciare e allora…». «E allora tanto per iniziare dimmi chi sei e quanti anni hai» – proseguo incalzandolo, ma lui è assai più sveglio di me. «Il nome lo sai perché hai sentito il mio babbo che mi chiamava e poi il 12 di marzo compio 10 anni». Ha vinto. Comincio a vederlo mettere delle distanze irrecuperabili tra me e lui, lo vedo corrermi davanti e poi sempre più lontano. Quando a me chiedono quanti anni ho, vado sempre a sottrarre, mai ad addizionare. E non soltanto ora che sono vicina ai 30, ma fin da bambina. Una volta a mia zia Loretta che mi fece gli auguri di compleanno con un giorno di anticipo, mi rivoltai bollente: «Ehh zia ne ho ancora 7, quand’è domani ci penso agli 8 anni e a cosa fare e a se mi sento più grande. Per mò fino a domani…!». Domani a me sembra sempre un giorno lontanissimo; una specie di era geologica che non arriverò mai ad attraversare. Riccardo, invece, è già a domani e si proietta sul dopodomani. Il mio spaziotempo, al contrario, è sempre quello di ieri, dove le cose iniziano ad essere dopo che le ho stipate in qualche armadio.
«A cosa pensi mentre corri», gli chiedo non appena riesco a venir fuori dai miei pensierini elementari sul tempo. «Alle cose che mi dice mio padre» risponde Riccardo, senza tentennamenti. «Mi ripeto in testa tutte le cose tecniche che mi dice, tipo come prendere la curva, quando dare gas sul rettilineo… e che non devo fare highside che è quando te cadi, ti scivola la ruota dietro e poi perdi subito l’aderenza e ti catapulta dall’altra parte e te ti becchi tutta la moto contro, sempre». L’highside, come correttamente spiegato da Riccardo, è in pratica una brutta caduta in moto che può accadere quando il pilota piega troppo e male in curva. Si tratta, però, di un errore caratteristico di cilindrate di molto superiori a quelle da minimoto. Ma poiché Riccardo già si sente in sella ad una 125cc, stamattina ne ha messi in fila ben 4 di highside. «Che poi a me diverte tanto cadere! Quando sento che sto per perdere la moto, alzo le mani e la lascio andare via e poi mi rotolo per terra. E atterro a pancia in su e resto fermoe conto quanto tempo ci mette il babbo a venire da me per vedere come sto». È il gioco della morte, lo facevo anche io da bambina a mare. Fingevo di annegare, trascinata negli abissi da un vortice che mi si apriva sotto i piedi, per vedere se mio padre mi veniva a salvare. Mia madre si arrabbiava, perché procuravo a tutti uno spavento inutile. Guarda caso questi vortici si aprivano sotto i miei piedi solo nei fine settimana, quando c’era anche papà in spiaggia con noi. Lo mettevo alla prova, per tentare di capire quanto la sua vita fosse legata alla mia. «Papà e se morivo che facevi?», gli chiedevo ogni volta che mi riportava in braccio sul bagnasciuga. «Morivo pure io apapà» mi rispondeva.
Una mattina mio padre si è alzato dal letto e si è accorto di aver macchiato le lenzuola di sangue. Uno di quei punti neri presenti sulla sua schiena era esploso. Segnale inequivocabile che la guerra tra cellule era iniziata a sua insaputa. A lui non restava che seguire l’avvicendarsi degli eventi da spettatore; come fa un campo di battaglia sul quale si scontrano due eserciti contrapposti. Anch’io sarò il Waterloo di questa malattia chiamata melanoma. Si tratta della forma tumorale con più basse potenzialità di salvezza; ma a darmi la certezza di questa mia condanna non sono le statistiche. È stato mio padre a dirmelo quando mi ha fatto giurare che non avrei mai dato il suo nome ad un mio figlio come lui aveva fatto come me; perché con questo gesto sarebbe come trasmettergli anche un destino. Siamo napoletani, mio padre ed io, e a queste cose ci crediamo. Come al malaugurio se cade l’olio ed al buon auspicio se su una tavola si versa del vino.
