Diluvio

Sandra sudava – aveva incubi per via della febbre – stesa faccia in giù sul sacco a pelo, mentre Quito le impomatava di nuovo il pollice ferito. Dopo averle avvolto la mano con il tessuto strappato di una maglietta, le rincalzò con cura la coperta sotto le spalle e si arrampicò fuori dalla botola per guardare attraverso l’oblò della cabina. Lo sportello di una macchina galleggiava lì accanto. Ogni flutto del mare vomitava benzina e detriti – tazze, gusci di granchio, un pallone da basket. Quando aveva tentato di pescare, aveva tirato su capelli e plastica, un piede umano una volta, un polipo mezzo andato un’altra. I pesci erano morti. C’erano solo loro due. E anche i gabbiani, però. Gabbiani ovunque. I gabbiani schifosi non mollavano. Strisciate verdi di merda d’uccello con ciuffi di piume incrostavano i finestrini della barca.

Settimane fa, quando la tempesta era iniziata, i meteorologi della TV erano rimasti speranzosi. Tracciavano immagini satellitari di banchi di nuvoloni, ma invocavano soli fumetto. D’altronde, era autunno, e la loro cittadina era una località piovosa vicina a colli pedemontani. Con gli ombrelli alzati bene in alto, rappresentanti, avvocati, imprenditrici e studenti marciavano per le strade in impermeabile. Sandra perse una scarpa nel fango di un parco giochi, quindi Quito le comprò degli stivali di gomma, che lei lasciò nell’armadio senza averli mai portati. Su consiglio di una commessa, aveva trovato degli stivali verdi con un paio di occhi di rana sulla punta. Quelli li metteva. Le piacevano gli occhi, e adorava il motto stampato sulla scatola, Splash! Autunno. Nonostante la pioggia battente, l’accompagnò in macchina al corso per gli allievi di prima media più capaci. Visitò il cantiere dove stava completando un condominio con la sua ditta edile. Più tardi quella sera, l’andò a prendere all’allenamento di basket e sciabordarono lungo la superstrada allagata fino alla fattoria. La casa si trovava lontana dalla città e, sebbene sorgesse su una collina, dal portico si vedevano solo un paio di fattorie confinanti. Il resto del panorama era composto da un mosaico disabitato di campi e burroni. Presto la pioggia cominciò a martellare su erba e fiori di campo fino a ridurli in fanghiglia. Alla televisione, la gente del posto diceva che la pioggia stava grattando via la vernice dai muri delle case, addirittura che feriva i loro animaletti. «Il nostro cagnolino Max, tesoro del mio cuore, è qui che sanguina sulle piastrelle della cucina, avrà un polmone collassato, chissà, ma il nostro furgone non va in moto, stiamo soffrendo tutti» disse un’anziana, scrollando acqua dal suo impermeabile.
Il distretto di Sandra chiuse le scuole. Fuori dalla finestra: pioggia scrosciante e terreno battuto che ormai era fango. Un orsetto zoppicò nel cortile, mugghiando per la fame, o forse perché era malato, allora Quito chiuse a chiave ogni porta. Preso dal panico, fece segno a Sandra che chiamasse la polizia – era muto – ma la loro linea aveva smesso di funzionare. Le case dei confinanti non si distinguevano dalle finestre zuppe. Sarebbe mai venuto qualcuno a cercarli? Magari i vicini non erano nemmeno più a casa, forse se n’erano andati. I programmi televisivi mostravano il lago dove Quito andava a pescare in barca il fine settimana ribollire sopra le paratie che avrebbero dovuto contenere l’acqua. Le telecamere inquadravano i moli distrutti delle cittadine costiere di bassa quota a diverse miglia dalla città, corpi ostruire i canali di scolo lungo i marciapiedi, alberi ripiegati su sé stessi, cavi della corrente elettrica spezzati, ponti abbattuti. Staccò la presa del televisore. Avevano ancora elettricità, chissà come. Si sedette sul divano. Si rese conto di essersi messo a pregare. Una volta era stato chierichetto, ma ora non ricordava più i nomi dei santi, perciò passo a Dio. Ti prego, pensava. Sono qui. Siamo quaggiù. Ci vedi? Quella notte, dopo che Sandrà fu andata a dormire, pianse sul divano fino a tardi. Si alzava per guardarsi nello specchio, per passarsi la mano sui piccoli ristagni di sangue dei capillari rotti sulle guance.
