I raggi gamma sono per gli scemi

by Carmine Bussone

La mia trasformazione è avvenuta in seconda media, durante un’ora di educazione tecnica. La professoressa mi aveva chiamato perché voleva che le parlassi del carbon fossile. Mi alzai per andare alla cattedra e vidi il pavimento sollevarsi e dirigersi velocemente verso la mia faccia.

Quando riaprii gli occhi mi trovai fra coperte di lino bianche e ruvide. Un dottore mi disse che era stata un’infezione che era arrivata fino al mio orecchio. Io non lo sentivo bene perché c’era un fischio che mi dava fastidio e la voce del dottore mi arrivava attraverso dell’ovatta nelle orecchie. Cercò anche di spiegarmi che era proprio lì, nell’orecchio, che si trovano i centri dell’equilibrio e a me era sembrata strana come cosa. Dissi di aver capito anche se continuavo a non capacitarmene, un po’ come quando la professoressa di matematica spiegava i polinomi. Mi disse anche che il mio udito si sarebbe stabilizzato dopo un poco. Questo lo capii. Quello stesso pomeriggio capii anche che ero diventato un supereroe. Non sapevo bene che tipo di supereroe, ma dalla finestra i rumori e le voci mi arrivavano più forti. Sentivo tutto a distanza con una specie di brusio in sottofondo che cambiava intensità costantemente e sapevo che quello sarebbe stato il mio superpotere. Ero cambiato e non avevo avuto bisogno né di ragni radioattivi né di incontri con alieni. Mentre ero disteso mi giravo verso la finestra e sentivo gli infermieri che parlavano nel giardino e i vecchi con le flebo appresso che prendevano il caffè al bar all’aperto che si trovava poco fuori l’ospedale. Potevo sentire le loro parole. Cioè non potevo proprio sentirle chiaramente, ma sapevo che sarebbe stata solo questione di tempo.
Mia mamma richiuse le finestre dicendo che c’era troppo rumore che veniva da fuori. Ma non era vero, lo sapevo. Era solo una scusa per chiuderle. Inventava sempre scuse per fare quello che secondo lei andava fatto. E poi quei rumori li potevo sentire solo io.

Quando uscii dall’ospedale e tornai a casa, il superpotere era ormai a uno stadio avanzato e potevo sentire le cose a distanza e chiaramente. Camminavo vicino a mia mamma, mi guardavo intorno e poi tenevo lo sguardo fisso in quella direzione per tarare meglio quello che sarebbe diventato insieme il mio dono e la mia maledizione. Avrei sconfitto criminali e sarei riuscito a picchiare Vincenzo Marotta in classe come lui faceva con me. Non sapevo in che maniera, ma questo non aveva certo importanza in quel momento. «Antonello, ti senti bene? Vuoi andare a casa?» fece mia mamma.
«No, non ti preoccupare, sto bene.»
«Sicuro? Il dottore ha detto che se dovesse girarti la testa devi sederti o fermarti un attimo. Tu dimmelo, hai capito?»
«Sì, sì. Sta’ tranquilla.»
Mi venne in mente che mi sarebbero serviti un nascondiglio segreto e una divisa, ma poi rimandai questo problema a un secondo momento. Arrivammo alla pensilina dell’autobus e dopo poco feci:
«Mamma fatti indietro, il pullman sta arrivando.»
«Sta arrivando? Ma il cartello dice che mancano sette minuti!»
Che stupidaggine! Io l’avevo sentito, aveva chiaramente spostato l’aria che adesso era arrivata al mio orecchio supersensibile. Mi ricordo ancora la spiegazione sul suono che aveva fatto la professoressa di scienze. Ero più che cosciente di quello che mi stava succedendo. E mi era capitato senza nessuna di quelle cose che vedevo nei cartoni animati. Non avevo trovato un anello dai poteri straordinari né mi ero sottoposto a degli esperimenti coi raggi gamma. Ero stato scelto per una missione e mi era stata data questa possibilità. Il fatto che la mia trasformazione fosse avvenuta in classe mi sembrava a dir poco marginale.
I raggi gamma sono proprio per gli scemi, pensai.
I sette minuti passarono. Il pullman aveva sicuramente fatto il giro lungo.

Tornato a scuola chiesi a Sebastiano, il mio compagno di banco, di parlare piano e gli spiegai del superpotere e lui sembrò interessato. Gli raccontai che cosa mi era successo e che al massimo potevo fargli fare l’aiutante del supereroe. La cosa non dipendeva certo da me. Disse che gli sembrava una stronzata. Poi gli feci il gesto di aspettare e di stare in silenzio. Il fischio nel mio orecchio si fece più forte e dissi: «Adesso qualcuno busserà alla porta.»
Due secondi dopo il bidello diede due colpi secchi alla porta della classe ed entrò per portare una circolare.
Sebastiano mi guardò con la bocca aperta. Io nascondevo la mia gioia dietro una faccia di supereroe ormai abituato alle lotte con i criminali. Il mio addestramento era finito, i miei poteri erano finalmente sotto controllo. La mia fama arrivò indenne fino all’ora di ginnastica quando Sebastiano disse a tutti i miei compagni delle mie capacità.
Nei giorni successivi mi sarei scelto un aiutante migliore.

