Vapori di sodio

La nebbia che inghiotte la TEDA è qualcosa che nessuno dovrebbe vedere. Qualcosa che ti rende impotente. Qualcosa che annulla la differenza tra un giorno e un altro.
Ester Zanchi lo disse una mattina, sull’enorme terrazza dell’ultimo piano dell’edificio centrale, le piccole braci delle nostre sigarette producevano un fumo invisibile.
In centro città ora c’è il sole, tengo monitorato il meteo. Dieci anni, quanti giorni sono? 3650 a tre fermate di metropolitana, ma qui non so contarli. Un insieme che contiene nulla, un insieme vuoto. Disse ancora.

Il limite della messa a fuoco era il parapetto della terrazza, aldilà del quale persisteva una cecità bianca, sporcata dalla luce gialla dei neon che filtravano dalle finestre degli uffici delle due torri laterali.
Una regione dello spazio viene chiamata un vuoto se non contiene materia, ma può contenere campi fisici. Disse infine, poi si avvicinò al parapetto, lanciò il mozzicone acceso nella nebbia e guardò scomparire la piccola parabola incandescente.
La zona dove è stata costruita la sede della TEDA è al limite sud della città, per un qualche fenomeno atmosferico da ottobre a marzo è coperta da una fitta nebbia da umidificazione, fenomeno del tutto estraneo agli altri quartieri. Uno spettro di acciaio e cemento armato.
Conobbi Ester Zanchi quella mattina, era stata spostata nel mio ufficio, dove lavoravo da circa un anno. Fui scelta per affiancarla, pensai fosse un riconoscimento per il mio lavoro.
La prima cosa che mi chiese fu se fossi una fumatrice, le risposi che lo ero.
Disse: stupendo.
Poi seguii Ester Zanchi in terrazza e capii che a me il vuoto non faceva paura.

Ester Zanchi parlava di continuo. Parlava febbrilmente. Parlava come se non ci trovassimo negli uffici di una multinazionale. Parlava senza alcun riguardo per me, descriveva particolari troppo intimi e citava nomi, come se fossi stata a conoscenza di tutti i fatti e le persone della sua vita. I suoi aneddoti sciocchi affluivano incontrollati, raccontava con urgenza come per ricordare a se stessa chi fosse.
C’era “Maurizio”, c’era “Chiara”, c’era “il Dottor Rossi”.
Ogni luogo era “meraviglioso”, “stupendo”, a volte “poetico”.
C’erano le case in affitto sulla spiaggia inondate di luce, che Maurizio era un genio a scovare.
C’era la villa Liberty poco fuori da Londra della suocera di Chiara.
C’era la tenda nel Sahara in cui aveva dormito con il Dott. Rossi e non si era mai persa un’alba.
C’era il tappeto aubusson, che Maurizio le aveva portato da Parigi, nella villa di Via delle Mimose.
C’erano troppi affetti.
Gli occhi arrabbiati di Chiara alla sua festa di laurea perché un compagno di università aveva cercato di baciare Ester.
I regali di Maurizio da ogni città del mondo, perché si sentiva in colpa a lasciarla sempre sola.
I viaggi con il Dott. Rossi, che aveva seguito Maurizio fino al terribile giorno della sua morte.
C’erano troppi pensieri contraddittori.
Ogni mattina troncavo il fluire liquido dei suoi ricordi e cominciavo a spiegarle come usare il software. Ester Zanchi riemergeva dalla consistente scissione che la separava dalla realtà. Attenta, scriveva appunti ordinati e riusciva con facilità straordinaria a prevedere risultati esatti, prima che il programma stesso finisse di elaborarli. Poi però girava lo sguardo verso la parete di vetro, un’immensa finestra che percorreva due lati del nostro open space. Se non fosse stato per il riverbero della luce sulle superfici trasparenti, non si sarebbero distinte dalle altre due in muratura e dipinte di bianco. Ester Zanchi afferrava il pacchetto di sigarette, s’infilava la pelliccia di visone, che Maurizio le aveva portato da Praga, e correva in terrazza a perdersi nella nebbia lattea e vischiosa.

Temevo avrebbe preso il mio posto. Poco dopo il nostro incontro sulla terrazza, l’azienda aveva chiuso le assunzioni e stava portando avanti una politica di riposizionamento delle risorse già inserite. Io avevo il contratto in scadenza, Esther Zanchi era assunta.
Inizia a odiare Ester Zanchi.
La compromissione delle sue capacità percettive.
L’intelligenza intermittente con cui risolveva equazioni complesse.
Il fisico asciutto, fasciato in vestiti firmati.
Le stanze vuote della villa di Via delle Mimose.
Ogni ricordo era “meraviglioso”, “stupendo”, “poetico”.
Il contratto alla TEDA era l’unico avvenimento degno di nota nella mia intera e giovane vita.
Incolpava la nebbia per la sua solitudine. La nebbia nascondeva il mondo da cui mi sentivo esclusa.
Una regione dello spazio viene chiamata un vuoto se non contiene materia. Io non volevo essere materia.