Si sfamavano di surgelati. Gli faceva piacere che lei si leccasse le dita. La sua energia nervosa lo spaventava di meno quando Sandra si limitava alle attività più semplici come mangiare. Sotto quella luce melmosa, le sue guance mandavano un riverbero. Eppure da quel rosa che per ora passava per il fiore della giovinezza, un giorno sarebbe potuto germogliare un eczema. Era genetico. Sua moglie aveva avuto un cassetto di creme al cortisone ottenibili solo previa ricetta medica. Nei suoi ultimi giorni, il suo corpo sviluppava tumori.
Presto sarebbe stata una settimana intera di tempesta ininterrotta. Una puzza metallica riempiva la casa. La pioggia martellava sul tetto. Sandra camminava avanti e indietro per il salotto e guardava fuori dai vetri inondati, tormentandosi i capelli. Diceva di annoiarsi. Lui non riusciva a guardarla in faccia. Non sapeva che dirle. Quello era compito della moglie. Sandra scappò nella sua stanza con il lettore DVD portatile e lui si sentì meglio. Dal suono, sembrava che stesse guardando Seinfeld. Da sotto la porta sentì un “Ciao, Newman.”
Quella notte qualcosa batté alla porta. Batté ancora, tre volte, era il pugno di qualcuno. Quando ebbe incrinato la porta, melma acquosa schizzò attraverso l’apertura, ma lui poté vedere lo scafo di una barchetta a motore ferma vicino alla porta e riconobbe il grido roco del fattore confinante, lo stesso delle loro uscite di pesca insieme: «Quito! Riesci a sentirmi?» Quito aprì la porta per infilarci il braccio e gesticolare frenetico, ma il riflusso lo costrinse ad accostare la porta fin quasi a chiuderla. «So che non puoi rispondermi, ma sono venuto a dirti che noi andiamo via da questa merda. E anche tu dovresti. Vieni a cercarci, penso che andr–.»
Ma Quito aveva chiuso la porta per non far entrare altra acqua a getti. Tremava, andò in bagno e si spogliò, lavò e poi asciugò il pavimento della cucina. Non c’era bisogno che Sandra capisse che erano rimasti soli.
Passati un paio di giorni, lo scroscio si ridusse ad una pioggerella fina. Le finestre si illuminarono. Sole. Si misero davanti ad una finestra per guardarlo, lassù in alto. Un pensiero come una morsa allo stomaco: questa era l’occasione per organizzarsi, doveva prepararsi a seguire la famiglia del suo vicino là fuori. Stava sdraiato sul divano stirandosi le guance con le mani, ragionando, non far finta di niente. Si guardò allo specchio e pensò, sbrigati, coglione. Finalmente, mentre il sole tramontava, guadò l’acqua alta fino al petto per scaricare la grossa barca da pesca dal suo carrello. Ripulì il magazzino esterno per le emergenze – costruito poco dopo la morte di sua moglie, quando malattie delle piante cominciarono a colpire le fattorie, e corvi e gazze iniziarono a cascare in terra morti – prese sette casse di acqua in bottiglia, settanta bottiglie in totale, trovò uno scatolone impolverato di latte di tonno, con circa quaranta scatolette dentro, diversi filoni di pane surgelato, burro d’arachidi, tutto sommato abbastanza cibo e acqua da durare qualche settimana. Raccolse altri oggetti di prima necessità dalla casa: sacchi a pelo, coperte, vestiti, una canna da pesca, qualunque cosa riuscisse a far entrare nell’ampia stiva della barca. Sandra lo seguiva in giro urlando, «Ehi, la tempesta è finita, sei fuori di testa? Rimetti a posto le mie cazzo di felpe per piacere!» Dato che Quito la ignorava, si chiuse in camera sua e calciò la porta.
La mattina seguente portò rovesci di pioggia a tratti, ma il cielo si era svuotato del suo tetto di nuvole scure. Un’anatra nuotava in cortile. Gli alberi scintillavano, luminosi, come nuovi. Dov’era la pioggia? Si sbagliava. Tutto era sbagliato. Avrebbe scaricato l’indomani. Restò sdraiato sul divano, strofinando il naso nei cuscini ammuffiti.
Si svegliò dal sonnellino. Sandra era curva su di lui, gli scuoteva le spalle. Portava gli stivali con le rane. L’acqua ruggiva. Tutte le finestre del soggiorno erano spaccate. Un angolo del soffitto si era scrostato, vomitando strati di materiale termoisolante. La carta da parati si scollava in matasse. Il rombo nelle orecchie, nuotarono verso la barca. Galleggiarono alti sopra il loro cortile anteriore, l’acqua precipitava sopra il rigido tettuccio retraibile della barca e il marciume si sollevava sulla loro collina. Salivano in alto, sempre più in alto con la loro arca. La casa sparì, la parabola dell’antenna sul tetto fu l’ultima ad essere risucchiata. L’acqua puzzava. Niente più alberi. Quando la pioggia infine rallentò, un giorno o due più tardi, restavano solo le montagne, coni pallidi nella nebbia. Quito non era in grado di dire quanto lontano fossero finiti.

