La pausa pranzo

by Giorgio D.

È quasi ora di pranzo e io me ne sto nel retro dell’officina. Gabriele è andato a prendere i panini; aspetto che torni e intanto me ne sto tranquillo sullo sgabello. Sono lì che do un’occhiata al giornale ed ecco che vedo entrare in officina un tizio vestito da giocatore di basket. Indossa un paio di pantaloncini larghi, di colore viola, e una canotta grigia, larga anch’essa. Lo guardo distrattamente, giusto il tempo di accorgermi che in mano ha un pallone leggero, tipo Supertele, mezzo sgonfio e rovinato.
Dica pure, gli faccio.

Quello avanza ancora di più dentro l’officina, fino ad arrivare sotto al ponte. «Voi conoscete Simone, il ragazzo che abita nel palazzo qui sopra?» mi chiede.
Io mi giro verso di lui e lo guardo in faccia; ha i capelli lisci, con la riga da una parte, lunghi abbastanza da cadergli sulla guancia destra e coprirla quasi tutta. È un po’ più alto di me, molto magro, e mi guarda con un’espressione impassibile e tranquilla. Certo che lo conosciamo, rispondo io, perché, è successo qualcosa?
Neppure riesco a finire la frase che il tizio sgrana gli occhi e inizia a urlare in modo furioso; un urlo folle e fantastico, come se qualcuno gli avesse improvvisamente poggiato un ferro rovente sulla schiena.
«E allora, se lo conoscete», grida, «se lo conoscete lo dovete lasciare perdere, brutti pezzi di merda, capito? Lasciatelo perdere». Sbigottito e spaesato, lo guardo senza dire nulla; ha gli occhi sbarrati e un’espressione di odio e rancore. Sta fermo a meno di un metro da me, mentre con la mano destra continua a torturare il suo pallone sgonfio e arancione.
Vista da fuori, potrebbe essere una scena abbastanza comica. Non so cosa fare, né cosa rispondergli. Non so nemmeno cosa diavolo vada cercando. Poi, passato lo stupore iniziale, riesco a tornare in me, e proprio quando decido di cacciarlo fuori dell’officina, il pazzo tira fuori un ultimo poderoso urlo e se ne va verso l’uscita. Cammina con passo deciso, e nell’uscire incrocia Gabriele, di ritorno dal supermercato e col sacchetto dei panini in mano. «Buongiorno» dice Gabriele. Il pazzo non risponde, neanche lo guarda, attraversa la strada e si mette a sedere sul muretto di fronte all’officina. C’è poca gente in giro, le persone pranzano e restano chiuse in casa a quest’ora. Io invece, ancora piuttosto sbigottito, con un sentimento a metà tra il divertito e l’irritato, mi chiedo cosa diavolo voglia questo tipo squinternato.
Simone, penso; deve essere stato quell’idiota di Simone a dirgli chissà cosa… Ma cosa, mi chiedo, e perché? Che senso ha?
Racconto l’accaduto a Gabriele. Lui si mette a ridere e giunge alla mia stessa conclusione. «Lo sai quanto è scemo Simone» dice, «quel tipo frequenterà sicuramente uno di quei gruppi di pazzi furiosi che bazzica anche Simone, vai a sapere cosa si saranno detti».
Io non rispondo nulla, vado verso il lavandino e inizio a lavarmi le mani. Ce n’è di gente fuori di testa, penso. Poi mi asciugo le mani e vado a sedermi al tavolo. Anche Gabriele si siede, poi accende la televisione e cerca il telegiornale col telecomando.
Il tizio è ancora lì fuori. Ora sembra disinteressarsi a noi; gioca col suo pallone sgonfio e pare concentrarsi solo su quello. Lo tira forte addosso al muro, provocando ogni volta uno schianto sordo. Sotto al sole di luglio, a quest’ora, suda ferocemente. I capelli lisci si bagnano rapidamente e a ogni movimento gli cadono sugli occhi. Lui li sposta con la mano libera, mentre con l’altra continua il suo gioco rapido e forsennato. Penso sia una bella scena da vedere, mentre mordo un panino col prosciutto e stendo le gambe sotto al tavolo.
Gabriele, seduto dall’altra parte, neppure se ne accorge. Mangia e fissa il televisore con aria tranquilla.
Io mi riempio il bicchiere d’acqua e continuo a guardare fuori dall’officina.

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Giorgio D.

Sono nato a Roma nel 1978, mi sono rovinato per bene la vita laureandomi in lettere e filosofia e, come tanti, ho fatto molti lavori. Sono stato commesso, magazziniere, insegnante nella scuola pubblica privata e, infine, sono arrivato a quello che è il mio attuale lavoro: l'artigiano; per la precisione, il meccanico. Sono sposato, ho un figlio e scrivo.