L’affiancamento si protrasse per un mese, poi fu libera di tornare alla mia routine. Il primo incarico che fu dato a Ester Zanchi c’entrava nulla con il lavoro che si svolgeva nell’ufficio: si sarebbe occupata del grande albero di Natale che la direzione, per il periodo natalizio, voleva allestire all’interno del parcheggio aziendale. Ne fui sollevata, forse non avrei perso il posto. Forse erano a conoscenza della sua inaffidabilità. Forse era stata parcheggiata nel mio ufficio, per giustificarne lo stipendio, per trovarle qualcosa da fare.
Forse.
Ester Zanchi smise di parlare di continuo, smise di parlare febbrilmente. Prese l’incarico come una missione, come qualcosa di personale. La sua scrivania era ingombra di fogli A3, dove progettava il suo albero di Natale. Disegni tecnici, fitti di formule fisiche. Non telefonava ai fornitori di decorazioni, ma chiedeva preventivi agli elettricisti. Non pensava al color scheme, ma faceva continui sopralluoghi alla centralina elettrica. Sembrava non fosse più sopraffatta dalla nebbia, la sorprendevo guardarla con sfida, studiarla come per sconfiggerla.
Sapevo cosa stava facendo, ma avrei dovuto aspettare il 15 dicembre per averne la conferma. Il 15 dicembre ebbi la conferma di molte cose.

La mattina del 15 dicembre, dalle vetrate dell’ufficio, cercai di assistere all’allestimento dell’albero di Natale di Ester Zanchi nel parcheggio aziendale. La nebbia lo impediva.
Alle 14.30 un’esplosione di luce giallo aranciata travolse le scrivanie della TEDA. Io, come tutti gli altri, mi alzai e andai verso la parete di vetro.
Ester Zanchi aveva dissipato la nebbia.
Un enorme abete carico di grosse lampade ai vapori di sodio illuminava il piazzale. Si potevano distinguere le silhouette delle persone affacciate alle vetrate delle torri laterali, le automobili parcheggiate, i cespugli di sempreverde nelle aiuole, la guardiola, più in là strada, la fermata della metropolitana, la ferrovia, la linea spezzata dei tetti della città. La luce arancione inibiva la percezione dei colori, tutto era uniforme nei toni di un giallo irreale.
Ester Zanchi fumava accanto alla sua creatura. Un messaggio luminoso per suoi fantasmi.
Per Maurizio che l’aveva lasciata vedova.
Per Chiara, con cui non parlava da anni.
Per il Dott. Rossi che un giorno smise di chiamarla.
Perché la venissero a prendere.
Perché riempissero un insieme che contiene nulla.
Un insieme vuoto.

Il pomeriggio del 15 dicembre, mi fu detto che il mio contratto non sarebbe stato rinnovato.

La sera stessa, il grande atrio della TEDA era ingombro di tavoli da catering per l’annuale festa di Natale. Torri di crostini, tartellette e pasticcini, flûte di champagne venivano distribuiti da camerieri che portavano ridicoli cappelli da Babbo Natale. Hits popolari filodiffuse coprivano il chiacchiericcio euforico.
Nell’atrio della TEDA tutti erano felici, rischiarati dall’ebbrezza arancione delle luci di Ester Zanchi.
Nell’atrio della TEDA io rubai una bottiglia di champagne e uscii nel silenzio del parcheggio.
Ester Zanchi era piccolissima accanto alla sua chimera fosforescente. Occhiaie scure le sfiguravano il bel viso, una sigaretta spenta pendeva dalle labbra inermi. Contemplava le luci, aspettando un evento “meraviglioso”, “stupendo”, “poetico”.
Percepì il mio sguardo, si girò verso di me. Le sue pupille tornarono vigili, avevo il dono di richiamarla alla realtà, di neutralizzare la sua scissione. Sorrise esausta, hai l’accendino?, gridò. La raggiunsi, glielo porsi.
Disse: stupendo.
Poi si strinse nella pelliccia e si accomiatò salutandomi con la mano, gli anelli tintinnarono nel fumo della sigaretta che stringeva tra le dita.
La fede.
Lo smeraldo che Maurizio le aveva portato dal Messico.
La veretta donatale per la nascita di Chiara.
Il rubino sintetico che il Dott. Rossi aveva nascosto dentro a un bignè alla crema.
La guardai raggiungere l’auto, mentre liberavo il tappo della bottiglia dalla sua gabbia di metallo. Quando mise in moto, agitai lo champagne con tutta la forza che i bicipiti mi permisero. Poi grattò la marcia e io sentii fremere il tappo nella mano. Percorse alcuni metri nella mia direzione, potevo vederla attraverso i finestrini, gli occhi sperduti nella fissità arancione, la sigaretta stretta tra le labbra, la cenere che cadendo si sbriciolava sul visone.
Lasciai andare il tappo, mentre il vino esplodeva e penetrava nelle fibre dei miei vestiti, uno strano senso di sollievo mi costrinse a sorridere.
Tanti auguri cara Ester! Tanti auguri a te e alla tua famiglia! Tanti auguri per la tua carriera!
Il punto di arrivo della gittata del tappo coincise con il parabrezza dell’auto di Ester Zanchi, la potenza dell’urto riecheggiò tra le lamiere delle macchine parcheggiate.
Ester Zanchi si spaventò, la sigaretta le cadde tra le gambe, mentre cercava di spegnerla, perse il controllo dell’auto.
Forse non ebbe un tempo di reazione sufficiente.
Forse pensò fosse uno dei suoi fantasmi.
Forse fu solo colpa mia.
Forse fu una sua libera decisione.
Forse.
Ester Zanchi andò a schiantarsi contro il basamento che sosteneva l’abete. Prima di cadere sull’auto in una nuvola di scintille, l’albero vacillò solo per pochi istanti.
Una regione dello spazio viene chiamata un vuoto se non contiene materia, ma può contenere campi fisici.
Una chimera mitologica, incarnazione di forze fisiche distruttrici.
Il cortocircuito, la nebbia.
Qualcosa che ti rende impotente.
Qualcosa che annulla la differenza tra un giorno e un altro.

Non andai ai funerali di Ester Zanchi.
Il contratto non mi fu prorogato.