Nell’attesa del giorno in cui dal mio corpo colerà olio grasso e rosso, mi prendo cura delle mie spoglie mortali e parlo con i coni oscuri che compongono il mio derma. Gli dico che so tutto, che c’è da star tranquilli. Giusto il tempo di togliermi qualche soddisfazione e poi…che sia anche il più piccolo di loro a decidere di me. Ogni sei mesi mi sottopongo alle visite di controllo; quando la dermatologa di turno in ospedale legge sul mio libretto sanitario che ho familiarità da parte di padre con il melanoma, vibra di piacere. Ai medici, soprattutto se sono giovani, piacciono i casi eccezionali e sanno che la mia è una cartella (clinica) su cui almeno un ambo ci esce, la tombola non è detto, ma una piccola vincita è assicurata. Perciò ogni mio controllo dura in media due ore; ore in cui vengo sottoposta al vaglio dell’epiluminescenza mentre il dottore sembra giocare su di me ad “Unisci i puntini” della settimana enigmistica. Quando ha completato il disegno il risultato varia di volta in volta. Ci sono casi in cui mi dicono che sono saliti a 50, altri in cui mi dicono sono scesi a 30, i nei da tenere sotto controllo. Ma quello che è certo è che non mancano mai di segnalarmi un ambo di nei da asportare perchè “sospetti”. L’asportazione loro la chiamano prevenzione e sospetti sono quei nei di cui non c’è da fidarsi. Continuo a considerare molto più pragmatici i miei compagni di classe delle elementari che mi chiamavano “Schizzi di merda”.
Qui c’è ne sono molti di padri che rischiano di morire appresso ai figli. Il circuito di minimoto di Cattolica ha un valore storico unanimemente riconosciuto nell’ambiente sportivo. È qui che sono stati battezzati tutti i “grandi”. Da Valentino Rossi ad Andrea Dovizioso, da Marco Melandri a Marco Simoncelli. Le foto appese nell’interno del container coibentato che Lele ha reso un bar, testimoniano del passaggio dei campioni del motociclismo italiano su questa pista. Quando ancora bambini portavano l’apparecchio ai denti o avevano la faccia cosparsa di brufoli. Gli interni del container da ristoro sembrano scampati allo smantellamento di un set di Clint Eastwood; resti di un bar polveroso, relitto fantasma di una delle americhe raccontate dal regista statunitense. Ed in effetti ha un po’ le qualità di un sogno a stelle e strisce l’amore dei romagnoli per le due ruote. Il motociclismo sembra fondarsi sulle stesse solide basi della costituzione non scritta americana: 1. Rispetta il padre e la madre. E del padre fidati figlio fino alle estreme conseguenze; 2. Rispetta il tuo avversario come te stesso ma piegalo a mangiare la tua polvere; 3. Non avere altri dèi all’infuori di te.
Nel pomeriggio sul circuito arrivano una ventina di famiglie; o meglio una dozzina di famiglie ed una altrettanta dozzina di coppie padre-figlio. In questa zona d’Italia la minimoto è uno sport che rafforza il rapporto tra una padre ed un figlio di genitori separati. Capita sempre più frequentemente che il fine settimana che al papà spetta di turno da trascorrere col bambino, diventi l’occasione per portare quest’ultimo sulla pista di minimoto. Dopo un primo giro di prova, i due decidono che è sulla velocità che si baserà il loro rapporto nei fine settimana di ricongiungimento. E poi le competizioni regionali e nazionali sono un motivo in più per ritrovarsi e fregare altro tempo a quello stabilito dalla legge.
