La coppia

by Bianca Bertazzi

Sul treno fa un freddo cane. Andiamo velocissimi, tagliamo tutte le campagne arse dal sole, interi campi bruni di calore. Oltre il finestrino ogni tanto compaiono degli alberi, appaiono rapidi e sfumano improvvisamente il paesaggio. Vado verso il mare e mi sembra di scappare, chiudere gli occhi per sentire i miei passi veloci, mentre sono col cuore immobile su questo sedile. Mi pare di lasciare alle spalle qualcosa, abbandonarlo temporaneamente come si fa ogni giorno col proprio letto, col senso del ritorno sulle mani. Prima di partire compatto tutto dentro la valigia, schiaccio le mutande insieme alle magliette, le scarpe affianco ai trucchi, cerco la misura esatta di ogni cosa.
Da quando conosco Federico, partire ha la brevità di un attimo. Ci vediamo a metà strada, ci incontriamo con la fretta impressa negli occhi, in qualche piccolo albergo della Riviera ligure. Anche oggi faremo così, ruberemo il tempo che resta, lui con la sua camicia ordinaria, io con un paio di scarpe scomode e belle.

Quando scendo, mi viene incontro con passo svelto, si è tagliato i capelli e sul viso ha un velo di barba scura. Mi stringe a sé come fossimo soli, ci baciamo e la sua lingua è tiepida. Prende la piccola borsa di cuoio che mi sono portata dietro, dice che ha trovato questa pensione un po’ nascosta e che dalla camera si vede il mare, come piace a noi. E’ giugno, fuori c’è un tepore pallido e ventoso, un cielo macchiato di bianco. Passeggiamo sul lungomare mentre il vestito mi si attacca alle gambe per la forza del vento, stiamo un po’ in silenzio, guardiamo le onde spegnersi a riva. Entrambi camminiamo sapendo che tra poco andremo in camera, ci stenderemo sul letto e faremo l’amore forsennatamente, i corpi che si stringono come manette, il piacere che quando arriva fa quasi male.
Ci sediamo per bere qualcosa, distendo le gambe sotto al tavolo e mi tengo i capelli intorno al collo. Lui mescola il caffè con la sua solita lentezza distratta, lo guardo un po’, mi faccio prendere dal profumo amaro del suo dopobarba. Oltre la mia schiena ho il mare, il sole mi arroventa le spalle libere, ci vorrebbe un tuffo, penso, e quando glielo propongo mi dice che ha già pensato a tutto, c’è una spiaggia molto bella più in la, potremmo andare per pranzo. Intorno a noi ci sono un paio di altri tavolini, vibrano urtati da quest’aria che investe deliberatamente ogni cosa. Pensa se volassimo via, gli dico ridendo, pensa se arrivasse un tornado e spazzasse oltre i nostri corpi. Mi prende la mano come se volesse fermare il mio riso arrabbiato, perché lo sa che sono stanca, che questi treni per vederci sono diventati un’estensione insopportabile di noi. Resto nelle sue dita per qualche secondo, vorrei vedere la stanza sul mare, gli dico. Ci alziamo, in lontananza scoccano le campane di mezzogiorno. Federico entra per pagare, sfila il portafoglio dalla tasca anteriore dei pantaloni lisi. Vorrei poterlo guardare più spesso, penso mentre lo osservo snocciolare gli spiccioli alla cassa, poter aspettare gli attimi in cui non mi vede. Invece ho solo i momenti di coscienza a disposizione, le giornate in cui entrambi ci accorgiamo delle cose. Mi prende per mano, dall’altra tiene la mia valigia. Attraversiamo la piazzetta principale, il suono delle campane si è diffuso per tutto il paese, improvvisamente è arrivata la stagione delle finestre sempre aperte.
«Non vorrei sbagliare strada, ma penso sia per questo vicolo.»
mi dice mantenendo il suo passo agile, mentre mi vengono in mente le corse che facevo da piccola, le maratone con la scuola per vincere il primo posto e sentirsi dire brava da mia madre. Imbocchiamo un vicolo costeggiato da fiorai e piccoli negozi di artigianato. C’è una panchina con due anziani che giocano a carte sulla panca, poco più in là un gruppo di ragazzi in costume si passano una palla, evitano i piedi dei passanti con disinvoltura incurante.
