I figli dei figli dei gatti di Hemingway

by Cristian Marmo

I figli dei figli dei gatti di Hemingway vivono nella casa-museo dello scrittore americano a Key West, in Florida. Ogni mattina un inserviente del comune porta loro crema di latte di capra, vongole veraci grandi come albicocche o battuta di vitello, a seconda del giorno e delle loro esigenze alimentari. Quando l’inserviente invita degli ospiti nel loro appartamento, cosa che gli sarebbe vietata, questi cominciano ad accarezzarli e a pronunciare loro parole al miele. Ma i figli dei figli dei gatti di Hemingway non amano questo tipo di vita agiata, né tantomeno tutte quelle smancerie che la gente comune dedica agli animali d’appartamento.

I figli dei figli dei gatti di Hemingway, ancor più di tutti gli altri gatti del mondo, se ne stanno in disparte ed evitano ogni tipo di contatto umano preferendo andare a caccia di cinghiali o di fagiani, fumare tabacco trinciato o bere whiskey così come il vecchio Hemingway aveva loro insegnato – oppure viceversa, non possiamo sapere.
Ogni sabato sera i figli dei figli dei gatti di Hemingway organizzano incontri di box validi per il titolo mondiale dei pesi felini, un premio molto ambito nel regno dei gatti. Vi possono partecipare tutti gli atleti nel pieno della loro forma olimpica, purché polidattili, lettori e ammiratori di Ernest. Coloro i quali possono pregiarsi del collare di campione iridato resteranno nel sempiterno albo d’oro dei fuoriclasse di pugilato felino. Va da sé che, quando devono risolvere un problema, i figli dei figli dei gatti di Hemingway ricorrono alle vecchie, buone maniere.
I figli dei figli dei gatti di Hemingway non nacquero da un semplice regalo di una delle donne che lo scrittore era solito frequentare nelle bodeguitas cubane o nei bar più lerci di tutta la Florida. Non ci fu infatti nessuna Cassandra o Samantha, nessuna Rosita né Cecilia a portare a casa Hemingway il capostipite di quella stirpe, il cui nome era Snowball e i cui sessantadue discendenti oggi se la spassano bevendo mojito ricordando i bei tempi andati. I figli dei figli dei gatti di Hemingway discutono ancora oggi dei romanzi che lui non ha mai scritto poiché troppo ubriaco o infelice, il più delle volte entrambe le cose nello stesso momento. I figli dei figli dei gatti di Hemingway, quando provano un po’ di malinconia, vanno al fiume a pescare con un fiasco di vino e un tozzo di pane di semola; a volte capita però che tornino più tristi di quando sono partiti perché nessun pesce ha abboccato ai loro ami.
L’inserviente che si prende cura dei figli dei figli dei gatti di Hemingway si chiama Charles, esattamente come Charles Dickens o Charles Bukowski. Charles non ha mai letto nemmeno uno dei romanzi o racconti che il nostro Hemingway ha scritto su questo pianeta, e con ottime probabilità non lo farà mai. Charles crede ingenuamente che i figli dei figli dei gatti di Hemingway ignorino la letteratura americana proprio come lui e altre centinaia di milioni di persone sparse in tutto il mondo. Ma tra un allenamento di pugilato e un altro i figli dei figli dei gatti di Hemingway discorrono di letteratura e di cinema, organizzano l’Hemingway Day, controllano le traduzioni dei suoi testi in tutto il mondo e si fanno beffe della letteratura classica russa, con tutte quelle descrizioni e quelle lungaggini così inutili e noiose, secondo il parere del loro padrone.
I figli dei figli dei gatti di Charles non verranno mai alla luce perché Charles ha deciso di sterilizzarli non appena è stato possibile. Il veterinario che ha castrato i gatti di Charles si chiama Alberto, soprannominato El Pampero, nativo di Cordoba, sangue cento per cento argentino. Alberto ha acquistato la sua laurea sull’isola di Guadalupa per poche centinaia di dollari americani, un’informazione di cui nessuno, nemmeno l’amico Charles, era a conoscenza.
Tutti i figli dei figli dei gatti di Hemingway hanno organi riproduttivi particolarmente funzionanti: è proprio questo il motivo per cui hanno potuto proliferare con così tanta regolarità in tutti questi anni, perché nessuno, Hemingway in primis, ha mai pensato di tappare loro le tube di Falloppio o di estrarre i loro piccoli testicoli con un’apposita cannuccia aspirante.
Charles non ha mai pronunciato frasi come rimozione delle ovaie oppure incisione dello scroto, né tantomeno conosceva il significato di mastice bio-assimilabile. Al contrario di Charles, i figli dei figli dei gatti di Hemingway erano a perfetta conoscenza della scienza veterinaria perché Gustave, il più anziano del gruppo, aveva messo tutti in guardia qualora qualcuno avesse voluto interrompere la loro prolificazione. «Ragazzi», disse una volta al pranzo di Natale Felino, «se qualcuno cerca di prosciugarci le palle dobbiamo reagire di conseguenza». Tutti i figli dei figli dei gatti di Hemingway attaccarono così a miagolare, speranzosi di potersi mettere all’opera come veri toreros davanti al nemico. «Senza pietà» aveva aggiunto Gustave alla fine del suo discorso.
I figli dei figli dei gatti di Hemingway sono tutti polidattili, il che significa che hanno sei dita, una in più del normale rispetto a tutti gli altri gatti del mondo. Questa loro caratteristica, così cara al loro padrone, li rende motivo di grande interesse per tutti i visitatori del museo. Ma quel che molti non sanno è che i figli dei figli dei gatti di Hemingway sono gli scrittori della voce misantropia del vocabolario americano, e non c’è bisogno di Einstein per capire che quello che vorrebbero comunicare a tutte le persone che scattano loro migliaia di fotografie tutti i giorni sia “smammate, prima che ci incazziamo sul serio”. I figli dei figli dei gatti di Hemingway potrebbero parlare fluentemente sette lingue, se solo la cosa non destasse ancor più clamore e la loro libertà non fosse a serio rischio.

