Ipocondria

by Marco Terribili

Quando scoprii che lo specchio altro non è che un foglio di alluminio sotto una lastra di vetro mi sentii deluso.
Il giorno dopo, al campo, lo dissi a Luca. Lui fece spallucce, allacciandosi le scarpette.
Suo padre, due mesi prima, era tornato a casa dopo quindici anni spesi a farsi le pere ed ora era ricoverato in terapia intensiva.

Luca prese a raccontarmelo svogliatamente, ed io ricordo di non averci capito un granché all’inizio: i suoi genitori all’inizio degli anni ‘90, l’eroina, sua madre che era rimasta incinta e aveva deciso di smettere di farsi, suo padre che ci aveva provato invano e poi era scappato via. La nonna materna di Luca gli aveva fatto da madre e la madre che gli aveva fatto da sorella, il padre lo aveva visto solo in una foto sbiadita in cui aveva i capelli lunghi e una maglietta dei Nirvana. Poi, un giorno, alla porta aveva bussato un tizio che non assomigliava a quello della foto: aveva i capelli a spazzola come andavano di moda negli anni 90, almeno tra quelli che non si facevano. Aveva chiesto discretamente a Luca di sua madre. Luca lo aveva lasciato sulla porta, gridando «Mà è pe’ te!», per poi ributtare il culo sul divano. La madre non aveva fatto entrare quel tizio ed era uscita dal portone. Luca si era insospettito e s’era affacciato: i due parlavano animatamente, ma con toni diversi, uno remissivo, l’altro dominante. Dopo due ore erano entrati in casa, Luca aveva fatto finta di dormire sul divano, e loro erano saliti al piano superiore. A cena la madre di Luca aveva apparecchiato la tavola per tre e, senza troppi sentimentalismi, i due avevano detto a Luca che era tutto a posto.
«Tutto a posto una sega!» aveva gridato lui andandosene.
Il giorno dopo si era svegliato ed aveva trovato il padre in laboratorio che osservava la madre cucire le tomaie. Il giorno dopo ancora, il padre era alla macchina da cucire, la madre di fianco che, autoritaria, gli spiegava una cosa che sapeva fare già. Il terzo giorno sembrava davvero che fosse tutto a posto come dicevano. «Tossici di merda!» ghignò cinicamente Luca che odia come me dar ragione a sua madre.

Non ero abituato a sentir parlare di siringhe e lacci emostatici e non commentai quanto sentito fino ad allora. Luca non se ne accorse e continuò a raccontare, questa volta più animatamente: «… fatto sta che dopo tre settimane, papà aiutava mamma in laboratorio e qualche pomeriggio lavorava anche da solo, mentre mamma andava a fare le pulizie a casa di una signora. Pranzavamo e cenavamo insieme. Io non ero sicuro (guardavo sempre le braccia di tutt’e due) ma ero contento. Poi un pomeriggio ho sentito un tonfo in laboratorio. Sono sceso e ho trovato papà a terra, col fiatone e le mani sulla bocca dello stomaco. Biascicava di un peso sul petto e sudava freddo. Io ho pensato subito che si era fatto una pera, lo stronzo, sono salito ed ho chiamato l’ambulanza. Ci sono anche salito, sull’ambulanza, visto che mamma non c’era. Ho detto a quelli vestiti di arancione che mio padre era un tossico e loro hanno iniziato a trattarlo un po’ peggio, ma lui non se ne è accorto perché aveva perso i sensi. All’ora di cena mamma era arrivata al Pronto Soccorso e un medico è uscito e ci ha detto che papà aveva avuto un infarto al miocardio e che doveva restare lì. Io ho un po’ sbroccato e gli ho chiesto se le pere ci entrassero, e lui mi ha detto che, secondo lui, mio padre non si faceva da anni».