Federico si blocca, quasi gli vado addosso, ci siamo, mi dice, è questo l’albergo. Siamo davanti ad un portone nero, al termine della strada. C’è una piccola targa in legno con scritto “I tre soli” e il simbolo di un letto stilizzato. Federico si è già fatto dare le chiavi per posare il suo bagaglio, così entriamo e ci facciamo cinque piani di scale a piedi, ogni piano una finestra, ogni finestra uno scorcio di mare che si espande. Quando entriamo l’ingresso pare un buco di luce, ci sono vetrate enormi e le pareti sono rifinite di bianco e blu.
«I proprietari tornano questa sera, credo ci siano altri ospiti.»
Lo seguo nel corridoio stretto che conduce alla nostra camera, una porta dipinta di azzurro intenso con attaccato un sole giallo di ceramica.
Dai chiudi gli occhi, mi dice lui. Penso che se non mi piace me lo leggerà in volto, forse conviene chiudere tutto, non solo gli occhi.
Va bene, dico, li chiudo.
Sono tutta sudata, fa una caldo terribile in questa casa.
Sento lo sferragliare della serratura, poi il cigolio lento della porta, i passi che non riesco a fare per paura di sbattere da qualche parte. Quando li riapro la stanza è un’immensità di bianco. C’è un letto matrimoniale in ferro battuto sulla destra, accanto le finestre aperte su un balcone che guarda il mare. Federico mi fissa, si siede sul letto poggiando la valigia in angolo, aspetta che io dica qualcosa. E’ splendido, penso, ma non lo dico ancora, lo guardo e lui scoppia a ridere, mi chiede se mi piace o no, questo luogo che ha cercato per noi, la stanza sul mare che volevamo.
«Fede grazie, è splendida, possiamo vedere il tramonto da qui!»
Mi avvicino al terrazzino. A vederlo così sembra sospeso sull’acqua. Mi affaccio, siamo all’ultimo piano, l’aria è densa di calore e la superficie del mare brilla, infranta da qualche vela in lontananza. Mi volto e lui si è disteso sul letto, guarda il soffitto, la fronte umida di sudore. Mi avvicino al tavolino di legno grezzo su cui sono poggiati un paio di mappe locali e gli asciugamani per il bagno. Sembra tutto studiato per darti il minimo di ogni cosa, penso, come se al mare le persone riducessero le loro quotidiane esigenze. Le finestre sibilano mosse dal vento. Vorrei avere l’euforia che ci ha trasportato in questi due anni, mi dico, invece mi sono lentamente abituata alle cose di sempre, a questa storia che mi va bene a metà, fino al punto in cui riparto per tornare ad esser sola.
Mi stendo accanto a lui, la testa viene risucchiata dal cuscino, poi dal suo abbraccio. Facciamo l’amore cercando le mani dell’altro, arrotoliamo le lenzuola attorno ai nostri corpi sfiniti e pensiamo che sia amore questo, farsi a pezzi e ricomporsi senza sosta. Federico si abbandona sulla schiena, fa un caldo terribile adesso. Il sesso ti allontana anche dalla temperatura corporea, in un certo senso, gli dico mentre mi scrollo dai piedi un bordo del lenzuolo. Lui sembra inglobato nella luce della stanza.
Si volta verso di me con aria perplessa, aggrotta le sopracciglia. Cosa significa che ti allontana dalla temperatura corporea, mi chiede. Mi passa la mano sui seni, gioca con la superficie della mia pelle, sa che mi piace quando mi tocca così, senza l’impegno del pensiero. Non so, gli rispondo, quando facciamo l’amore ogni tanto mi dimentico del vento oltre la finestra, del sole bollente e di tutte queste cose qui. Non mi capita sempre, vorrei succedesse di più, aggiungo mentre raccolgo le sue mani.