Le mamme, comunque, quello poche che ci sono, restano in macchina o sul furgone; il circuito è avvolto da un freddo arlecchino che prende a bastonate in testa, perciò le donne preferiscono stare al chiuso. Mi ritrovo ad essere l’unica spettatrice di una moderna rivisitazione della più celebre delle favole di Collodi.

Babbo che faccio mi butto? Babbo ma la marmitta? Babbo montiamo due rotelle antisvita? Babbo ma sta mini c’ha il polmone di un fumatore! È il rincorrersi di queste voci fanciullesche che iniziano ogni frase con quella lallazione paterna ad indurmi a sentire in controcanto «Oh! Babbino mio! Finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più…». È quel pezzo di legno che vedo riflettersi in tutti questi bambini innamorati dei propri padri. E questi stessi uomini mi appaiono come tanti geppetti impegnati a cavar fuori dai loro burattini dei bambini veri. La loro è la stessa opera di sottrazione esercitata dal bizzosissimo falegname sul quel legnaccio d’un figliuolo: qui non si tratta di costruire, ma di scoprire. Togliere tutto il superfluo, eliminare ciò che oscura la forma impedendone il movimento; per fare emergere quella partitura fisica di azioni già esistente all’interno dei loro figli.

Diventano bambini veri quando disvelano il pilota che c’è in loro, quando smettono di raccontarsi la bugia della Paura; la paura di mettere alla prova se stessi, di correre, di sfidare gli altri, di lasciarsi la strada percorsa alle spalle senza guardarsi indietro, di cadere, di perdere, di vincere. Superato l’impedimento della menzogna esistenziale, il piccolo pilota si dispone alla sfida lanciata dalla pista con lo stesso coraggio bagnato di Pinocchio quando si decide a risalire dal ventre del pescecane per conquistarsi la salvezza. Si caricano sulle spalle il babbo ed affrontano il circuito di minimoto, una lingua così larga e così lunga…come quella del mostro marino.
Li ammiro come la luce in un Caravaggio, la pipa di Magritte, la geometria di Picasso o i paesaggi già resi pixel dal pennello impressionista di Boldini. Qualcosa a cui non posso ambire perché non ne ho talento. Questi piccoli figli sono fogli scritti in una lingua che comprendo ma che non so parlare. Sono il desiderio di coraggio che mia madre vorrebbe mi affrettassi ad esaudire. L’atleta del cuore che non sarò mai, perché il mio, di cuore, io, l’ho perso. Lasciato. In una bara di legno massello con copertura a zinco ben saldata.
Il giorno dopo sul circuito di minimoto di Cattolica è festa. Lele ha organizzato la gara di Natale e si sono iscritti ben 75 piloti. Tanti per una competizione amatoriale (basti pensare che all’ultimo regionale della Legamoto Uisp disputato sulla pista c’erano 98 piloti). Ci sono famiglie che vengono da Bolzano e da San Marino. La minimoto è una disciplina che si pratica a partire dai 7 anni di età, perciò la maggior parte dei piloti oggi in gara non ha più di 14 anni e la competizione è divisa per categorie: primi passi, pulcini, corsisti, primavera. C’è anche un folto gruppo di trentenni, però, che vanno a costituire il gruppo “senior”. Uno di questi, Flavio cattura la mia attenzione, perché sta a bordo pista con la moto poggiata su un ripiano alto e sfrega la tanica contenente olio e benzina come fosse la lampada di Aladino. Devo aver fatto una faccia strana perché lui si sente in obbligo di starmi a spiegare. «La muovo così lentamente per fare la miscela» dice chirurgico, poi si ravvede di farmi un sorriso altrimenti gli rimane difficile continuare ad attaccare bottone. «Ma c’hai gli occhi azzurri?» mi fa, tanto per rimanere sul piano tecnico. «Più o meno» gli rispondo scostante «perché ti dà fastidio?» spero così di metterlo a posto o quanto meno di fargli capire le mie non-intenzioni. E invece: «No è che quelle con gli occhi chiari sono le più difficili…» Eccola, la frase che non doveva dire. Ora potrei anche dare fuoco alla sua minimoto e sentirmi legittimata nel farlo. Difficili cosa? Da mungere? Da tosare? Da montare? Da smontare? Da sfregare? Da fregare? Cosa?!
