Codice sconosciuto

by Federica Bordin

Effemeridi è la nuova rivista di inutile con la quale tenteremo di costruire, un pezzo dopo l’altro, un atlante dei primi anni 2000. In questa pagina ci sono tutte le informazioni pratiche per abbonarsi e i nomi di alcuni degli autori che ci hanno aiutato nell’impresa. Abbiamo pensato di farvi leggere un assaggio di quello che sarà Effemeridi, in modo che possiate capire se meritiamo la vostra fiducia: Codice sconosciuto è il numero zero, scritto da Federica Bordin. Potete anche scaricarlo, da questo link.

Se intavolare un discorso su Haneke con familiari, amici e conoscenti è ormai scientificamente provato essere la morte di ogni tipo di serata, o quantomeno la causa di uno di quei silenzi pesanti con gli occhi al fondo del bicchiere, figurarsi con che animo decido di parlarne nel numero zero di Effemeridi.
Il fatto è che Haneke spiega l’uomo all’uomo in un modo che non chiede pareri o particolari riflessioni: a guardarli bene, i suoi film sono molto semplici nel messaggio che vogliono mandare. Proprio per questo motivo arrivano allo stomaco così velocemente che manco ti rendi conto di cosa ti abbia colpito; hai solo un dolore sordo al petto e una gran voglia di stare in silenzio per un po’.

Storie, uscito nell’autunno del 2000, aveva addosso il bagaglio giusto un po’ pesante di successore del polarizzante Funny Games, il suo film più famoso e dal messaggio così importante per Haneke da averlo spinto a girarne, nel 2007, un remake scena per scena, per il pubblico americano. Quindi Storie, narrativamente, va nella direzione opposta: assistiamo alle vicende di una manciata di personaggi le cui vite si sfiorano, tra Francia e Romania, in un intreccio che pare non abbia particolare significato se non quello della coincidenza.
La narrazione non è precisa nello svolgersi di una trama, che si sviluppa e muore nel microcosmo di ogni scena, tanto che in molti casi è difficile davvero dire anche solo che l’ordine cronologico sia rispettato. Del resto, una prima – e forse unica – soluzione si può trovare nel titolo originale del film, che, se non fosse stato pigramente tradotto Storie, sarebbe Codice Sconosciuto: racconto incompleto di diversi viaggi; titolo che mette subito in chiaro la cornice al cui interno Haneke lavora, quella dell’incompletezza e della frammentazione in un contesto temporale la cui definizione non è data, ma dev’essere decisa dallo spettatore.
Per accentuare tutto questo, a livello stilistico Haneke porta la sua famosa rigidità di visione all’estremo – una cinquantina di scene, tutti piani sequenza, con tagli a nero inaspettati – tanto che a volte sembra quasi di guardare un documentario. La potenza delle singole scene sta quindi nella nudità del modo in cui sono presentate, senza colonna sonora o inquadrature particolari, che ci costringe a prenderci la responsabilità di decidere cosa pensare di quello che sta accadendo, quali punti considerare più importanti o significativi di altri, o anche semplicemente buttare tutto nel cestino a fine visione.
Ecco il motivo per cui, nonostante il gelo che Haneke deposita nei cuori di chi vede i suoi film e in quelli dei malcapitati che decidono di leggerne delle analisi ragionate, non potevo lasciarmi scappare questa occasione.
Il concetto che mette in campo con Storie è di una semplicità spiazzante: decidi tu che valore dare alla tua vita e a quella degli altri, perché di base siamo semplicemente animali che vivono in un universo dettato dai parametri di causa/effetto, che ci precedono e ci sopravviveranno.
È un modo di concepire il tempo che allo stesso tempo annulla e amplifica al massimo l’importanza di ogni avvenimento, che sia concepito come ingranaggio o come goccia nell’oceano.

L’idea che sta alla base di Effemeridi non si discosta di troppo: analizzare dei momenti cercando di considerarli, allo stesso tempo, in quanto tali ma anche inseriti nella mappa temporale iniziata 16 anni fa, senza montaggi spettacolari o inquadrature d’effetto, senza quel mantello nostalgico, pesante e polveroso, con cui ormai la maggior parte dei prodotti culturali precedenti agli ultimi 20 anni è consegnata alla massa, la cui parte più reattiva alle volte, paradossalmente, è quella che le scopre per la prima volta.
Certo, l’oggettività quasi scientifica che, personalmente, tanto invidio a Michael Haneke è probabilmente difficile da riprodurre, del resto gli anni trattati sono ormai passati da un pezzo, ma è l’idea di base che ci sta a cuore, la possibilità di raccontare un prodotto culturale, ma senza soffocarlo sotto il peso delle opinioni.
In questo modo, non ci sono giochi di specchi attraverso i quali nascondersi: solo la verità del tempo in cui viviamo, non spiegata e analizzata nella sua completezza e complessità, ma vista nei suoi momenti e consegnata a chi vorrà leggerla, assieme alla responsabilità di farlo nel modo che preferisce.
Anche se, magari, con un po’ più simpatia e calore di Michael Haneke.

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Federica Bordin