Capii che il racconto era finito quando, chiedendo a Luca se suo padre fosse ancora in ospedale, lui si limitò ad annuire guardando verso la panchina in lontananza, da cui il Mister ci richiamava col fischietto. Quel giorno Luca non fece la partitella, simulando un “risentimento muscolare” (termine fino ad allora mai sentito al campo) a cui io credetti poco. Luca smise da allora di fare le partitelle e durante il riscaldamento andava sempre più piano. Il Mister non ci mise molto a fraintendere: una volta perse le staffe e gli tirò una borraccia, gli diede dell’ozioso e lo mandò sotto la doccia prima del tempo. Luca finse di dispiacersi (gli veniva bene quanto fingere i risentimenti muscolari) ma si vedeva lontano un miglio che era contento di smettere di correre dietro al pallone prima del previsto. 
Quei giorni lo chiamavo più spesso del solito. Non ci si conosceva da molto, visto che la stagione era appena iniziata. Ogni volta che lo chiamavo mi diceva che, sì, poteva uscire ma senza fare tardi, perché la mattina seguente doveva essere sveglio perché avrebbe citofonato il corriere, che doveva ricevere dei libri usati che aveva comprato su internet, o raccontava altre storie che a me sembravano scuse. In più, in quei giorni, aveva smesso di bere e di fumare, funzioni primarie per noi adolescenti di provincia. E così quando si usciva ci si annoiava un bel po’. L’inizio di settembre, di certo non aiutava. L’imminente inizio della scuola nemmeno.
Un giorno che Luca non voleva uscire andai da lui. Sua mamma mi fece entrare. Lei era bella e stravissuta; fumava Pall Mall e seminava mozziconi marchiati di rossetto nei mille posacenere che erano sparsi per casa. La camera di Luca era in fondo ad un corridoio buio. Quando entrai, senza bussare, Luca era al computer, con il naso ad un palmo dal monitor. Stava esaminando un cuore anatomico rosso e violaceo, pieno di nomi di valvole e di vene e di arterie, ma anche di frecce che descrivevano, suppongo, il flusso del sangue. Lui non si curò di me e io mi avvicinai. Sulla scrivania, sotto la finestra, una torre di libri da duemila pagine ognuno: il più in alto nella pila aveva scritto sulla copertina “Malattie del cuore di Braunwald – Trattato di medicina cardiovascolare”. Evidentemente, non era uno dei libri di testo raccomandati dai professori dell’istituto professionale che Luca frequentava. Incredulo chiesi perché leggesse quella roba e lui mi intimò di farmi i cazzi miei.

I giorni passarono fiacchi e la scuola iniziò puntuale, e così anche il campionato. Luca si allenava poco e male durante la settimana, e questo gli garantiva la certezza della panchina la Domenica mattina. Il solo pensiero di poter entrare lo mandava in fibrillazione. Fibrillazione atriale.
Il Mister un giorno mi volle parlare in privato. Aveva capito che c’era qualcosa che non andava e aveva capito che io potessi essere l’unico a saperne qualcosa. Spiegai la situazione così come la conoscevo; evitai dettagli più personali, ma ebbi l’impressione che comprese appieno la vicenda. Il Mister era un uomo rude, ma quella volta mi sembrò sensibile.
Quella stessa settimana Luca mi disse, senza troppo entusiasmo, che il padre era tornato dall’ospedale. Aggiunse che erano andati a prenderlo il giorno prima lui e sua madre. Poi mi mostrò qualcuno degli esercizi di riabilitazione che il padre doveva fare quotidianamente. Era supino, pronunciando termini che io ignoravo, come “mobilizzazione precoce” e “flesso-estensione”, quando arrivò il Mister, che disse: «Luca, Domenica giochi» , Luca cercò invano, di fingere che la convocazione fosse cosa gradita e annuì appena. Il Mister allora aggiunse: «…e giochi da titolare». Il resto dell’allenamento lo passò accanto a me, in silenzio, talmente assorto nei suoi pensieri che corse molto di più, e molto più forte del solito.
Sapevo esattamente a cosa stesse pensando: voleva saltare la partita.
Lui, al contrario, non sapeva a cosa stessi pensando io.

Il sabato seguente lo chiamai appena uscito da scuola. Il cellulare di Luca era “spento o non raggiungibile”. Provai allora a casa: presi l’elenco telefonico in mano e cercai il cognome di Luca. Ce ne erano a bizzeffe ma nessuno aveva lo stesso nome del padre di Luca. Cercai allora il nominativo della madre. Trovata!
La mamma di Luca mi disse che Luca stava riposando, non si sentiva molto bene e non era nemmeno andato a scuola, che però potevo provare a passare lì a casa per le 5, per quell’ora si sarebbe svegliato.
Quando suonai, alle 17 in punto, aprì Luca e non suo madre, spiazzandomi. «Cazzo vuoi?» esordì lui, evidentemente non molto contento di vedermi. Chiesi come stava e cosa avesse di preciso. Lui, rispose che sentiva il respiro corto, che era evidentemente una tachicardia ventricolare polimorfa. La madre intervenne e, salutandomi, mi invitò ad entrare. Luca mi avrebbe lasciato volentieri sull’uscio.
Facemmo merenda e cercai di convincere Luca che non era cardiopatico: in camera sua gli tenevo il tempo mentre lui si contava le pulsazioni; ne aveva meno di un ciclista. Poi ci misurammo a vicenda la pressione. Luca odiava la mia calma e le mie argomentazioni saccenti (l’elettrocardiogramma sotto sforzo, fatto pochi mesi prima, era quella più valida) ma non poteva ingannare sé stesso: era sano e non sarebbe morto d’infarto a quindici anni giocando a pallone. Dopo due ore lo avevo convinto.
«Alle 8 al Bar davanti al campo?» dissi io congedandomi. Lui, come al solito, si limitò ad annuire. Stavolta, però, sorridendo.