Sandra si era svegliata dall’incubo. «Allora, una volta a scuola la prof di matematica ci ha fatto vedere questo gioco della TV giapponese con i draghi di komodo» disse. Si mise in piedi con un sussulto e alzò la mano verso la luce per ispezionarsi il bendaggio fresco. «Ce li hai presenti?» Il modo in cui saltava di pensiero in pensiero lo stancava. «In Indonesia» disse.
Certo, sospirò. Ovvio.
«Allora, chiudono le persone in una gabbia con un drago di komodo e gli mettono della carne sulla fronte e poi le persone iniziano a correre in tondo. Se ti morde un drago di komodo, muori, ma non per il veleno. Sai perché?» ridacchiò e alzò di nuovo la mano verso gli occhi per guardare.
L’incidente era successo, giorni fa, quando stava segando una latta di tonno per aprirla, col coltello di lui. Non aveva urlato, ma aveva perso il colore, ed era rimasta calma, ma di una calma minacciosa. Quando lui le prese il polso per vedere la ferita, il muscolo baluginava nel sangue. La lavarono con l’acqua, ma lui da idiota non aveva portato né bende né sapone.
«Papà, indovina.»
Le persone sanguinano troppo, sospirò lui. Quando li si morde.
«No no.»
Non lo so.
«Prova ad indovinare ancora.»
I draghi di komodo squarciano la gola delle persone.
«Hanno la bocca così sporca!» disse lei deliziata. «Che si muore d’infezione.»
Lui si concentrò per far sorridere la propria bocca.
«Diventi triste quando parlo della TV?» disse lei. «Voglio dire, guardare la TV a casa nostra, hai capito che cosa intendo? Ti viene nostalgia?»
Ti senti meglio adesso che hai dormito?
«No. Fa un male boia.»
Cosa sono queste parole.
«Perché?»
Perché lo dico io.
«E allora?»
Per controllare la sua mano, la spinse verso l’oblò del ponte. C’era una montagna che sembrava particolarmente grande. Una ruota di bicicletta girava in un mulinello. Il mare brillava e vorticava, intorbidendosi. Dove sarà stato il suo vicino, con la barca? Dov’erano le navi? Se ce l’avevano fatta lui e Sandra a sopravvivere, non ci sarebbero dovute essere intere flotte? Rimosse il bendaggio. La mano era troppo molle. La ferita suppurava. La pulì.
«Forse è per colpa della mia stupida mano di merda che mi sono ammalata» disse.
Lui sospirò, Se troviamo un dottore che galleggia qua fuori, sarà meglio ripescarlo.
Non suonava divertente quanto avrebbe sperato.
I gabbiani raspavano sopra la barca. Non trovavano un buon posto per atterrare. Cercarono di impossessarsi del tetto con gli artigli. Si spingevano a vicenda giù dai finestrini e rimbalzavano contro lo scafo e si facevano sferzare dalle onde. Urlavano e si lagnavano e ridacchiavano e chiocciavano e imprecavano. Quito li ascoltava, sdraiato vicino a Sandra.

