Il ragno

Tre cose non sopportava di sua moglie: come gli trovasse sempre qualcosa da fare quando si stendeva sul divano a guardare il ciclismo, il bordo dei mutandoni che spuntava dai jeans quando si piegava, il neo che le era cresciuto vicino al seno e che con gli anni non smetteva di ingrandirsi.
All’inizio era un puntino piccolo, quando sua moglie metteva le camicette scollate gli occhi degli uomini si posavano a guardarlo. Era sistemato proprio là dove il petto cominciava a dividersi diventando più morbido, nel taglio tra i seni bianchi. Anche Edoardo l’aveva fissato a lungo quando sua moglie non era ancora sua moglie, ma soltanto Alice. Gli sembrava una briciola e aveva avuto voglia di levarla, premendoci sopra l’indice come faceva da bambino quando infilava le monete dentro la fessura del salvadanaio.
Quando si erano fidanzati le aveva regalato una catenina con un brillante sfacciato, così la gente guardava la pietra invece che esser rapita da ciò che era diventato suo e suo soltanto. Prima di essere sua moglie Alice era stata la sua fidanzata, uscivano tutte le sere, sceglievano un bar e stavano a baciarsi quando i camerieri badavano alle spine. Poi un giorno il padre di Alice le aveva comprato un appartamento, un attico grazioso di settanta metri quadri. Avevano portato un frigo, l’avevano riempito con la loro prima spesa (soprattutto affettati e budini al cioccolato) e avevano cominciato a convivere.

Dopo il loro primo figlio Alice era diventata astemia. Quando uscivano per l’aperitivo – e capitava sempre meno per via del bambino e del sonno e del lavoro e della comodità del divano – sua moglie ordinava una coca così da rimanere vigile ad ogni battuta di suo marito, che faceva sbellicare tutti tranne lei. Quello che le importava era di stare seduta, teneva le gambe accavallate e la schiena diritta, guardava le borse delle ragazze e l’orologio appeso sopra la macchina per l’espresso: alle nove meno cinque beveva il ghiaccio sciolto sul fondo del bicchiere, tirava fuori il portafogli e pagava il conto anche a quelli che erano con loro. Nessuno provava a chiederle di rimanere ancora, la generosità di Alice era un’arma che ammansiva la gente. Spendeva il denaro volentieri per conquistarsi il diritto di andarsene senza repliche. Edoardo guidava anche se era ubriaco, così per tornare a casa ci mettevano il doppio del tempo. Percorrevano tutte le vie secondarie piene di dossi e di buche, la carne di Alice subiva le incertezze della strada, tremando leggermente là dove la gravidanza aveva tolto la giovinezza, lasciando un vuoto.

Casa loro era al quarto piano di una palazzina appena tinteggiata. In ascensore Alice si schiacciava i punti neri, perché c’era una luce chiara che li rendeva più evidenti. Suo marito non ci faceva caso, di solito aveva voglia di pisciare e non riusciva a badare al resto. Salivano in silenzio, si sentiva il rumore delle funi che trascinavano la cabina verso l’alto. Sul pianerottolo Alice tirava fuori le chiavi e le dava a Edoardo che faticava a infilarle nella toppa ma cercava di non darlo a vedere, perché sapeva che sua moglie misurava quanto ancora fosse sobrio dalla velocità con cui faceva schioccare la serratura.
Cos’hai lì?
C’era stata una sera in cui lui aveva bevuto troppo, che gli era parso di vedere un ragno dentro la scollatura di sua moglie, di quelli col corpo gonfio e le zampe scure.
Lì dove?!? era sbottata Alice.
Lui aveva sorvolato i seni col naso, lei se li era coperti subito chiudendo la giacca. Mi era parso di vedere un insetto, le aveva risposto alzando le spalle. Lei gli era andata più vicino e aveva cominciato a pulirsi i piedi sullo zerbino. Non apri? Gli aveva chiesto. Edoardo ci aveva provato e riprovato, ma non riusciva a centrare la toppa, così si era scansato e aveva lasciato fare a sua moglie, che quando era entrata in casa aveva desiderato un letto singolo e invece, prima di spegnere la luce, aveva dovuto aspettare che suo marito riuscisse ad abbottonarsi il pigiama: quando arrivava all’ultimo bottone si accorgeva che un’asola rimaneva vuota e doveva cominciare tutto da capo.

