La ragazza altissima

by Cristian Marmo

«Quindi non squirta la spilungona?» mi domanda mio fratello, e io quasi non trovo la forza per ribattere. «Oh cristo Tobi, per l’ennesima volta: no, non squirta» replico io sorseggiando la mia quarta birra rossa della serata. «Il punto non è questo, cazzo» aggiungo per essere ancora più convincente mentre lui si dondola sulla sedia guardando una partita di calcio sul maxi-schermo del pub.
Gli sto raccontando che sto uscendo con questa tizia alta, altissima. Due metri e sette o giù di lì.

Insomma, ben oltre i due metri. Gli ho appena confessato che per i primi sei mesi in cui ci siamo visti non siamo mai finiti a letto. Niente scopate fino alle quattro del mattino né sigarette post-orgasmo. E le circostanze giuste capitarono, eccome. Ma tutte le volte in cui restavamo nudi lei trovava sempre una scappatoia per fuggire da quella situazione. Alla prima occasione fu il ciclo, dopodiché arrivarono i mal di testa. Poi una domenica lei mi comunicò che sarebbe dovuta partire in fretta e furia per recarsi in Belgio a far visita a qualche parente che non vedeva da anni. «È in Vallonia o nelle Fiandre?» le avevo chiesto infilando le sue mutande nella valigia, e in tutta risposta lei alzò le spalle e mi disse solamente: «Più o meno da quelle parti».
Durante le prime settimane io e la ragazza altissima passavamo intere serate a guardare film con Nicolas Cage e a sgranocchiare noccioline salate che si incastravano tra i denti e ci impestavano l’alito. Occupavamo il nostro tempo commentando televendite di rulli allungabili per dipingere le pareti o di speciali elettrodi per scolpire gli addominali. Le cose non sembravano decollare, così cominciai presto a rassegnarmi passando le notti a ricordarmi di quanto io odiassi Nicolas Cage e ripetendo a me stesso che avrei dovuto lasciare perdere.
«Dove hai detto che lavora la stangona?» mi domanda ancora mio fratello senza incrociare il mio sguardo. «Te l’ho già detto, in università. È un’entomologa” replico io. «Un’entocosa?» mi chiede lui. «Un’entomologa, si occupa di insetti. Formiche, soprattutto» gli faccio. «Cazzo, fratellino! Ti piacciono strane! Colleziona farfalle o stronzate simili?».
È passata solo una decina di minuti dal momento in cui ho descritto a Tobi la nostra prima discussione sull’argomento sesso, ed è fin troppo evidente che lui non mi sta ascoltando. Avevamo appena finito di vedere The weather man, e per togliermi dalla testa quell’espressione assurdamente afflitta di Nicolas Cage cominciai a porle qualche piccolo quesito. «È che c’è qualcosa di me che non conosci» si confidò lei quasi sottovoce, supina sul letto. «Qualcosa che mi succede. Qualcosa che mi succede in alcuni momenti».
Un attimo dopo ho riferito a mio fratello i dettagli della nostra prima volta. Quella sera lei mi disse che si sentiva pronta, e io non mi tirai certo indietro. «Lascia la luce accesa,» mi consigliò lei, «così potrai vedere di cosa parlo». Allora ci spogliammo e cominciammo a farlo. Insomma, sembrava tutto regolare come con le altre ragazze con cui ero stato, preliminari e tutto il resto. Ma appena lei si avvicinò all’orgasmo qualcosa iniziò a cambiare. In un primo momento non ci feci troppo caso, eppure dopo un paio di minuti mi accorsi che il suo corpo si stava ingrandendo. «Non preoccuparti, è tutto normale,» mi fece lei, «non fermarti».
Così me ne fregai e continuai come se nulla fosse. E proseguendo, le sue braccia e le sue gambe si allungarono fino ad uscire dai bordi del letto. Bastarono pochi minuti per vederla dominare gran parte della stanza, e senza nemmeno accorgermene mi ritrovai con le labbra all’altezza del suo ombelico. Siccome non mi era mai capitata una cosa simile cercai di distrarmi pensando a Nicolas Cage in The family man, ma così facendo rischiai solamente di innervosirmi e peggiorare la situazione. A un certo punto notai i suoi piedi raggiungere il salotto e sentii il fracasso di una lampada che si rompeva in mille pezzi. Dopodiché, appena finito, ritornò gradualmente alla sua statura naturale.
«Non è male come storia, dovresti scriverci qualcosa. Sei bravo in questo genere di cose» mi consiglia Tobi affondando la mano in un pacchetto di patatine. «Non è una storia, Tobi» gli urlo mentre lui esulta per un calcio di rigore. «Lo vuoi capire che è qualcosa che mi succede veramente? E tutte le notti? Tutte le notti in cui io e lei facciamo l’amore, Tobi?».