Lui libera il petto in un sospiro profondo, allentando la stretta delle mie dita. Lo so cosa vuole dirmi, che ho la testa che viaggia lontana da qui, ma non me lo dice, sta zitto, allarga il silenzio a tutta la stanza. Oltre le tende bianche e lisce arriva il rumore della strada, sale su fino ai nostri vetri, il via vai nervoso dei passanti, qualche bambino che urla qualcosa, poi di nuovo l’altalena del vento, un po’ di voci che si sovrappongono. Chiudo gli occhi, mentre discosto il mio corpo da quello di Federico, ho già caldo, penso, un caldo appiccicoso.
Quando mi sveglio sono sola, il letto sfatto e vuoto, il collo intorpidito dalla posizione scomoda. Sono tutta rannicchiata da una parte, distendo le gambe e cerco Federico, di cui scorgo l’ombra sul balcone. Fuori la luce è prepotente, irrompe nella stanza allungando le pareti e ferendomi gli occhi. Mi sento meglio, non mi sono nemmeno accorta del sonno che sopraggiungeva. Mi alzo, mettendomi il costume sotto il vestito, poi esco in balcone. Federico è appoggiato alla ringhiera di vernice bianca scrostata, guarda verso il mare con gli occhi socchiusi per il riverbero del sole, le spalle nude arrossate.
Abbraccio la sua schiena curva e appoggio la guancia, sei bollente, gli dico. Sento il suo petto sollevarsi lievemente per incamerare aria, poi si volta con lentezza, facendo scorrere il cerchio delle mie braccia fino alla fine, finché non siamo uno di fronte all’altro. Mi bacia, stringendomi a sé. Russavi come una matta, mi dice mentre rientriamo in stanza. Si leva i boxer per mettersi il costume, guardo il suo membro molle che si è ritirato. Decidiamo di andare a mangiare, sono quasi le due e mezza, troveremo qualcosa lungo la strada per la spiaggia. Ci addentriamo nei vicoli stretti che conducono al mare, la luce è fuggita verso la passeggiata, abbandonando un velo ombroso sulle vie interne. L’aria bruciante corre lungo i muri, acquieta le sue raffiche incanalandosi nei rettilinei di asfalto, inghiotte il silenzio delle prime ore del pomeriggio. Compriamo due panini e un po’ di frutta in un negozio di alimentari che sembra rimasto agli anni settanta, le pareti a fiori gialli e rossi, un lungo bancone di plastica spessa marrone. Quando i nostri passi sfociano finalmente sul lungomare, le spiagge sono una distesa di corpi in movimento, un disordine vociante e scomposto. In lontananza scorgiamo la curva degli scogli, confusa nel bagliore del giorno sembra un miraggio, un punto vago incastrato nell’acqua.
«La dietro c’è la spiaggia di cui ti parlavo stamattina» mi dice sollevando il dito in quella direzione.
Non so se voglio camminare così tanto, penso mentre comincio a sentire i rivoli di sudore sulla schiena. Sulla passeggiata non c’è quasi nessuno, fa troppo caldo per stare al sole.
«Ma ha un nome questa spiaggia?» gli chiedo mentre cerco di radunare i capelli in una coda improvvisata.
«Si ma non ricordo bene, una cosa tipo Baia Rossa o un nome simile, pare si vedano i tramonti più belli da li». Si passa una mano sul collo umido, poi si volta sorridendo: «Non manca molto» mi dice «resisti perché ne vale la pena».
Resisto si, sono due anni che resisto. Mi bagno la gola con un po’ di acqua, è tiepida, un sollievo fiacco.
Man mano che proseguiamo, gli scogli cominciano a definirsi, sembrano ciotole enormi e immobili, di un nero brillante, morbido.
Il problema è vedersi e avere dei programmi, penso, non far si che il programma sia vedersi e basta. Non riesco nemmeno a riflettere adesso, mi sto liquefacendo sotto questo sole senza concessioni, tira un vento matto, manca poco, mi dico, manca poco.
Capiamo di essere quasi giunti alla meta quando la passeggiata devia verso un terreno sterrato, ci sono un paio di cartelli, uno indica la spiaggia, “Baia Rossa” c’è scritto.