Prima o poi comunque mi toccherà condurre uno studio antropologico sul perché Nuovo cinema paradiso sia il film preferito dagli emiliani-romagnoli. La conosco la frase che mi ha detto per tentare di fare colpo; non è la prima volta che me la sciroppano. La prendono dal film di Tornatore e saranno almeno tanti quante le dita delle mie mani gli uomini di questa regione che me l’hanno “recitata”. Soltanto ad uno di essi ho sentito la necessità di controbattere. Il mio fidanzato dei tempi dell’università era di Parma. Ci siamo voluti bene nel modo tipico degli studenti universitari fuori sede: tanto sesso approfittando delle rispettive case prive di figure genitoriali, poco studio e molta birra. Ricordo di zaini sovraccarichi di vestiti che venivano spostati da una casa all’altra nei periodi di “full immersion”. Alla fine del ritiro mi ritrovavo sempre a fare i conti con una cistite mistica la cui intensità era inversamente proporzionale all’impegno profuso sul campo, diciamo. Fortissima, molto forte, forte. Al medico cui mi rivolgevo per l’impegnativa necessaria all’acquisto della cura antibiotica, chiedevo ogni volta -con in viso la stessa espressione intontita di Bernadette quando usciva dalla grotta di Massabielle dopo aver visto la Madonna: «Ma non sarà lo stress per il troppo studio?». «Vedi di studiare un poco meno allora», mi rispondeva il dottor Luciani che ai miracoli di Lourdes non c’aveva mai creduto.
Quando la storia con il parmense è finita, lui me lo ha rinfacciato: «lo sapevo che quelle con gli occhi chiari erano le più difficili». Aldilà del fatto che sul finale me lo sarei aspettato più originale, decisi di rispondergli a tono. «Questa è una stronzata che vi passate di bocca in bocca voi fissati con Tornatore il mito di Alfredo e Salvatore e l’epica dell’addio al luogo natio. La vera cazzata raccontata da quel film è che esistano uomini capaci di aspettare una donna 90 giorni e 90 notti sotto a un balcone con i piccioni che gli cacano addosso-la pioggia-il freddo-il caldo-etuttoilresto».
Dall’impasse con il pilota Flavio mi tira fuori mirabilmente Lele che mi porta a conoscere i medici e gli infermieri che stanno in servizio nelle due ambulanze d’obbligo a bordo pista. Le equipe sono composte di tre persone: autista, medico ed infermiere. I sei di turno quest’oggi non sono mai stati sul circuito e non sono nemmeno estimatori di questo sport. Come molti di quelli che ignorano le qualità del motociclismo, la considerano un’attività agonistica troppo pericolosa e sostengono che chi firmala liberatoria, per far partecipare i bambini a questo genere di gare, sia un genitore a delinquere. Lele per difendersi dalle loro accuse si arrampica su una spiegazione tecnica di come son fatti il casco, gli stivali e la tuta da minimoto. Personalmente mi convince del fatto che questo sport sia meno pericoloso di molti altri molto meno protetti, come il ciclismo, l’equitazione o lo sci. La verità è anche che su un circuito come questo, dove la velocità massima che un piccolo pilota di otto anni può raggiungere è di 65km/h sul rettilineo, la caduta più frequente è quella in curva, cioè in quelle parentesi di pista dove il bambino è completamente piegato su un fianco ed alle brutte quello che può succedere e che scivoli su quel lato, ovvero che si appoggi completamente all’asfalto fino a fermarsi. La questione diviene più pericolosa se il pilota in fallo si trascina appresso altri piloti. «Ma alla peggio quello che succede è che si rompa un osso!» sdrammatizza subitamente il papà di un bambino che ha seguito da poco lontano tutta la discussione.