Fu lei a vedere per prima il ragazzo. Quito era al gabinetto, impegnandosi per non fare rumori forti quando lei si mise a prendere a pugni la porta del bagno, urlando «Papà, corri!» Lui la raggiunse sul ponte. Sandra aveva aperto il tettuccio della cabina e una puzza tremenda era entrata, sale e uova guaste. C’era una canoa in lontananza. Un braccio agganciato alla fiancata. Acceso il motore, la barca schizzò in avanti creando un arco di spruzzi. C’era un corpo a faccia in giù nella canoa, un ragazzino nudo. Il ragazzo era scuro, ma aveva le cosce bianche, come se avesse portato indosso i calzoncini da spiaggia. Il ragazzo non si muoveva. Quito spense il motore. Sandra e Quito inclinarono la canoa per raggiungere il ragazzo e Quito appoggiò il palmo sui nodi lungo la spina dorsale del ragazzo. Il dorso del ragazzo era scorticato, coperto di spirali di sale, macchie rosse e marroni, screziato di alghe, ma respirava quasi impercettibilmente, giusto un debole tremito delle costole. Non aveva peli sul pube.
«Stai bene?» chiese lei. «È ancora vivo?»
Sì, fece segno Quito.
Agganciò il braccio sotto l’ascella del ragazzo. Il corpo era molto caldo e puzzava quanto il mare. Quito depose il ragazzo sul pavimento della barca mentre lei calciava via la canoa. Sandra andò a prendere la sua coperta dalla cuccetta. Avvolsero il ragazzo nella coperta. Lo misero a sedere nel sedile del passeggero e gli assicurarono la cintura di sicurezza sul petto per non farlo dondolare. Quito stava di fianco a Sandra, con la fronte che le toccava il polso. «Perché è nudo?» disse. Gli occhi vagavano da Quito all’oceano al ragazzo. Aveva la faccia tutta rossa. Croste di moccio le penzolavano dal naso. Quito non si mosse per pulirle via.
Chissà, fece segno Quito.
«Secondo te è americano?»
Forse ha galleggiato fino qui dal Messico. È un tuo cugino alla lontana.
«Vorrei potergli vedere meglio gli occhi.»
Perché?
«Per il colore, credo. Potrebbe dirci tante cose.»
Li posso aprire.
«Ma è, beh, quasi morto. Magari gli sbucciamo via le palpebre, o chissà che.»
Ok, fece segno Quito.
Si avvicinò alla faccia del ragazzo. È meglio che non lo tocchi potrebbe avere qualche malattia, fece segno Quito. Non si fece indietro, ma nemmeno toccò il ragazzo, lasciò lì la mano e guardò Quito di traverso. I capelli fini le stavano appiccicati sulla mandibola. Estrogeni bassi? Aveva sentito dire che le ragazze crescono più in fretta dei maschi. Si chiese se avesse già bisogno degli assorbenti. Non gli aveva detto niente. Gli sarebbe piaciuto aver conosciuto sua moglie quando era giovane. Avrebbero potuto giocare insieme. Riusciva quasi a vederla, sua moglie, ragazza, che corre in un campo, la testa alta. Lui le corre dietro, un ragazzo, lei indossa un vestito che le si gonfia attorno alle cosce, le curve dove finivano le gambe, mentre lui cerca di afferrarle l’orlo del vestito. Quanti anni avranno? Lui la butta a terra per gioco. Lei ha il terrore in faccia. Perché dovrebbe avere paura? È una ragazza e c’è il sole e niente acqua in questo mondo e lui è per terra insieme a lei, ma ha un gusto nero in bocca, fino in gola, ed è negato per queste cose.
«Che cos’hai da guardare?» disse Sandra.
Poi sospirò con enfasi e si curvò per infilarsi sottocoperta.

Il ragazzo sulla sedia non si svegliò. Quito gli versava acqua nella bocca. Quito cercò di fargli mangiare qualche pezzetto di pane, ma il ragazzo non ingoiava cibo solido. Quito appoggiò le mani attorno alla gola del ragazzo e premette le dita nella carne tenera, finché gli occhi del ragazzo non palpitarono. Non potevano permettersi di dare da mangiare ad un’altra persona. Lasciò le dita a contatto col collo del ragazzo, a tracciare il bordo della sua clavicola fragile.

La mano infiammata, sempre più gonfia, con le vene blu in vista, a macchie, le punte ammorbidite in una sfera malformata. Il gonfiore faceva esplodere la crosta di continuo. Aveva iniziato a lasciare le frasi a metà per la stanchezza, non riusciva a stare sveglia per più di un’ora di seguito, sebbene la sua mente sembrasse limpida quando si svegliava. Lui si chiese se fosse il caso di amputare. In bagno, spinse la lama del coltello contro il proprio polso finché non apparì una riga di sangue dalla carne grigia. Non sarebbe riuscito a sopportare di sentirla e vederla se ci avesse provato. E se fosse stato costretto invece? Forse sarebbe stato capace. Non ce l’avrebbe fatta. Il ragazzo dormiva. Loro sedevano accanto a lui. Lei notò che la sua bocca assomigliava ad un labbro leporino che era stato operato.
Che cos’è successo al suo labbro? Fece segno Quito.
«Suo padre lo maltrattava» disse lei. «Però non era il suo vero padre. Il ragazzo era primo in linea di successione per il trono del Messico, e il patrigno aveva avvelenato suo padre e sposato sua madre e stava tramando per uccidere il ragazzo e prendersi il trono ma il ragazzo era sveglio quindi il patrigno ha solo, tipo, preso a pugni Bobby in faccia molte volte.»
Quindi lui stava cercando di scappare dal suo patrigno con la barca, fece segno.
«Sì, con sua mamma, ma lei è affogata quando ha iniziato a piovere. Si chiama Bobby» disse lei.
Bobby, fece segno lui. Rise, e anche lei rise.
«Ti ricordi che la mamma mangiava sempre un uovo in camicia per cena e nient’altro?» disse lei.
Certo.
«A Bobby non manca tanto sua mamma» disse lei. «Gli manca, ma pensa che sia un’idiota perché ha sposato uno stronzo.»