Ci avevi azzeccato col nome, gli dico, mentre ci arrampichiamo su per la salita con le ultime forze rimaste. Sembra di lasciare alle spalle la civiltà, in un certo senso, mi dice Federico mentre ci muoviamo tra i cespugli, scavalcando la strada e seguendo il dislivello del terreno. Nei tratti più incerti mi tende la mano, prende la borsa che mi porto dietro. Poi ecco che compare la spiaggia, un arco di sabbia che accoglie il mare, una decina di asciugamani stesi al sole. Scendiamo giù fino ad arrivare a toccare la sabbia con i piedi, è un colore strano, un oro misto a toni rossicci. Il vento qui è meno forte, i faraglioni alle nostre spalle intimidiscono le raffiche, sollevando una brezza che scompiglia appena i capelli. Sembra incredibile che non ci sia quasi nessuno, dico a Federico, ma lui è già qualche metro avanti, l’asciugamano scuro sotto al braccio e la mia borsa di paglia in mano, che ciondola libera di fronte al mare. Raggiungiamo un punto non lontano dalla riva, dove ci distendiamo sui teli. Dico a Federico che voglio fare un bagno, non ce la faccio ad aspettare oltre. Lascio il vestito sulla sabbia e mi avvicino all’acqua. M’immergo piano piano, il corpo ha un brivido di sollievo mentre mi abbandono a quella frescura. Vado giù fino in fondo, sento il capo sotto la superficie cristallina del mare, e per un momento vorrei restare li, ma non si respira quaggiù, bisogna trattenere aria e pensieri, allenarsi all’apnea quotidiana. Sento i polmoni esplodere, saranno trascorsi pochi secondi che riemergo, la pelle raffreddata e la testa sgombra. Resto a mollo ancora po’, saltello sul fondale sabbioso con la punta delle dita, non mi va di nuotare, il mare è mosso e in lontananza alcune barche di passaggio provocano nuove ondulazioni. Quando rientro mi pare di aver compiuto un’impresa straordinaria, sento il corpo indolenzito dalla camminata, sgocciolo fino all’asciugamano e mi stendo accanto a Federico, che mi passa una manciata di ciliegie tiepide.
«Sollevata?» mi chiede baciandomi l’incavo tra il collo e la spalla.
«Sì, molto meglio. Come fai a conoscere questo posto?»
Le ciliegie sono gonfie e nere, mi lasciano quel senso di zuccherino in gola, un bruciore piacevole da deglutire. Federico addenta il suo panino, la mozzarella deborda dai lati. Mi racconta di quando era piccolo in vacanza, di quella volta che i suoi hanno litigato e suo padre l’ha portato qui, gli ha detto andiamo alla baia che li stiamo tranquilli. Era settembre, e questa sabbia color mattone non l’ha più dimenticata.
«Quanti anni avevi?» gli chiedo prendendo un altro pugno di ciliegie.
«Andavo alle elementari» mi dice, «avrò avuto sette o otto anni».
Poi si pulisce la bocca con un tovagliolo e sta un po’ zitto, guarda due signori passeggiare sul bagnasciuga.
«Saranno almeno venticinque anni che non vengo qui.»
«Perché non me l’hai detto subito?» gli domando.
Ora sono io che guardo verso il mare, mi sto scottando penso, mi sto scottando al sole sotto queste parole.
Con la coda dell’occhio noto che si gira verso di me, l’espressione accigliata. Non lo guardo, cerco il moto dell’acqua per placare questa sensazione di rottura.
«Non ci ho pensato» mi dice sospirando, «mi è venuto solo da portarti qui».
Mi domando se lui senta la stessa distanza che percepisco io. Mi distendo sul telo, lascio che il silenzio prenda posto tra noi due.
«Vado a farmi un bagno, vieni?» mi chiede alzandosi.