Rompere un osso…mio padre si faceva venire gli attacchi di panico per molto meno. Quando a 18 mesi una mollichina di pane mi stava soffocando, se ne fuggì fuori al terrazzo lasciando a mia madre il compito di rivoltarmi come un calzino e picchiare forte sulla schiena; e quando a 3 anni venni operata d’appendicite, prima volle entrare con me in sala operatoria, poi svenne e, rinvenuto, fu spostato nella sala d’attesa dove ruppe l’anima, sempre a mia madre, con la storia di un fantomatico bollo dell’auto che lei gli aveva perso, certamente era stata lei. Certamente, quant’era vero che io mi trovavo sotto i ferri e lui non sapeva come tirarsi fuori da quell’attesa.
Che lo sport possa rompere le ossa, e non solo nel senso metaforico del termine, comunque lo sapevo di già anche io, ex ginnasta. Solo che quando lo scoprì mio padre mi interruppe gli allenamenti e mi iscrisse a pallavolo, dove mi slogai un polso e fui subito spedita a tennis, dove presi una storta e mi si gonfiò il piede destro, cosa che condizionò il mio trasferimento al nuoto, dove mi venne una congiuntivite cronica da cloro e allora basta sport. Forse se mi avesse lasciata continuare con la ginnastica artistica, con il mio bel hula hoop sarei arrivata fino alle Olimpiadi. E avremmo sofferto molto meno tutti e due. Il fatto è che io mi gettavo tutta in tutte le attività che mi proponeva, perché volevo renderlo orgoglioso di me ma non sapevo, come lui, gestire l’emotività e quindi mi arrischiavo a fare cose impossibili. Come tentare di recuperare con un bagher palle alla Mila&Siro o nuotare senza occhialini fino a bruciarmi gli occhi; perché quando riemergevo da sott’acqua volevo vedere bene su quale gradone degli spalti si era seduto il mio babbo. Non smetterò mai di rimproverarmi di non essere stata la figlia sportiva che avrebbe voluto lui, che è stato un canottiere a livello agonistico e nei giorni segnati in rosso sul calendario si scambiava gli auguri con Peppino Abbagnale. In un diario del 93 scrivevo “Papà ha un album con tutte le foto di quando era ragazzo e faceva canottaggio. Ci sono pure gli articoli di giornale. Io invece posso fare un album con tutti i miei fallimenti e ci metto vicino le lastre e le ricette del medico”. A rendermi infelice non era la sconfitta mia personale quanto il fatto che lui mi facesse sentire talmente fragile da dovermi proteggere sempre; una specie di figlia handicappata che pesa sulle coscienze dei genitori.
La sorte toccata in pegno ad una figlia guasta come me è che ora che lui non c’è più la mia disabilità faccio fatica a gestirmela da sola. Mentre mi trovo davanti a questo muro di padri con il cronometro tra le mani che urlano ai figli in quale momento del percorso dare gas, andare più forte, correre via veloce…interiormente mi rivolgo a lui per chiedergli: Papà perché non m’hai messo in sella ad una minimoto? Perché non m’hai insegnato a sfidare il vento? Perché m’hai detto «vattene via apapà» quando hai scoperto del tumore? Perché quando al telefono, esiliata a Roma, ti chiedevo come stavi mi raccontavi un sacco di bugie?
Mio padre era un uomo molto cattolico e molto amante dell’arte. Da un giovane studente di Belle Arti si fece riprodurre il San Michele Arcangelo che uccide il Demonio di Guido Reni, in scala reale; i 2 metri e 93 x 2 metri e 2centimetri di quadro vennero collocati prima nel suo ufficio e poi sul suo letto di morte. Una copia fedelissima, potrebbe dirsi, se non differisse dall’originale per un particolare volutamente assente. L’arcangelo Michele di mio padre non ha le ali. È un guerriero, ma non un eroe santo, perciò non può averla vinta sul diavolo. Mio padre commissionò il dipinto poco dopo la comparsa del melanoma e fu il suo modo per dire a me che avrebbe perso quella battaglia. Ed è questo che mancando a mio padre manca pure a me. Lo slancio delle ali, la spinta propulsiva di un corpo positivo e vincitore, quel guitto di coraggio che nella vita hai solo quando ti danno in dotazione quei due speciali alettoni posteriori.