Nella ferita brulicavano vermi. Da dove erano arrivati? Non ci si poteva nascondere dal marcio del mondo. Sandra non aveva più la forza di lasciare la cuccetta. In uno spasimo di terrore, lui accese il motore e diresse la barca verso le montagne distanti, ma il motore morì e non si riaccese più. Chiuse tutti i portelli e aprì il tappo del rifornimento. Il carburante era finito.
Una volta, l’acqua si schiarì e la luce riempì il mare increspato e ombre veloci passarono in profondità, le silhouette di quelli che sembravano agglomerati di tetti con comignoli e macchinari e anelli autostradali ancora appoggiati ai loro piloni di cemento, ma l’oceano si immelmò di nuovo prima che lui potesse svegliare Sandra e portarla sul ponte per farle vedere.

Dovevano essere passate settimane da quando erano saliti a bordo della barca. Giacevano sulla schiena fianco a fianco nella cuccetta e fissavano la lampadina accesa. Bobby stava dritto sulla sua sedia. Aveva ingoiato un tozzo di pane quel giorno. Si era messo a mangiare, ma non parlava né apriva gli occhi. Quito diventava matto a pensarci. Non potevano permettersi il pane. Più di metà del loro cibo e della loro acqua era finita. L’aria della cabina pesava, acida e densa, contro le parti screpolate e sensibili delle sue labbra gommose, la si poteva quasi masticare. Quito cercò di trattenere il fiato finché poté. Quando voltò la testa, lei lo stava guardando.
«A che pensi?» chiese.
Stavo pensando ai giochi che fa Bobby, fece segno. Intendo, quando è a casa sua.
«È un gran ballerino. Soprattutto di danza classica, ma il suo patrigno non ha mai voluto che lui facesse danza classica, perché non è una cosa che i maschi fanno. Anche il miglior amico di Bobby fa danza classica, e il migliore amico ha una cotta segreta per Bobby.»
Sembra un film.
«Hai visto Billy Elliot? Parla di Bobby.»
Te lo sei inventato.
«Non è una cazzata.»
Perché dici così tante parolacce? Non ho mai incontrato nessuna ragazzina che dicesse così tante parolacce quanto te.
«Ti dà fastidio?»
Sono tuo padre, quindi sì, mi irrita.
«Va bene.»
Capisci perché?
«Mi dispiace papà»
Decise di smettere di dare da mangiare a Bobby. Sandra dormiva di continuo.

Un paio di giorni dopo, mentre lei ancora sonnecchiava nella cuccetta, lui sollevò la testa conscio che qualcosa era cambiato. La faccia di Sandra era appoggiata lì accanto. Riusciva a percepire il suo tepore malato, ma il respiro era regolare. Si arrampicò sul ponte, dove Bobby sedeva, la testa rivoltata su una spalla, le palpebre immobili, la bocca gonfia per via della lingua nera. Bobby non aveva più un battito cardiaco. Quito slacciò Bobby dalla sedia, lo avvolse in una coperta, lo trascinò giù dal tetto e lo lanciò in acqua e l’acqua spruzzò, la coperta si srotolò e Bobby fluttuò a faccia in giù, il bianco delle cosce brillante alla luce del giorno, e Quito pilotò la barca lontano da dove era finito Bobby. Quito si stese sul ponte e chiuse gli occhi, sentendo il calore del sole raccogliersi nei pori della fronte, ed era ancora lì quando più tardi Sandra strisciò sul ponte. Tenne gli occhi chiusi. Lei strillò.
«Papà! Bobby non c’è più.»
Lui simulò confusione, finse di scattare indietro.
Non c’è più? Fece segno.
«Non te ne sei accorto quando sei uscito stamattina? Guarda!»
Dev’essersi tuffato mentre dormivo sul ponte.
«No» disse lei. «Perché avrebbe dovuto?»
Forse non stava poi così tanto male quanto ci era sembrato.
«Perché avrebbe dovuto scappare se l’avevamo salvato?»
Forse non era del tutto lucido.
«Mi stai mentendo?» disse lei.
Lui scosse la testa.
«Secondo me mi stai mentendo» disse. Non riusciva a guardarla.