Gli dico che forse mangio qualcosa, lo farò più tardi. Si allontana, lo guardo tuffarsi in acqua, infrangerne il rilievo con le sue braccia tornite. Mi chiedo se qua intorno ci sia un posto isolato, qualcosa di ombroso sotto cui prendere respiro. Il sole non da tregua, sono nuovamente asciutta. Prendo il mio panino, Federico sta ancora nuotando. Vado verso il bagnasciuga per farmi vedere, aspetto che ritorni indietro. M’immergo fino alle ginocchia e quando si volta verso la spiaggia gli faccio segno che vado a far due passi, dieci minuti, gli dico gesticolando. Lui alza il pollice, penso abbia capito, mi volto e torno all’asciugamano. Nella borsa ho un pareo vecchissimo, non lo metto da anni, ha quei colori sgargianti che non mi piacciono più. Lo arrotolo intorno al corpo chiudendolo dietro al collo, mi infilo i sandali e mi avvio verso l’accesso della spiaggia. Il sentiero aveva un paio di biforcazioni, può darsi che qualcuna mi sia utile, penso mentre m’inerpico tra i cespugli secchi. Dopo un po’ scorgo i cartelli che avevamo visto all’arrivo, uno è molto sbiadito, non riesco a leggere cosa dica ma decido di provare a seguire quella direzione, una strada sterrata che costeggia la spiaggia dall’alto. Qui il vento si fa sentire di nuovo, scrolla le fronde dei pochi alberi che ci sono, alti e rachitici, una selva di arbusti e fogliame verdastro asciugato dal giorno. Forse devo tornare indietro, mi dico, qui non si arriva da nessuna parte. In lontananza il rumore del mare si è fatto più lieve, sto continuando a salire, seguo l’alternanza di ombra e luce che smorza il calore del pomeriggio. Torno indietro, penso, ma proprio mentre sto per voltarmi la strada si allarga ad uno spiazzo alberato, con un paio di panchine rivolte verso il mare. Poco più in la scorgo un camioncino che vende gelati e bibite fresche, ha tre tavolini sotto a dei traballanti ombrelloni blu, in uno c’è un anziano abbronzato che legge il giornale bevendo caffè. E’ a torso nudo, i capelli bianchi radi e la pancia abbronzata, gonfia come un pallone. Non pare esser disturbato dalle sferzate del vento, non alza nemmeno lo sguardo quando mi avvicino. Gli chiedo se è lui il proprietario del furgone e se posso avere un po’ d’acqua. Solleva il viso scabro verso di me, scoprendo due occhi piccoli, di un azzurro slavato.
«Si sono io, venga che le do una bottiglietta.»
Mentre pago gli domando come mai non ci sia nessuno in questo posto così bello, la vista si apre su tutta la Baia, ma da sotto non si vedeva nulla e a stento riesco a scorgere la spiaggia. Accenna un sorriso malinconico e torna verso il suo tavolo.
«Questo è un posto meraviglioso signorina, vedesse che tramonti da qui, uno spettacolo della natura, ma a quest’ora fa troppo caldo, la gente arriva verso le sei.»
«Quindi lei sta qui e aspetta la sera?»
«Sto qui dall’alba al tramonto. Sono in pensione, cosa crede, non ho più nulla da dare adesso, sostituisco mio nipote quando non può lavorare. Il camioncino è suo, ma sa quanto amo questo posto. Ci è mai stata di notte?»
Gli dico di no mentre butto giù un paio di sorsi d’acqua.
Sgrana gli occhi stupefatto, poi scosta il giornale.
«Deve venire a fare il bagno di notte qui» mi dice, «è una cosa indimenticabile. Da ragazzino ci venivo spesso, ci facevamo delle nuotate che non le dico».
Ride divertito, e ho come l’impressione che non stia nemmeno rivolgendosi a me, ma che stia interpellando i suoi ricordi, del tutto indipendenti dalla mia presenza. Mi racconta che di notte la Baia sembra un quadro, che ci sono dei cieli stellati straordinari.
«Ci viene tanta gente?»
«Non più, gli abitanti sono quasi tutti anziani e i turisti sono scoraggiati dal sentiero, di notte qui non c’è mezza luce, nemmeno un lampione. Ma deve farlo prima o poi, deve provare a nuotare verso la luna.»
Mi volto verso l’orizzonte immerso nel turbinio folle del vento, provo ad immaginare come possa essere nuotare verso la luna, ora che ogni cosa è invasa da questa luce assoluta.
