Organizzazione di sopravvivenza

Nella fontana coi postumi della sbornia, mentre il sole è abbastanza alto da essere fastidioso ma non ancora caldo, mi stiracchio e penso a quando ti dicono che non dovresti donare il plasma se la sera prima hai bevuto. Se fosse davvero così, donazioni di plasma ce ne sarebbero davvero poche, credetemi. La maggior parte dei donatori sono persone del cui stile di vita quei rompicoglioni sono sicuro che non vogliano conoscere i dettagli. Io sono uno di quegli stronzi. Per lo meno questa settimana non ho tirato di coca, non che questo mi abbia mai impedito di andare a donare. Finché i valori di proteine e ferro nel sangue sono a posto, sembra che al centro donazioni se ne fottano. Cristo, quanto plasma di merda c’è in giro là fuori? Quanto del mio plasma di merda c’è in giro là fuori? Sono cose a cui probabilmente non dovrei pensare oggi.

Mi volto su un fianco per guardare l’orologio: le 7:36. Il centro donazioni apre alle 6:30. Conviene essere lì presto ed entrare col primo gruppo, per essere fuori in una novantina di minuti, altrimenti potrebbero volerci due ore. Ho fatto un casino. Io sono un casino. Mi rannicchio in posizione fetale non voglio fare un cazzo oggi solo prendermi una bottiglia di rosso da quattro soldi e rannicchiarmi di nuovo nella fontana. Ma essere senza tetto a volte può essere di per sé un lavoro. Raccatto in fretta la mia roba e sbircio fuori, per un secondo. C’è gente inamidata che comincia la sua giornata accanto a barboni che sono stati fatti uscire dal ricovero dell’Esercito della Salvezza un’ora fa e passano per il centro per andare a White Park a rompere il cazzo tutto il giorno agli stronzi che lo controllano. Poi andranno alla chiesa a un chilometro e mezzo da lì, vicino all’ospedale, per pregare e soprattutto per il primo pasto caldo della giornata. Mi vengono i brividi. Mi sono coperto più che ho potuto, con la tuta sotto i jeans e una felpa extralarge, cartoni e giornali stesi sul cemento che circonda la pompa rotta della fontana. Non conta un granché quando la temperatura scende a -40 la notte e tu sei un californiano.

Do un’altra occhiata fuori e vedo che tutti pensano solo a dove stanno andando con le cuffiette addosso, e con una mossa sicura da vero esperto salto fuori. Mi siedo sui gradini della fontana e cerco di orientarmi facendo finta di niente. Tiro fuori una barretta energetica che ho trovato a casa di Benny, quindi mi avvio lungo la via principale verso il terminal dei bus in centro per prendere l’1. L’unico aspetto negativo è che al terminal dovrò star lì ad aspettare con i Deformi. I Deformi sono quelli che hanno tagliato i ponti con tutti i ricoveri della città e ora passano le notti girovagando per la città, in stati variabili di dissesto e squilibrio come cadaveri rianimati. Bisogna far finta di non notarli, sennò attiri la loro attenzione e si ricorderanno di te finché campano. I Deformi di solito non cercano altro che attenzione e la sporadica sigaretta. Non sono pericolosi, a meno che non gli si rompa il cazzo, e in questo caso ti strapperanno la giugulare, tireranno fuori genitali rinsecchiti per strofinarteli addosso o semplicemente ti vomiteranno sulle scarpe. A quest’ora del mattino escono dal buco in cui dormono e vagano verso la stazione e gironzolano urlando stronzate senza senso, cercando di spacciare erba come se fosse una spezia, sbavando di tanto in tanto. Principalmente vagano per la stazione, schizzati oltre ogni immaginazione. Aspetto alla fermata, quanto vorrei una cazzo di sigaretta. L’autobus arriva e io ci salto su veloce, sollevato di non aver incontrato nessun Mutato, ma so di aver avuto una gran botta di culo oggi. Sceso dall’1, entro al Jack ‘n’ the Crack e ordino il cheeseburger da novantanove centesimi e lo ingurgito prima di arrivare al centro donazioni sperando che basti a risistemare i miei valori. Sono sorpreso di trovare poca gente dentro al centro, mi registro e chiacchiero un minuto con Robin, l’assistente veterinaria.