Il giorno dopo mi alzai cinque minuti prima della sveglia. Andai in cucina e mangiai una fetta di pane e Nutella. Il caffè l’avrei preso al Bar con Luca. Alle 7.40 arrivai al Bar. Il barista capì che stessi aspettando qualcuno e non mi chiese cosa volevo. Passai mezzora buona in silenzio a spaginare la Gazzetta. Guardai sbuffando l’ora ed ordinai il mio caffè. Bevendolo pensai che Luca fosse in ritardo. Non presi mai in considerazione l’idea che potesse non presentarsi al campo. Alle 8.30 entrai negli spogliatoi ed iniziai a cambiarmi. Di Luca neanche l’ombra. Provai a chiamarlo prima di spegnere il cellulare, e come al solito era “spento o non raggiungibile”. Il Mister non disse nulla, un po’ per non screditare Luca davanti alla squadra, un po’ perché se l’aspettava. Entrai in campo svogliato e giocai con sufficienza e nervosismo: dopo non molto misi le mani in faccia ad un coglione che mi aveva provocato. Cartellino giallo e sostituzione. Non mi sentii in dovere di rimanere in panchina e andai a fare la doccia prima degli altri. Riaccesi il cellulare ma Luca nel frattempo non mi aveva scritto. Quindi, senza aspettare che la partita finisse, trascinai le gambe fino a casa e feci pranzo. Mentre stavo mangiando mi chiamò il Mister: mi aspettavo la ramanzina per la storia della manata a quel tizio. Invece, senza giri di parole, mi disse che il padre di Luca era morto nella notte. Istintivamente, e senza ragione alcuna, mi sentii sollevato.

Al funerale mi presentai con la tuta di rappresentanza e gli occhiali da sole per nascondere delle lacrime che non avrei mai versato. Neanche Luca piangeva, seduto in prima fila accanto alla mamma che in compenso singhiozzava per due. Alla fine della messa, per andare a salutarlo, mi misi pazientemente in fila. A quelli davanti a me Luca parlava di “recidiva”e di “reinfarto”. A me non disse nulla; io dissi, in maniera asettica: «Condoglianze». Lui annuì e prese a salutare quello in fila dopo di me.
Al campo Luca non si fece vedere mai più. Lo chiamai una dozzina di volte, con una frequenza via via minore, rendendomi conto che la mia compagnia non era più di suo gradimento. Pensai addirittura che non lo fosse mai stata. Dopo qualche mese venni a sapere che neanche a scuola andava più e che aiutava la mamma in laboratorio, con le tomaie e con la macchina da cucire. Quando lo beccavo in giro ci salutavamo sbrigativamente e con una vena d’imbarazzo, sentendoci in dovere di scambiarci inutili domande di rito. Senza rendermene conto lo persi di vista definitivamente.
A distanza di anni rividi Luca, nel cesso squallido di un locale. Lo trovai ingrassato, dentro a una camicia bianca, sudata e troppo stretta. Lo osservai mentre si tirava indietro i capelli, dopo essersi sciacquato la faccia. Si specchiava, con gli occhi spiritati, in uno specchio crepato. Non riconobbe il riflesso della mia faccia alle sue spalle e se ne andò.

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Marco Terribili

Marco Terribili è nato il 31 Dicembre 1987, e per questo odia il Capodanno. È cresciuto a Porto San Giorgio, per poi spostarsi a Bologna dove ha studiato a Statistica e Ricerca Sociale. Ora lavora come statistico a Roma. Legge, scrive e fa di conto. Su Twitter è @terribilimarco.