Lo ringrazio, e mentre lui riprende a leggere il suo quotidiano spiegazzato mi avvicino alla panchina, cominciando a mangiare il panino. Scorgo appena la spiaggia, solo un piccolo tratto, ma so che sotto di me si snoda tutta la Baia, e Federico chissà dove si trova ora. E se finisse qui, mi dico, se ci lasciassimo adesso cosa succederebbe, dove andremmo a finire. E se continuassimo a stare insieme, invece, con i treni in ritardo e i fine settimana programmati con anticipo, dovremmo sistemare tutto? Sistemarci per davvero, nella stessa casa, con lo stesso letto ogni sera, costruendo le consuetudini che ci irrigidiscono come una corteccia secolare.
Provo ad attenuare il flusso di riflessioni, voglio stare qui con la testa, rimanere ferma in silenzio, sull’unica panchina dritta sul mare. Finisco di mangiare, e quando mi volto il signore è sempre li, chino sul giornale. Ogni tanto si passa un fazzoletto sul viso per asciugarsi la fronte imperlata di sudore. Mi avvicino per salutarlo, lui già ha capito che me ne sto andando, alza lo sguardo verso di me.
«Prenda coraggio e si butti.»
Non so cosa rispondere, così gli porgo la mano e ci presentiamo, appena prima di salutarci.
«Stia bene» aggiunge mentre mi allontano.
Quando ritorno in spiaggia ho perso la cognizione del tempo, Federico sta dormendo a pancia in giù, le spalle scottate dal sole. Guardo il cellulare, sono stata via poco più di un’ora. Faccio un altro bagno, volgo la schiena all’orizzonte osservando un paio di bagnanti che hanno iniziato a lanciarsi una palla, sono immersi fino ai fianchi e continuano a buttarsi in acqua. Mi lascio andare sott’acqua per qualche secondo, stringo gli occhi e vedo il cielo stellato sopra la baia, il fondale che sprofonda nell’oscurità.
Perché non mi ha detto che valore aveva per lui tornare qui? Perché c’è questa distanza incolmabile ormai?
Quando riemergo respiro forte, un po’ d’acqua mi è andata di traverso. Torno a riva, e strizzo i capelli sopra la schiena di Federico, che si sveglia voltandosi improvvisamente.
«Ehi sei tornata» mi dice stropicciandosi la faccia segnata dalle pieghe del telo, «dove sei stata?»
Mi siedo sull’asciugamano con le ginocchia al petto.
«Ho fatto due passi qui sopra, non è male, c’è un panorama bellissimo.»
Lui si gira verso i faraglioni per scorgere qualcosa, poi mi guarda perplesso.
«Qui sopra dove?»
Punto il dito verso le rocce, non so bene dove sia quel luogo, da qui a stento si scorgono un paio di alberi.
«La sopra c’è una piazzetta sterrata con delle panchine sul mare, ho mangiato li, avevo bisogno di un po’ d’ombra.
Federico indossa gli occhiali da sole, poi distende le gambe appoggiandosi sui gomiti.
«Non sapevo ci fosse un punto panoramico, non è nemmeno indicato.»
Scruta la baia oltre le lenti scure, poi si passa una mano sui capelli. Mi avvicino per baciarlo, mi piace sentire la sua pelle asciugata dal sale, il calore eccitante delle nostre labbra.
Aspettiamo il tramonto. La spiaggia si svuota lentamente, ora la sabbia si è raffreddata, sembra un morbido tappeto cedevole. Mi torna in mente il signore col giornale, – ha ragione, – penso- è veramente uno spettacolo qui, non ho mai visto un tramonto più bello.
Sul lungomare si riversano piccoli gruppi di bagnanti, corrono tutti a casa, negli alberghi, nei campeggi. Il vento è calato, c’è una brezza tiepida e in giro si respira una sottile aria di festa, quel velo di vivacità estiva che si attacca ai locali illuminati, alle finestre aperte sulle vie, alle ultime corse dei bambini in riva al mare.
Rientrando a casa diamo un’occhiata ai ristoranti del centro storico, ci teniamo per mano di nuovo, non ci lasciamo sfuggire a vicenda. Facciamo una doccia insieme, lui fa scorrere la mano fino all’inguine, ma faccio finta di niente, non ho voglia di fare l’amore.