«Come va, Rob?»
«Evans non dovresti chiamare una donna “Rob”, specialmente una della mia età.»
«Ma se avrai sì e no 32 anni, chi se ne frega.»
«Non è il modo di rivolgersi a una ragazza.»
«Senti, lavori al Centro Donazioni Plasma nel buco di culo della città, davvero vuoi che questi coglioni pensino che tu sia qualcosa di più di una che non deve fare scherzi con i loro 25 dollari?»
«A volte sì.»
«Rob, voglio dire Robin, devi farti trasferire in un posto migliore se ci tieni a queste stronzate.»
Mi afferra il braccio e me lo stringe.
«Evans, hai bevuto ieri sera?»
«Ehm, beh forse una birra prima di andare a letto.»
«Va’ a lavarti i denti prima del prelievo.»

Vado subito in bagno. Cara Robin, mi ha sempre coperto da quando l’ho vista tormentare ragazze al bar gay. Non le ho detto niente, ma quando la sera dopo sono venuto a donare lei stava per tirare fuori il discorso e io l’ho fermata. Quelli erano cazzi suoi, non certo miei. Immagino però che le caporeparto stronze e i dottori che ci sono qui non la penserebbero nello stesso modo. Chissene! Se il fatto che Robin creda che la possa ricattare significa beccarmi i miei 45 dollari alla settimana se non faccio stronzate, chi sono io per contraddirla. Bisogna approfittare di qualsiasi vantaggio. Dopo una lavata di denti e una doccia a scrocco mi metto qualcosa che sembri meno da straccione e torno in sala d’aspetto dove stanno dando Pearl Harbor per l’ennesima volta. È presto, quindi quelli più chiassosi non si sono ancora presentati. A quest’ora ci sono solo gli stronzi dall’aria professionale con le valigette, la colonia e che puzzano di profumo, che dicono di farlo solo per pagarsi la benzina e per dare una mano. Beh, buon per te, ora chiudi quella cazzo di bocca e leggi il tuo Press Enterprise, LA Times, Wall Street Journal di merda e cerca di non storcere troppo il naso per la puzza di quelli che stanno più in basso. Scusate, delle volte me la prendo. Mentre il personaggio di Josh Hartnett da vero stronzo corteggia il personaggio di Kate Beckinsale dopo che se l’è già fatta Ben Affleck mi chiamano. Prima mi pesano (se pesi meno di 50 non puoi donare), sono un buon 60 chili, quindi mi sparano la luce ultravioletta sulle unghie per accertarsi che io non abbia donato da nessun’altra parte questa settimana (puoi donare due volte in sette giorni a patto che fra una donazione e l’altra trascorrano 48 ore). Porgo a Rob, cioè Robin, il dito medio per l’analisi del sangue e come al solito il mio sangue è fottutamente denso e non esce, nonostante mi sia ammazzato di alcol la sera prima. Robin semplicemente sospira.

«Evans, perché le tue dita fanno sempre le stronze quando c’è da fare il prelievo?»
«Beh, sei tu l’infermiera, dimmelo tu!»
«Dammi l’altro dito, va’.»

Le do l’indice della mano sinistra con lo stesso risultato, ma lei schiaccia sempre più forte finché la fialetta non si riempie e la punta del mio dito non è viola. Ringrazio Robin e torno di là, così che il tirocinante possa misurare i miei valori (pressione sanguigna e stronzate simili). A questo punto ti fanno domande sulle tue attività sessuali della settimana precedente.

«Tu o il tuo partner avete fatto sesso per droga o denaro?»
«No.»
«Tu o il tuo partner avete fatto uso di droghe mediante ago nell’ultimo mese?»
«No.»

Me ne fanno altre in rapida successione che se avessi il tempo di rifletterci sarebbero imbarazzanti, ma qui si tratta di contante e non di sensibilità. Dopo di che vai al piano in cui ci sono i lettini e un’infermiera ti accompagna ad uno vuoto dove ti sdrai a guardare lo stesso stupido film che stavi guardando nella sala d’aspetto su cinque diverse TV. Se hai uno di quegli iQualcosa o un lettore CD puoi ascoltare la musica da una cuffietta, altrimenti ti tocca sorbirti il film che passa. Sto sdraiato là, con la borsa piena delle mie stronzate che a malapena entra sotto il letto, aspettando che un’infermiera arrivi e mi “sforacchi”. Quindici minuti e una pisciata più tardi si avvicina la miglior sforacchiatrice del posto, la dottoressa Amber, splendida come sempre. È mezza coreana, mezza nera, con delle piccole lentiggini sul naso che cerca di nascondere col fondotinta, ma che puoi facilmente notare quando ti si fa vicina perché è ora dello sforacchiamento. Alcuni sforacchiatori sono efficienti, ma non riescono a non far colare del sangue di fuori o a farti sentire come se ti stessero pugnalando la vena con un orecchio di coniglio. Prima di sforacchiarti le infermiere indossano una mascherina protettiva. Con le altre infermiere ho immaginato che boh, magari potrebbe succedere che ti si incastri e ti cominci a spruzzare sangue dappertutto e tu non puoi dare di matto o farti impressionare ma devi solo restare sdraiato lì sapendo che qualunque comportamento negativo può costarti i 25 dollari della giornata e perfino mandare a puttane il resto del mese. Ma non con Amber, lei è il meglio del meglio.