Sono tanti piccoli aeroplanini santi i piloti che mi corrono intorno e i loro padri sono tutti arcangeli vittoriosi. Li vedo così, attraverso la mia vista sfocata dal cloro e condizionata dalla miopia. In un fianco del circuito c’è appeso uno striscione, “Sic 58 noi sempre con te”. Marco Simoncelli è morto da poco più di un mese e i bambini gli hanno dedicato questo pensiero. Le parole Sic – noi e il numero 58 sono scritte in blu e rosso, mentre per la frase sempre con te hanno scelto il giallo e il rosso. Penso allo striscione più riuscito apparso ai funerali di Marco Simoncelli, quello in cui lo si vedeva di spalle, in sella alla sua moto, correre sulle nuvole. Di fianco una scritta: Ora insegnerai agli angeli ad impennare. Metto insieme le due cose. I bambini che si riconoscono simili al Sic e scrivono il proprio nome con lo stesso colore scelto per il pilota morto e l’idea che lui insegni ad impennare. Angelo tra gli angeli in terra, amico compagno eroe di questi piloti alati che stanno sfidandosi in pista; angelo tra gli angeli delle nuvole, asceso al cielo già munito della strumentazione giusta per volare.
Che poi io Marco l’ho sognato. Ed è per questo che scrivo di lui chiamandolo per nome. Quando qualcuno ti entra nell’inconscio che cosa vuoi che importi più il cognome? E quando l’ho sognato lui mi sorrideva e il Kubrick del paradiso gli aveva messo un bel controluce sul viso e i capelli biondi, riccioli e biondi, sembravano la criniera di un leone. Un leone buono ritratto con effetto Rembrandt.
E gli ho fatto un mucchio di domande. Marco ma che è successo? Ma perché non hai mollato la moto quando hai sentito che ti stavi piegando troppo? Ma hai sentito che ti stavi piegando troppo o sei svenuto prima, dalla paura? Marco che succede quando muori sul colpo? Resti ancora un po’ tra i vivi o ti portano via subito? E chi ti porta via? Ti hanno fatto vedere quanta gente è venuta al tuo funerale? Hai letto i giornali? E la tivù, l’hai guardata? Perché impazzivi per Siamo solo noi di Vasco? Mi dici qual è il tuo pezzo preferito della canzone? Il mio è quanto dice “siamo solo noi/che non abbiamo più niente da dire/dobbiamo solo vomitare”. Marco lo sai che adesso su Google se scrivi il titolo della canzone, come terza opzione esce di fianco anche il tuo nome? E lo sai che c’è gente, ma tanta gente, che va a trovare i tuoi, per essere confortata e non per confortare? E che sei tra i più cliccati del web nel 2011, lo sai? Marco non è che per caso hai visto mio padre? È un uomo alto e biondo, come te. E ha occhi dolci, come i tuoi. Solo che i suoi sono azzurri, mentre i tuoi sono di un castagno brillante. Oh se può servirti ti spiego meglio com’è fatto. Non si sa mai, dovesse capitarti davvero di incontrarlo. Tranquillo che con lui non ti sbagli. Ogni lasciata è persa Marco. Ogni lasciata è persa, vero Marco?

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Carmen Barbieri

Ha 33 anni, è napoletana, vive da 14 anni a Roma. Fa molte cose per mangiare e bere. Ma succederà che riuscirà a vivere solo di teatro e scrittura. Succederà. Su twitter è carmen_is_a.