Ma Tobi sembra proprio non capire. Non afferra il fascino di una ragazza che si allunga e si accorcia come un elastico o una specie di supereroe. Continua a pormi stupide domande sulle dimensioni del suo clitoride e altre cazzate simili. Anche dopo avergli raccontato della sera in cui lo abbiamo fatto in macchina non ha avuto la benché minima reazione. In quell’occasione io e lei rischiammo seriamente di finire all’ospedale con le ossa rotte. «Immagina la scena,» ho provato a descrivergli, «che diavolo avrei detto ai paramedici? Una cosa del tipo ‘beh, sì, stavamo scopando in macchina quando a un certo punto, sapete, a lei piaceva così tanto che si è allungata dappertutto e ha distrutto il parabrezza e tutto il resto, insomma, sarà capitata anche a voi una cosa simile, no?’». Ma un secondo dopo lui replicava leccandosi la punta delle dita e osservando fisso lo schermo davanti ai suoi occhi.
Il più delle volte il sesso con lei poteva anche assumere un aspetto esilarante. Qualche giorno fa durante l’amplesso lei riuscì ad aprire il frigorifero in cucina e a prendere dei sandwich al prosciutto crudo e un paio di birre fresche che appoggiò sul comodino. «Così dopo possiamo starcene a letto senza doverci alzare per lo spuntino» mi aveva sorriso lei.
«Andiamo, dove altro potrei trovarla una ragazza simile?» faccio a mio fratello dandogli una pacca sulla spalla.
Nel tempo in cui ce ne stiamo seduti al tavolo di questo locale tracannando birra confido a Tobi tutti i dettagli più intimi della mia relazione, ma nel bel mezzo della mia chiacchierata lui si guarda attorno e attacca a commentare il culo di tutte le cameriere che si avvicinano al bancone. Continuo a pensare alla ragazza altissima e a quello che mi è capitato ieri, e nel frattempo osservo mio fratello sudare e imprecare verso l’arbitro.
Ieri sera, durante il nubifragio, lei mi disse che doveva parlarmi. «C’è ancora un lato di me che non conosci» mi sussurrò lei rannicchiandosi sotto le coperte.
Se solo mio fratello volesse ascoltarmi per un minuto o due potrei ripetergli parola per parola quello che lei mi ha detto poco prima che ci addormentassimo. Potrei spiegargli del tuono che mi ha svegliato in piena notte, del modo in cui sono sobbalzato sul letto e aprendo gli occhi non l’ho trovata più lì, accanto a me. Potrei raccontargli che mi sono alzato per accendere la luce e dell’attimo successivo di quando ho scostato le lenzuola, lentamente, come mi aveva raccomandato lei prima di mettersi a dormire. O ancora dell’istante in cui ho sentito la sua voce piccola e lontana, del momento in cui ho scorto una minuscola macchia rosa tra i motivi a quadri celesti. «Hey, sono qui!» mi stava gridando lei saltellando sul materasso come la pulce di un cartone animato. «Riesci a vedermi?». E io le rispondevo di sì, che riuscivo a vederla nonostante fosse diventata microscopica come la punta di una matita. «Va tutto bene laggiù?» le avevo chiesto io, e lei annuiva e sorrideva mostrando i suoi denti bianchi in miniatura. Dopodiché mi sono accucciato lì accanto a chiacchierare con lei mentre i vetri delle finestre tremavano per via del temporale. Lei mi spiegò che non era mai stata in Belgio in vita sua, e io le confessai tutto il mio astio nei confronti di Nicolas Cage. Le offrii il mio mignolo e lei lo abbracciò come un uomo che tenta di stringersi attorno a una quercia. Sono andato in cucina e ho preso il cucchiaino di legno dalla zuccheriera. Con un gesto sottile l’ho raccolta dalle coperte adagiandola piano sul cuscino. Ecco quello che racconterei a mio fratello mentre lui mi dà di gomito indicandomi le tette della cameriera che sta passando davanti a noi. Della notte in cui ho aspettato che il nubifragio la piantasse e che facesse presto mattina.
Nell’attesa che lei tornasse ad essere la mia ragazza altissima di sempre.

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Cristian Marmo

Cristian Marmo nasce nel 1985 in provincia di Torino da genitori natii della provincia di Salerno. Le sue origini inducono i settentrionali a definirlo un terrone e i meridionali ad etichettarlo come polentone. Ex studente di cinema, cerca e trova qualsiasi tipo di lavoro ad una velocità degna di un motorino Ciao. Ha vissuto a Rotterdam, ma la mancanza della pummarola lo ha riportato in Italia.