Quando scendiamo per la cena decidiamo di provare una trattoria di pesce non distante dalla piazzetta principale, ha una dozzina di tavolini fuori, su cui sono posate delle candele bianche. Il cameriere arriva puntuale, ci fa accomodare illustrandoci il menu. Intorno a noi cominciano a riempirsi gli ultimi tavoli, ormai la luce è calata del tutto, si sono accese lunghe file di lampioni che incorniciano le vie principali. Ceniamo con calma, ogni tanto do uno sguardo al cielo, penso al signore col giornale, alla sua pancia dilatata.
Non parliamo molto, siamo stravolti dal sole. «Hai la testa da un’altra parte» mi dice, gli rispondo che sono solo stanca, che stanotte spero di recuperare la settimana infernale appena trascorsa.
Dopo cena facciamo un giro nei dintorni, aspettiamo la mezzanotte per guardare i fuochi d’artificio liberarsi nel cielo. La gente si affaccia dai terrazzi, si stende in spiaggia, si prende la mano con i volti all’insù. Cinque minuti di boati feriscono l’aria della sera, poi gli occhi tornano a ritirarsi dai terrazzi, le mani si disfano, si raccolgono gli asciugami. Torniamo al nostro piccolo albergo, i proprietari sono rientrati da poco, in ingresso c’è la tavola della colazione già pronta e dalle finestre aperte arriva una frescura umida. Guardo la luna piena dal balcone, alta, nobile, si erge elegante sopra lo specchio d’acqua. Mi stendo a letto, allungo le gambe tra le lenzuola morbide. Nuotare verso la luna finché non la raggiungo.
Mi sveglio nel cuore della notte, sono le due passate. C’è un silenzio totale, si riesce quasi a sentire il mare che si distende a riva. Mi giro, Federico dorme, il cuscino sopra al viso. La finestra è aperta sul cielo notturno, mi alzo di nuovo, torno a guardare la notte. E se ci andassi adesso, penso. Cammino in punta di piedi verso la valigia, sfilo il costume di ricambio, riesco ad intravedere l’abito della cena poggiato sulla sedia. Lo sto facendo sul serio, – penso mentre faccio scorrere il vestito fino ai piedi – lo posso fare se voglio. Raccolgo le chiavi nella borsa, in cui metto il telo da mare e il cellulare, non mi serve altro, – mi dico- cosa vuoi che serva per nuotare. Esco in punta di piedi dalla stanza, chiudendo con cautela la porta. Raggiungo l’ingresso, e quando mi lascio alle spalle il portone del palazzo, ascolto il senso di libertà pervadermi, la sensazione di consapevole disorientamento. Non so per quanto cammino, vado dritta e faccio tutto il lungomare, seguo gli stessi passi del mattino. Adesso cambio idea, penso, torno indietro. E invece non mi volto, anzi, aumento il passo, mi sembra di bruciare la strada e quando finalmente si divide, vengo inghiottita dal buio. Accendo la torcia del cellulare, rischio di inciampare in ogni cespuglio, così rallento, cerco di non pensare che sono da sola, uso tutta l’adrenalina che ho in corpo per frenare i passi incerti, scegliere con cura la direzione. Poi d’un tratto lo vedo, il globo lunare che illumina la superficie dell’acqua, tutta la baia nei miei occhi. Continuo il sali scendi terroso, e quando giungo in spiaggia ci sono solo io.
Mi sfilo il vestito, abbandonandolo sulla sabbia, comincio a correre e sento le lacrime rigarmi il viso, le mani di Federico che mi cercano invano, gli occhi acquosi del signore col giornale. Corro finché non sento l’acqua nera bagnarmi le ginocchia, quando ansimante m’immergo fino al collo, ed è un attimo che sto nuotando verso la luna.

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Bianca Bertazzi

Bianca nasce a Genova nel 1987. Si laurea in Culture e tecniche della Moda, prende altre strade, molte dentro di sé e un paio all'estero, ma alla fine tutte convergono sulla scrittura. Oggi lavora come segretaria in una clinica piena di anziani, inesauribile fonte di ispirazione. Il resto del tempo lo passa a progettare grandi romanzi, leggere quelli degli altri e inventarsi lavori nuovi. Sul primo e ultimo punto c'è ancora molto da fare.