Come delle formiche i miei compagni di classe si raggrupparono intorno a me, chiedendomi di sentire cosa stesse succedendo in qualche classe, ma io mi rifiutai perché non potevo certo sprecare il mio dono per quelle stupidaggini. Allora qualcuno fece una pernacchia fortissima chiedendo se l’avessi sentita. Si fece largo Vincenzo Marotta che mi prese per il maglione e mi avvicinò a lui. Potevo sentire la sua ciccia che premeva sul mio corpo e potevo vedere i residui di merendina fra i suoi denti.
«Quando usciamo mi fai vedere che sai fare. E se non è vero ti butto nel terreno del cantiere qui vicino.»
Le sue parole erano modulate dai fischi del mio orecchio che le rendevano quasi divertenti. Evitai però qualunque reazione che avrebbe potuto farlo incavolare ulteriormente.
Mi lasciò andare di colpo e se ne andò insieme ad alcuni del gruppo. Altri si dispersero e cominciarono a giocare a pallavolo. Io rimasi da solo pensando a cosa mi sarebbe successo. Trascorsi le due ore successive sperando che anche lui non avesse ricevuto qualche abilità particolare in quei giorni e che sarebbe stato davvero brutto se fosse diventato, oltre che il mio tormento personale delle medie, anche il mio supernemico.

All’uscita da scuola raggiunsi Vincenzo e il suo gruppetto. Mi illustrò la prova che avrei dovuto superare: attraversare ad occhi chiusi il viale sul quale dava la scuola mentre il semaforo era rosso. Mi avrebbero aspettato dal lato opposto e avrebbero controllato che i miei occhi fossero chiusi.
Avevo paura ma sapevo di essere pronto. Questa era chiaramente la prova suprema che tutti i supereroi affrontano. Dovevo superarla per forza. Dovevo diventare il baluardo della giustizia di cui tutti avevano bisogno, anche di Sebastiano che stava dietro di me e mi diceva di non farlo e di andare a casa. Chiusi gli occhi. Il mondo attorno e quel grassone dall’altra parte della strada sfumarono verso il nero. Divenni una sola cosa con la strada. Feci due passi mentre sentivo sotto i miei piedi il fondo che cambiava dalla pietra del marciapiede all’asfalto. Mi concentrai al massimo, i fischi nella mia testa si trasformarono in turbini e mi fermai. Il fischio saliva, scendeva e si mischiava alle voci che mi urlavano parolacce. Gli automobilisti non capivano che in quel momento quello che li avrebbe fatti dormire tranquilli stava nascendo per la seconda volta. I rumori e i brusii del canale auricolare si stabilizzarono. Pensai che fosse fatta e d’istinto cominciai a correre. Mezzo secondo dopo qualcosa mi colpì ad una gamba e mi spinse a terra con una violenza atroce. Strusciai al suolo graffiandomi le mani e la faccia.

Mentre ero steso aprii gli occhi e dall’altra parte non c’erano più Vincenzo e gli altri. Maledetti. C’erano le voci che mi dicevano di non preoccuparmi ma non le distinguevo. Il mio potere non era ancora gestibile, ma presto lo sarebbe stato e sarebbe avvenuta la mia
vendetta. Mi sentivo in bocca il sangue caldo e leggermente salato. Non volevo muovermi, ma potevo benissimo farlo.
Dopo un po’ cominciai a sentire la sirena di un’ambulanza e mi spaventai perché pensavo che il suo rumore forte avrebbe potuto distruggermi le orecchie. Avevo anche trovato quello che mi rendeva più debole. Adesso ero un supereroe completo. Il suono si fece più vicino, sempre più intenso. La professoressa di scienze ci disse che questa cosa si chiamava effetto Doppler. Doppler era un valido sostituto della kryptonite secondo me.
La sirena si zittì all’improvviso.
Avrei voluto dire a tutti che stavo bene, alzarmi e andarmene, ma non riuscii a fare altro che chiudere gli occhi.
Quando mi sveglio spero che mi venga la superforza, pensai.

Questo racconto è stato originariamente pubblicato sul #55 di inutile

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Carmine Bussone

Carmine Bussone nasce nel 1979 e cresce in provincia di Napoli, per poi andarsene un bel giorno a Roma a fare l’ingegnere. Alle elementari scopre che gli piace leggere e scrivere storie. Da allora, fra una cosa e l’altra, non ha smesso praticamente mai.