Sandra si addormentò su una sedia e iniziò a dondolare la testa su e giù. Borbottava. Tirava su col naso, lacrimava, ridacchiava piano. La mano le si era gonfiata attorno alle bende. Una linea rossa serpeggiava lungo il bicipite. Quito rimosse il bendaggio e strappò un’altra fascia da una maglietta, che le legò sopra la mano. La portò di sotto e la mise a sedere, si accovacciò con il palmo sopra la sua testa. Giorni e notti si mischiarono in un’unica lenta pulsazione tra la luce e il buio.

Un ronzio riempì loro le viscere, un gorgoglio sempre più forte che scuoteva leggermente la barca, e Quito strisciò fuori a vedere. Un elicottero volava in lontananza. Pulì il vetro appannato con la mano. L’elicottero si abbassò sull’acqua e restò sospeso un momento, ruotando, al centro di anelli di onde. Quito scoperchiò il tettuccio e si mise ad agitare le braccia, ma l’elicottero riprese quota, oscillando da una parte all’altra, e rombò in alto, in alto verso le nuvole. L’acqua appariva ancora increspata dove l’affare si era avvicinato. Non avevano visto la barca? Il cielo era vuoto. Lui si piegò per tornare di sotto e accendere la luce della cabina e dire, ehi, gente in elicottero là fuori, un elicottero, Sandra! Lei lo guardò. Batté gli occhi. Lui elencava possibilità: un centro emergenze nazionali del governo americano sulla cima di una montagna. Personale militare sudamericano in missione umanitaria, di stanza nei paesi dell’Altiplano, ora impegnato a solcare le acque internazionali alla ricerca di sopravvissuti. Se l’elicottero fosse ritornato, Quito avrebbe sventolato una camicia e lei avrebbe urlato più forte che poteva. Aveva capito? Lei annuì. Quito immaginò i pasti che avrebbero mangiato dopo essere stati soccorsi. Gelato. Pizza. Spaghetti con le polpette, pane francese. Halibut scottato al beurre blanc, con contorno di funghi e indivia belga, abbinato ad un pinot delicato, e per dolce torta di lamponi, con una pallina di gelato alla vaniglia.
Lei rise. «Pizza, sì per favore» disse. Cibo, per favore. Sentiva che ogni suo arto era vuoto, il naso e la bocca secchi, pura cartilagine, per via del tonno salato, l’acqua salmastra. C’era gente ancora viva che li stava cercando. Chi? I vicini? Qualche volta durante il sonno, uno dei loro stomaci brontolava così forte che entrambi si svegliano senza fiato per la speranza prima di riconoscere il suono.

Bobby tornò e si sedette accanto a Quito. I capelli scorrevano giù per il collo, ciocche sbrodolanti. Non batteva gli occhi. Guardava Quito, la bocca aperta, e si protese verso Sandra e Quito cercò di sollevare il braccio per fermarlo, ma il corpo non gli diede retta, invece chiuse gli occhi. Il ragazzo non era davvero lì. Quito sapeva che erano soli. Bisognava che morissi in quel modo, pensò, eri già morto.
Sandra iniziò a vomitare. Si sentiva appena. Lui le reggeva i capelli via dalla faccia quando si piegava sul water. Durante la chemioterapia sua moglie aveva vomitato sangue, e una volta una ciocca di capelli si staccò quando lui li stava tirando indietro per aiutarla mentre si inginocchiava. Sperava che sua moglie potesse vederlo ora, ma poi sentì che non aveva bisogno di alcuna lode. Questo non era solo ciò che fanno tutti i padri? Quando ebbe finito, si arrampicò nella cuccetta e si riavvolse nel sacco a pelo. Lui le sedette accanto. Sandra iniziò a blaterare: filastrocche, liste di capitali di stati, storie di persone della televisione. Quito spense la lampadina. Sandra dormiva, finalmente. Avrebbe voluto canticchiare come fanno i padri nei film. Si ricordava una ninnananna, parlava dell’anatroccolo più piccolo di una nidiata, che sua mamma cantava in spagnolo, una melodia adorabile, ma alla fine della canzone l’anatroccolo muore e i suoi fratelli e sorelle lo spingono nel mare sopra una foglia.
Si distese accanto a lei e le appoggiò una guancia sulla spalla.
Una zaffata di bile lo fece girare dall’altra parte.
Il sussurro dell’oceano.