Il ragno non si era più fatto vedere fino alla comunione della loro nipotina. Edoardo e Alice erano andati in chiesa di controvoglia, le loro scarpe eleganti erano di sicuro le più scomode. Nelle prime file i bambini spiavano sotto le tuniche per mostrarsi i vestiti nuovi che i loro genitori avevano comprato per festeggiarli. Durante il catechismo avevano imparato quando scattare in piedi e quando rilassarsi, così da lontano la loro obbedienza veniva scambiata per devozione. Edoardo e Alice invece si alzavano e si abbassavano impacciati, copiando i movimenti dei loro vicini: si erano sposati in comune e solo perché i loro genitori si erano offerti di pagare il catering.
Al ristorante i posti erano già stati assegnati, c’era una bomboniera di tulle accanto ad ogni bicchiere e un bigliettino con il nome scritto in bella calligrafia. Edoardo si era ritrovato vicino a sua zia, una vecchia senza gengive che parlava di tumori e di quando c’era la guerra. Aveva gli occhi torbidi, e siccome non ce la faceva proprio capire quale fosse la sua sedia aveva preso il posto di Alice, tanto lei stava bene dappertutto. Da lontano Edoardo guardava sua moglie distribuire abbracci, mostrava loro figlio dormire nel passeggino, diceva che era proprio un tesorino – parlava in –ino da quando era diventata madre – abbassa un pochino, ma quanto sei stupidino, puoi guidare più pianino? Edoardo si era fatto versare il prosecco e aveva buttato giù il primo bicchiere come dovesse spegnerci un incendio.

I tedeschi avevano mangiato tutte le loro galline così avevano dovuto tirare avanti a cavoli e patate fino a quando gli americani avevano sistemato le cose. Edoardo annuiva guardando il piatto che aveva una tacca opaca vicino al bordo, l’aveva cancellata con il dito. Sua zia parlava masticando, così le parole facevano rumore di saliva. Gli dava su i nervi. Ogni tanto alzava gli occhi verso suo cognato e la sua nuova compagna, che aveva un anello diverso per ogni dito: nessuno provava a interromperli per paura di accollarsi la vecchia. Nemmeno Alice era più venuta a salutarlo, stava a ridere toccandosi i capelli. Brutti capelli, lui lo sapeva. Li teneva in ordine soltanto quando dovevano uscire, in casa li ammassava in cima alla testa fissandoli con una pinza arancione. Gli ricordavano le barbe di granoturco. Ogni venerdì Alice spappolava un avocando in una terrina e lo mescolava a due cucchiai di aceto fino a quando non si formava una poltiglia verdognola, con quella si impiastricciava la testa, poi se l’avvolgeva con la pellicola e cucinava la cena. Alice diceva che i capelli sarebbero diventati più brillanti, ma a Edoardo non pareva proprio, puzzava come un’insalatiera e i capelli erano la solita stoppa.
Aveva bevuto un altro paio di calici e visto che sua zia gli aveva domandato se sapesse chi erano i Ballila, altri due.
Edoardo se lo ricordava bene quando aveva cominciato a scoprire certi particolari di sua moglie, che quando non era sua moglie mica se li immaginava. In bagno si metteva col viso vicina allo specchio e strappava i peli che le crescevano vicino agli angoli della bocca. Erano neri e robusti. Li lasciava cadere sul lavandino e se ne andava, toccava a lui fare finta di niente e cancellare tutto lavandosi le mani. Glielo aveva chiesto gentilmente, che almeno togliesse le mutande dal filo sul balcone, le vedeva la gente dalla strada, e non erano mica gentili, erano mutandoni da quattro soldi per sederi larghi, ma questo l’aveva solo pensato.

Il ragno aveva fatto capolino quando Alice si era tesa verso il cesto del pane e il giacchino invece di seguire il gesto si era raggrinzito sulla spalla, aprendosi sul davanti. Edoardo era rimasto immobile, qualcuno aveva spalancato la finestra che dava sul cortile e una folata aveva smosso i fiori dentro i centrotavola, staccando quei petali che erano già sul punto di cadere. Sua moglie aveva spostato la carrozzina dalla corrente d’aria, poi aveva sfilato i talloni dalle scarpe. Il ragno se ne stava comodo tra i seni, a salutare il fresco agitando le zampe. Edoardo era trasalito pensando a tutta quella gente che poteva scoprire il brutto di sua moglie.
Lo vedi anche tu? Aveva chiesto a suo cognato.
Che cosa? Gli aveva risposto.
Il ragno sulle tette di tua sorella.
Non mi pare.
Dici che non c’è?
Dico che non mi pare.
Suo cognato aveva preso una sigaretta e era uscito in giardino. Edoardo aveva provato a seguirlo, ma una vertigine l’aveva costretto a movimenti cauti. Alice l’aveva guardato barcollare fino al bagno, era entrato in quello delle donne e non se n’era nemmeno accorto. Si era sciacquato il viso con l’acqua tiepida, poi ne aveva bevuta una sorsata per smacchiare la lingua, che a furia di merlot era diventata color prugna.
L’ho visto di nuovo, aveva detto a sua moglie appena saliti in macchina. Alice guidava a scatti perché non era abituata, i braccialetti che aveva sul polso tintinnavano ad ogni cambio ed erano l’unica cosa allegra che riempisse l’abitacolo.

Avevano cercato di far finta di niente. Erano saliti su per le scale perché l’ascensore era occupato, Alice aveva aperto la porta d’ingresso per non guardare suo marito ciondolare davanti alla serratura. Lui l’aveva lasciata fare. Si erano levati le scarpe, poi la giacca, poi Edoardo aveva visto il ragno e il ragno aveva visto lui.
Giuro che ti ammazzo, aveva detto.
Non mi stupirebbe, aveva risposto sua moglie.
Poi loro figlio aveva cominciato a frignare.