«Come va oggi, Jim?»
«Mah Amber, la solita merda.»
«Jim, ma ti sembra il modo di parlare!?»
«Scusa, ormai faccio le cose in maniera meccanica.»
«Sei un po’ troppo giovane per cadere nell’abitudine.»
«Forse, ma oggi va così.»
«Beh, la prossima volta che vieni ti voglio in uno spirito diverso, d’accordo?»
«D’accordo, Amber.»

Nel frattempo mi ha sforacchiato e ha fatto partire la macchina senza che io mi accorgessi di un cazzo. La migliore. Se hai il fegato puoi richiedere che ti sforacchi un’infermiera/dottore in particolare, ma in pochi lo fanno perché irrita non poco gli sforacchiatori presenti e se il tuo preferito non c’è vuol dire che il tuo braccio ne uscirà male da quella trasfusione. La cosa migliore che si può fare è mettersi comodo e sperare che te ne capiti uno bravo. Oggi sono stato fortunato ma questa era la mia prima donazione della settimana e la prossima… chi cazzo lo sa.

Quarantacinque minuti di triangolo amoroso e scene di guerra con Ben Affleck più tardi sto uscendo tutto fasciato dal centro, più ricco di 25 dollari e completamente esausto. Mi fermo dal Del Taco lì accanto e ingurgito un paio con fagioli e formaggio poi vado al Big Lots per comprare un paio di bottiglie di bianco da quattro soldi. Quando Big Lots si chiamava ancora Pic’n’Save avevano dei rossi economici, non so a che cosa sia servito il cambio di nome oltre che a fregarmi i miei rossi economici preferiti. Compro un paio di bottiglie con un dollaro e salto sul bus per vedere cosa combina Jai. Se ne sta in salotto a non fare niente mezzo addormentato, guardando quel filmetto con DiCaprio, The Beach.

«Quindi è così che vivono i disoccupati. Sdraiati sul divano a guardare Leo a petto nudo tutto abbronzato e lucidato.» «Gamba rotta, gamba rotta.» dice Jai, per poi riappisolarsi con una lattina di birra in mano che sorseggia ogni tanto senza rendersene nemmeno conto. Ally, la sua ragazza, deve essere al lavoro, il che è positivo dato che da quando è stato licenziato Jai non fa altro che starsene sdraiato in giro per casa bevendo birra invece di mangiare oppure passa il tempo con i suoi amici buoni a nulla. Amici come me. Ma vederlo così disteso, strafatto (probabilmente) e sbronzo (senza alcun dubbio), tutto solo, mi fa sentire come se invece io oggi avessi combinato qualcosa di utile e non è ancora mezzogiorno. Il vero problema è se andarmene o restare.

Jai sarà contento di vedermi quando si sveglia. Se lo lascio dormire per la sua ragazza ci sarà poco da essere contenta quando arriva. Decido di filarmela, cammino per tre chilometri fino alla parte squallida di University Avenue per pranzare alla chiesa che c’è da quelle parti. Arrivo un po’ tardi, ma il cibo abbonda ancora, fagioli, pane al mais, insalata di cappuccio, eccetera, ne mangio un po’ e metto il resto nel tupperware che mi ha dato Rachel. Segue la messa a cui ci tocca partecipare. Dopo una preghiera veloce, il pastore ci si piazza di fronte e comincia a blaterare.

Mi addormento immediatamente ma mi sveglio mentre sta chiudendo il discorso. Il pastore ci fa uscire dicendo una preghiera e dandoci un sacchetto pieno di frutta e merendine. È da poco passata l’una e io ho ancora sonno, quindi prendo l’autobus per l’RCC e vado in biblioteca per fare un riposino decente. Gli studenti lo fanno sempre e nessuno dei dipendenti li disturba, il che significa che dovrebbero lasciare in pace anche me. Per non parlare del fatto che chissà quanto cazzo di caldo farà là dentro. Chi lo sa che farò al mio risveglio. Magari leggerò qualcosa, o tornerò da Jai, non lo so. Il problema principale dell’essere un senzatetto (dopo aver messo due soldi in tasca e del cibo nello stomaco) è capire cosa farsene di tutto ‘sto cazzo di tempo.

traduzione di Irene Brighenti.