Quito vomitava. Sedevano vicini accanto al water, nel bagno minuscolo, mento contro il petto. Gli sembrava che l’interno del suo corpo fosse stato raschiato al vivo, da orifizio a orifizio. C’è un posto oltre la vergogna e la paura dove il corpo è solo un corpo. Si svuotavano. L’odore divenne il loro odore. Ogni volta che si svegliava le toccava una guancia. Si ricordò della mattina in cui si era alzato e aveva trovato la faccia di sua moglie fredda per sempre. Il braccio di Sandra era grosso come la sua coscia e non riusciva a sollevarlo. Gli occhi, quando li apriva, erano opachi, come se delle membrane avessero sigillato le iridi. La luce del sole era riflessa dall’oceano e brillava sul soffitto, riusciva quasi a sentirla, il suono dell’armonica creato dalla frizione delle onde, le note perfettamente intonate una dopo l’altra.

Quito stava disteso sul ponte, sulla schiena. Il sole gli faceva strizzare gli occhi, si rigirò. Quando aveva aperto il tettuccio? Perché si era messo qua fuori a dormire? La faccia gli pizzicava e quando si passò la mano sulle guance sentì che la pelle si era rammollita. Il sole. Un gabbiano gli strillò nell’orecchio e lui rotolò per cacciarlo via a calci. L’uccello era enorme, grande quanto il suo braccio, e unto di una strana poltiglia. Gli saltellava attorno e piegava la testa, quando Quito gli diede un altro calcio scattò indietro, senza volare. Niente da mangiare per te, pensò. Fanculo, merda. Aspetta, sei tu da mangiare, pensò. Mangeremo te. Si dimenò sulle mani e sulle ginocchia. Si scagliò verso il gabbiano. Che gridava, indietreggiava sbatacchiando le ali, poi qualcosa gli cadde dalla bocca, un ramoscello con delle foglie, e il grosso gabbiano spiegò le ali e si spinse via verso il cielo. Raccolse il rametto. Era ghiacciato. Non riuscì a spezzarlo. Terra? Restò immobile. Una montagna incombeva all’orizzonte, increspata di alberi coperti di neve. Li fissò finché non fu più in grado di stare in piedi. Sembrava che la corrente li stesse trascinando verso la montagna.

«Papà.» Era la prima cosa che aveva pronunciato da chissà quanto tempo. Dato che ormai non ci sentiva più molto bene, Quito appoggiò la guancia sulla sua e cercò di ascoltare la sua voce. Con la luce spenta non riusciva a distinguere la forma della sua faccia. Lei non avrebbe capito i suoi segni.
«Lo so che hai mentito su Bobby.»
La pelle del braccio prese a prudergli. La barca si impennò leggera.
«Ti perdono. Lo so che non volevi dirmelo.»
Silenzio.
«Tutto fa così tanto rumore nell’acqua. Credo che anch’io voglio morire. Suona così tragico. Ma non me ne importa molto però. Tu lo sai in che modo vuoi morire?»
Lui scosse la testa, no, non era vero, anche se lei non poteva vederlo.
«Potrei essere con la mamma. Potremmo stare insieme a lei.»
Avvertiva la propria testa fare no, no no.
«E poi vomito sempre, lo so che sono malata, ma penso di continuo a quando Elaine di Seinfeld si mette a ballare alla festa dell’ufficio e il tizio dice, “sembrano dei conati di vomito, con tutto il corpo”.» Tossì, si schiarì la gola, sputacchiò. Quando Quito le portò vicino il secchio, lei lo spinse via.
«Mi manca Seinfeld» disse, e ridacchiò in un modo orribile.
Lui si voltò dall’altra parte per non vedere la sua faccia. Lei si addormentò. Dentro il sacco a pelo, fece aderire la spina dorsale alla sua. Erano rimaste dieci bottiglie d’acqua. Qualche lattina di tonno. Toccò ognuno dei suoi denti con la lingua. Era un bel rituale. Nella mente metteva tavole di legno contro una sega circolare. La segatura gli solleticava la faccia e il lamento della sega gli faceva male alle orecchie. Vedeva la faccia di sua moglie che apriva la bocca e dietro alla bocca c’era una bocca che apriva la bocca e dietro quella bocca c’era la sua faccia e la sua faccia apriva la bocca e lui apriva gli occhi sul buio.