Invece di spogliarsi tutta e di farsi indicare dove suo marito vedesse l’insetto Alice si era coperta. Aveva indossato una maglietta larga, e sopra la maglietta aveva annodato un foulard che le stringesse il collo, così il viso sembrava incassato nel busto. Edoardo l’aveva guardata muoversi su e giù per le stanze con il loro bambino, prima l’aveva messo sul seggiolone e gli aveva dato la minestra – si vedeva che era nervosa, gli infilava il cucchiaino in bocca senza trasformarlo in treno – poi l’aveva lavato, cambiato e fatto addormentare. Edoardo l’aveva aspettata sul divano senza muoversi, cercava di decifrare i segni di sporco sul muro, ce n’erano tanti e nessuno uguale all’altro. Da quant’era che non tinteggiavano il salotto? Tre anni, forse quattro. Avrebbe potuto sbrigare il lavoro una domenica mattina, ma gli era preso un prurito dietro il gomito che il pensiero non l’aveva minimamente sfiorato. La sua preoccupazione era capire che cosa l’avesse punto, visto che non era ancora il tempo delle zanzare e un fastidio così non l’aveva mai sentito.
Smettila di grattarti, gli aveva ordinato sua moglie, adesso parliamo. Era senza trucco e gli occhi sembravano più piccoli.
Siediti qui.
Non c’è nessun ragno.
Sì che c’è.
No, lo vedi solo tu quando sei ubriaco. C’era un neo. Ma l’ho fatto levare. L’ho tolto quando hai borbottato che pareva un insetto, c’ero rimasta male. Perché bevi così tanto?
Non mi pare proprio.
Al ristorante non riuscivi a camminare.
Era tutta quella gente, lo sai che troppa gente mi fa girare la testa.
Ti piaccio ancora?
Certo.
E allora perché non mi tocchi?
Perché i ragni mi fanno schifo.
Credo che tu debba curarti.
E l’aveva creduto anche lui. Alice si era tolta la maglietta ed era rimasta col foulard sul collo e i seni scoperti. C’era una cicatrice rotonda, simile a una bruciatura di sigaretta proprio all’inizio del solco che li separava. Edoardo l’aveva osservata sorpreso, le aveva guardato le spalle spioventi e l’ombelico piegato all’ingiù, colato dentro la carne. Alice respirava lentamente, il bordo dei mutandoni si tendeva a intermittenza.
È perché sono invecchiata? Gli aveva chiesto. Sei invecchiato anche tu. Ma succede così e basta, non bisogna farci caso.
Edoardo si era tastato il gomito con le dita. Poi era andato vicino a sua moglie, l’aveva abbracciata come abbracciava sua madre.
Domani vado dal medico. Gli dico che voglio smetterla di bere.
Alice aveva sospirato e si era rivestita. Lui aveva acceso la televisione, lei gli aveva portato l’aspirapolvere.

In sala d’aspetto c’era solo una signora che quando tossiva si copriva la bocca con un fazzoletto di stoffa. Edoardo stava dentro l’ambulatorio, aveva raccontato al medico la storia del vino e della sua crisi giocherellando con un elastico per capelli, se lo passava tra le dita e lo faceva allungare. Gli aveva detto di come il bambino gli avesse portato via sua moglie, del ciclismo – non saliva su una bici da almeno quattro anni – di quel senso di gioia che lo prendeva quando beveva l’aperitivo e non si ricordava più di avere una famiglia. Si era sentito in colpa all’inizio, ma poi a svuotare i pensieri addosso a qualcuno ci aveva preso gusto.
Non sono mica fatto per stare in casa tutta la vita, lo sa, mi piacevano i viaggi e anche le donne magre.
Il dottore annuiva, c’era odore di lattice. Credo che un consulto da uno psicologo potrebbe farle bene, gli aveva risposto, c’è altro?
Edoardo si era dispiaciuto ad aver finito tanto presto, così si era tolto la giacca e aveva scoperto il braccio.
Sono due giorni che non smette di prudermi, potrebbe darci un’occhiata? Aveva usato un tono di voce distratto, in modo che non sembrasse una scusa per rimanere.
Il medico aveva guardato il ponfo da dietro una lente rotonda. Ci aveva messo la stessa cura di Alice quando si toglieva le sopracciglia.
Non c’è mica da allarmarsi, aveva detto lasciando che Edoardo si risistemasse la camicia, faticava a riabbottonarsi il polsino con la mano sinistra, così si era infilato la giacca anche se fuori cominciava a fare caldo. Intanto il medico si era tolto i guanti, scriveva al computer parlando direttamente allo schermo.
Se non le sale la febbre entro sta notte, domani non mi telefoni nemmeno. È solo il morso di un ragno, una cosa da niente.

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