Pur avendo passato più tempo con i figli dei figli dei gatti di Hemingway che con una donna, Charles non aveva capito nulla della famiglia che aveva davanti agli occhi tutti i giorni. Ogni mattina, infatti, si grattava l’orecchio chiedendosi per quale motivo non avessero toccato cibo. «Eppure sembrano tutti in piena salute, che cosa mangeranno mai?» si è ritrovato a dire a voce alta una mattina quando il museo era chiuso al pubblico. «Guarda un po’ che razza di cretino doveva capitarci in mezzo ai piedi» aveva risposto senza pensare Jerome, il gatto più giovane della compagnia, sgattaiolando fuori dalla finestra all’inseguimento di un topo.
«Chi ha parlato?» chiese Charles guardandosi attorno, accorgendosi in un istante di quanto fosse stupida quella domanda. Dopo essersi ripreso svuotò le ciotole nella pattumiera rimpiazzandole con nuove leccornie che il giorno dopo, ne era certo, avrebbe nuovamente gettato via. «Chissà che fine ha fatto Jasmine, lei sì che era una brava inserviente» affermò Annette, la fidanzatina di Jerome.
«Che mi prenda un colpo se non ho sentito qualcuno parlare di Jasmine», e subito dopo aver pronunciato questa frase Charles passò il suo sguardo su tutti i gatti presenti nella stanza – chi disteso sul divano, chi intento in una lotta amichevole. Dopo qualche istante Charles aveva notato qualcosa in un angolo nascosto della libreria, un oggetto che non aveva mai visto prima. “E questa che diavolo è?” Svitò il tappo e annusò quel liquido color caramello all’interno della bottiglia. «Cristo, ma questo è cognac!»
Charles diede un’occhiata in giro e dopo appena dieci minuti si ritrovò di fronte a decine di nastri storici della corrida di Pamplona, canne da pesca rudimentali, traduzioni in portoghese di Fiesta con annotazioni a margine, e un programma dettagliato del prossimo campionato mondiale di box felino. Charles prese la bottiglia di cognac e cominciò a bere fino a quando non rimase nemmeno una goccia. La testa cominciò a girargli e lui si lasciò cadere sul divano sollevando una nube di peli che per un attimo sembrò restare immobile sopra la sua testa come in un dipinto di Magritte. Non era possibile che qualcuno vivesse nel museo, questa era l’unica cosa di cui Charles fosse sicuro, né tantomeno che un clochard fosse entrato dall’esterno. «Devono essere loro, non c’è altra spiegazione», sussurrò lui. «Ne devo assolutamente parlare con Alberto, questi gatti sembrano davvero interessanti. Magari possiamo tirar su un bel business. Se li sterilizzassimo potrebbero aumentare di valore…» disse mentre cercava di accarezzare Tati, la primogenita di Gustave.
I figli dei figli dei gatti di Hemingway vivono ancora oggi nella casa-museo dello scrittore americano a Key West, in Florida. La loro collezione di coltelli è una delle più importanti di tutto il mondo, ma nessuno ne è a conoscenza a causa della loro estrema riservatezza. I figli dei figli dei gatti di Hemingway sono quasi tutti polidattili – il che significa che hanno sei dita – , e quel che molti ignorano è che sono disposti anche di pollici opponibili e di code prensili. Tutte le mattine un’inserviente del comune di nome Katherine porta loro del cibo che di notte gettano in una fossa che hanno scavato nel giardino dietro casa per non attirare attenzione.
I figli dei figli dei gatti di Hemingway non amano il disordine e tendono a dimenticare in fretta quel che capita durante le loro giornate – a meno che non si parli di box o di qualsiasi altro argomento legato al loro caro padrone. Quando qualcuno prova a disturbarli, i figli dei figli dei gatti di Hemingway risolvono il problema con le vecchie, buone maniere, e senza che nessuno possa dubitare sulla loro condotta.
Da qualche anno i figli dei figli dei gatti di Hemingway stanno discutendo su un eventuale trasferimento in Europa.
Con ogni probabilità vorranno vivere per un po’ di tempo nel sud della Spagna, lontano da tutta quella gente che ogni fottuto giorno dedica loro centinaia di parole, tutte al miele.

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Cristian Marmo

Cristian Marmo nasce nel 1985 in provincia di Torino da genitori natii della provincia di Salerno. Le sue origini inducono i settentrionali a definirlo un terrone e i meridionali ad etichettarlo come polentone. Ex studente di cinema, cerca e trova qualsiasi tipo di lavoro ad una velocità degna di un motorino Ciao. Ha vissuto a Rotterdam, ma la mancanza della pummarola lo ha riportato in Italia.