L’ora del tè

by Bianca Bertazzi

Mia madre armeggia col pentolino del tè. Lo riempie d’acqua e lo posiziona sul fornello. Ci siamo solo noi due in cucina, lei mi dà le spalle mentre fruga in dispensa, con i gesti bruschi e imprevedibili delle sue mani bianche.
La guardo prendere due tazze dal ripiano sopra al lavandino, aspetto che si volti ma ancora non lo fa, l’attendo seduta al tavolo con le braccia incrociate al legno. Oltre i vetri della stanza c’è un tempo gelido, una foschia bassa che si distende lungo la via. Se nevica sono spacciata, penso, devo ancora comprarmi un paio di scarpe adatte a questa stagione infame.

«Vieni sempre quando ho poco tempo. Cosa mi devi dire?»
Ha gli occhi verdi mia madre, e sarebbe anche una bella donna se si curasse, se perdesse cinque minuti di orologio a ficcarsi un po’ di mascara su quelle ciglia che sembrano composte di fili piccoli e spessi.
«Ti voglio parlare di una cosa.»
«Dai, sentiamo questa cosa, che poi mi devo preparare.»
Fra noi si disperde la vibrazione del frigorifero, grigia e circolare, riempie il silenzio tra una domanda e una risposta.
«Sono due settimane che esco con uno.»
«Uno chi?»
«Un ragazzo.»
Mia madre mi guarda, abbozza un sorriso. Le sue occhiaie sono solchi di notti insonni, le cerchiano la pelle del volto indurendo lo sguardo.
«E ti piace questo ragazzo o no?»
«Si mi piace, ma ieri abbiamo discusso e non è andata bene.»
«Che significa non è andata bene, scusa?»
«Significa che se n’è andato e non siamo rimasti in nessun modo.»
Lei mi fissa ancora un po’, lo vedo che non sa cosa dire, che non è capace a usare le parole come vorrei. Distende la schiena lungo la sedia, le mani in grembo senza far nulla.
«Ma cosa ci hai fatto con questo ragazzo?»
La luce della lampada è abbandonata sopra le nostre teste, illumina il ritaglio di spazio che separa il mio corpo irrigidito dalle sue dita, tutto il tempo che è trascorso e tutto il tempo che perderemo ancora.
«Non ci ho fatto nulla mamma, ecco il problema. Ti devo parlare di questo.»
«E allora parlami, che c’è, che è successo che hai ‘sta faccia da morta secca.»
L’acqua comincia a bollire, solleva un vapore lieve, impalpabile.
«Mio padre mi metteva le mani ovunque da piccola.»
L’acqua continua a bollire, sembra debba corrodere l’aria.
«Ma che dici Cinzia?»
«Hai sentito benissimo, che domande fai? Sono anni che non riesco ad avere un rapporto sessuale normale.»
«Tuo padre era uno stronzo.»
«Non è questo il punto.»
Mi serve dirti la verità.
Bisognerebbe spegnere il fornello ora, altrimenti l’acqua evapora tutta. E poi si potrebbe disattivare il frigo, azzerare questo brusio intermittente. E la luce, potremmo spegnere la luce e rimanere al buio.
«Perché me l’hai detto solo ora?»
«Perché non sapevo come dirtelo.»
Non beviamo nessun tè. Il frigo non si disattiva, la luce rimane accesa su quella cucina quasi vuota. Noi due, un tavolo, due sedie.
Quando esco, l’aria affilata della sera mi punge gli occhi. Domani nevicherà, lo dicono da giorni, lo si legge sui giornali. Nevicherà, e io non avrò le scarpe per questa stagione infame.

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Bianca Bertazzi

Bianca nasce a Genova nel 1987. Si laurea in Culture e tecniche della Moda, prende altre strade, molte dentro di sé e un paio all'estero, ma alla fine tutte convergono sulla scrittura. Oggi lavora come segretaria in una clinica piena di anziani, inesauribile fonte di ispirazione. Il resto del tempo lo passa a progettare grandi romanzi, leggere quelli degli altri e inventarsi lavori nuovi. Sul primo e ultimo punto c'è ancora molto da fare.