Breve relazione a proposito dei tetti spioventi e di altre peculiarità botaniche della nostra regione

by Dario De Marco

Se una retta taglia altre due rette determinando dallo stesso lato angoli interni la cui somma è minore di quella di due angoli retti, prolungando indefinitamente le due rette, esse si incontreranno dalla parte dove la somma dei due angoli è minore di due angoli retti. (Euclide)

Cherteston (…) immagina che ai confini orientali del mondo vi sia un albero che è più e meno di un albero, e ai confini occidentali una torre, la cui sola architettura è malvagia. (Jorge Luis Borges)

 

Nella nostra terra i tetti delle case sono talmente spioventi da essere quasi verticali. Curiosa coincidenza, tanto nel nostro idioma quanto nel vostro il termine “spiovente” deriva da “pioggia”, ma è per fare fronte ad altro genere di precipitazione atmosferica che questi tetti sono nati: la soffice, incorporea, eppure massiccia, pericolosamente pesante, fantastica neve.
L’estensore del presente rapporto – e dio solo sa quanto mi costa dovermi esprimere in prima persona, essendo la modestia connaturata alla mia personale indole come alla nostra cultura di gente schiva – l’estensore ha avuto un privilegio raro: solcare i mari e calpestare terre lontane, possibilità negata alla maggior parte della gente nata qui. Viaggiando, ho sempre notato come l’angolo dei tetti cambi, al pari di altre graduali e costanti variazioni nella flora, divenendo meno acuto man mano che ci si sposta verso meridione, fino a farsi completamente piatto nel Grande Sud; o almeno questo narrano i racconti su quella regione mitica, nella quale nessuno di noi, neanche l’estensore, è mai giunto, e della quale molti qui mettono addirittura in dubbio l’esistenza.

In ogni caso, nella nostra isola i tetti spioventi sono talmente verticali da sembrare quasi delle pareti. Per ragioni meno ovvie di quelle che si possono intuire, oltre alla scienza botanica la nostra civiltà ha sviluppato una finissima elaborazione della scienza giuridica: uno dei postulati del diritto civile è che la proprietà su un terreno si estende, partendo da quella superficie di territorio, nel sottosuolo fino agli inferi e nell’etere fino al cielo. Ora, mentre la prima ipotesi è meramente di scuola, dato che nessuno ha mai trovato possibile né utile spingersi dall’altro lato del suolo, il secondo caso è vero nel suo senso più letterale: le nostre case sono provviste di mansarde altissime, delle quali non si vede la fine. Raggiungendo il sottotetto, e stando saldamente appoggiati al pavimento di esso, alzando lo sguardo verso l’alto spesso, anzi sempre, la vista si perde nelle nebbie della distanza e dell’altezza.

Quanto siano alte le nostre mansarde nessuno lo sa, perché nessuno sale mai fino alla fine, e neppure fino ad un’altezza considerevole. Non ci si sale mai neanche da fuori, sui tetti, neppure per ripararli, dato che non ve ne è la necessità: essi non sono fatti, come quelli che ormai abbondano nelle moderne metropoli, di tegole morte, ma sono composti da microrganismi, i quali si cibano di aria rarefatta e nebbia, e si rigenerano su se stessi come – mi perdonerà per l’oscuro paragone chi, non per sua colpa ma per mancanza d’esperienza, è privo di nozioni di biologia marina – quegli animaletti immobili detti coralli.

Da quanto detto si potrebbe desumere un grande vantaggio per i proprietari delle nostre case; in realtà mansarde così spaziose servono a poco. La nostra è una piccola isola, ma abitata da un’ancor più esigua popolazione, che non ha bisogno di affastellarsi in spazi verticali: di fatto i nostri agglomerati urbani si sviluppano preferibilmente in orizzontale, e le costruzioni punteggiano rade e rispettose quel verde che a ragion veduta tanto amiamo e temiamo. Pertanto, ogni nucleo personale o familiare ha a disposizione una casa, fatta di uno o massimo due piani. Più, naturalmente, l’incessante mansarda.

Qualcuno ha provato a sfruttare questi spazi, ci ha appeso scaffali su scaffali, mensole su mensole; ma poi ha desistito, dopo non molti metri, trovando più che altro scomodo arrivare ogni volta in alto. Altri, hanno pensato di costruirci piani aggiuntivi, facendo contro-soffittature; ma questo non ha eliminato il problema. Infatti il piano ulteriore viene contro-soffittato, cioè dotato di soffitto, ma questo soffitto diventa il pavimento della restante mansarda, e quello di sotto che una volta era mansarda, diventa penultimo piano, e la questione si ripropone: che fare di una mansarda con il tetto così alto?

Nell’isola di Thule i tetti sono verticali quasi come pareti, e proprio come pareti partono dal suolo per salire verso il grigiore celeste e sfumare in esso. Alcuni sostengono che i tetti non siano inclinati in maniera impercettibile (in effetti, se si prova ad appendere un quadro dal lato interno del tetto, si noterà come esso aderisca perfettamente al muro) ma inesistente: che cioè siano verticali proprio come pareti. Qualcuno ha osato affermare che i tetti sono pareti; ma ciò è impossibile, vorrebbe dire che zero e infinito sono uguali, mentre i nostri filosofi e geometri hanno dimostrato che si tratta di una castroneria.

Comunque, la nostra è gente semplice, poco incline alle speculazioni teoriche qui accennate, e più propensa alla soluzione pratica dei problemi. Pertanto, non sono mancati quelli che si sono incaponiti, che non si sono voluti arrendere all’evidenza del principio enunciato dal grande geometra: sono andati avanti con le contro-soffittature, hanno costruito piani su piani, salendo sempre più in alto finché di loro non si è avuta più notizia. Ma questo succedeva in tempi ingenui di romantici eroismi; oggi pressoché tutti hanno accettato la sublime bellezza dei nostri tetti spioventi, che tengono al sicuro le nostre vite in caso nevicasse. Anche se, né memoria di anziano ricorda, né documento negli Annali di Thule registra, nonostante il clima rigido delle nostre notti, alcuna occasione in cui sulla nostra isola sia caduta la neve.

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Dario De Marco

Ha fatto il giornalista per quindici anni (Sole, Repubblica, Mattino, Blow up…), ha co-fondato il mensile Giudizio universale (2005-2008-2011). Ha pubblicato due libri di grande insuccesso ma presso editori fighi (Non siamo mai abbastanza, 66thand2nd; Mia figlia spiegata a mia figlia, LiberAria). Sta provando a smettere di scrivere, ma ogni tanto ci ricasca: sugli Stati generali, su Prismo, sul suo blog.