Il giorno seguente la barca stridette contro qualcosa di duro e l’elica si incastrò per un momento prima che la corrente la strattonasse via. Quito strisciò sul ponte. La montagna riempiva il parabrezza. Ripiani di roccia si protendevano alti nell’aria attorno alla barca. La barca veniva trascinata veloce tra muri rocciosi attraverso un’insenatura simile ad un fiordo. Il canale era così stretto che il fianco della barca grattò contro il muro di roccia. Più avanti, attraverso le scogliere, sollevato sopra il piano del livello del mare, rocce nevose formavano pendenze di ripiani serrati, e ancora più alto, della dimensione del suo pugno, c’era un edificio di tronchi. Una baita? Si alzò per chinarsi contro la finestra. Sì, era stato un passo di montagna dove la gente ricca passava le vacanze. Un montacarichi penzolava proprio sopra. Le macchine dondolavano leggermente. Il vento vi soffiava sopra.
Sandra non si mosse quando il canale finì e la chiglia della barca cigolò sopra il piano e la barca si fermò, piegata in un angolo assurdo. Sebbene sembrava che respirasse ancora, Sandra non aprì gli occhi quando Quito scoperchiò il tettuccio della barca, le spinse i piedi negli stivali e il torso dentro un maglione, si mise una giacca e la trascinò oltre la poppa, sulla roccia. L’aria gli soffiava gelida sul collo. Bruciava le ossa sottili delle orecchie. Alla luce del sole il braccio malandata ciondolava come un pezzo di carne e le sue labbra erano incrostate di secrezioni. Provò a mettersela in spalla, ma sembrava che pesasse più di quanto aveva immaginato, o forse era solo debole, quindi ci riprovò, ruggì lieve, barcollò per qualche passo e la adagiò contro un cespuglio. Si mise a sedere lì vicino. Sui rami di ogni albero c’erano gabbiani che strepitavano. Gli battevano i denti. Si rivoltò sulle ginocchia, sentiva il morso del pendio sotto di lui, la terra che lo trascinava in basso verso il sonno. Ma dovevano camminare. Il pendio sembrava percorribile. Avrebbero riposato nella baita. Ci sarebbero stati letti, cibo, un kit di pronto soccorso, perossido di idrogeno o antibiotici. Avrebbero potuto costruire un fuoco per l’elicottero. Avrebbero avuto di nuovo una casa. Si forzò di stare in piedi. Si issò il peso morto di Sandra addosso. Quando iniziò a scivolare agganciò le braccia alle sue e le piazzò i piedi sopra i suoi. Gli occhi della rana erano strabuzzati verso di lui. Iniziarono a trascinarsi in avanti, stretti in uno strano trotto sghembo.

Quando aveva solo quattro anni, Sandra aveva partecipato ad un saggio di danza. Sua moglie l’aveva costretto ad andarci. Sebbene il suo corpo fosse ancora dolorante dopo ore passate dentro i tubi del sistema di ventilazione, la ghiaia che ancora grattava nei suoi stivali, sua moglie gli aveva detto che non aveva mai visto sua figlia sul palcoscenico, che si stava perdendo la sua infanzia. Sandra era nel mare di bambine con vestiti luccicanti, e tutte insieme altalenavano il peso da un piede all’altro, giocavano con i capelli l’una dell’altra, si mettevano in punta di piedi per scrutare il pubblico, nervose, pronte per il segnale di inizio del balletto. Quito osservava Sandra che passava in rassegna le facce dei membri del pubblico, che non riusciva a trovare il suo sguardo sebbene lui le facesse ciao con la mano e che quando partì la musica si copriva gli occhi e si inginocchiava sul palco, immobile, non era mai stata una bambina coraggiosa, da neonata aveva sofferto di coliche, era sempre scappata via dall’obiettivo della macchina fotografica, e Quito applaudiva con la speranza che la forza della sincerità del suo applauso la facesse alzare in piedi, e lui voleva urlare, Sandra, ma non riusciva a parlare senza gli occhi.

Sulla scala dello chalet, battuta dal vento, il pendio gli aveva indebolito le gambe. Il cervello proprio non riusciva a fare andare avanti il suo corpo con addosso anche il peso di lei. Si sedette, Sandra gli pesava sulle ginocchia. Si tolse la giacca per riscaldarla fino a che non avessero finito la scalata. Particelle di ghiaccio gli mordevano il collo. L’aria gli aveva asciugato i bulbi oculari fino a farli diventare dei gusci. Si cavava la saliva gelata dalla barba. Sono qui, pensò. Siamo qui. Ho pregato. Mi hai detto di tentare la sorte. Sono qui. Tu, dove? Ti ricordi di quando ero piccolo, all’altare, con la cravatta di mio papà, di quando ho baciato la mano pelosa del prete e stavo lontano dalla tua sagrestia per rispetto? I gabbiani gridavano e giravano in cerchio sopra le loro teste come fanno gli avvoltoi nei western. C’era la TV quando i tempi erano più gentili. Dovevano muoversi, andare su. Diede un leggero schiaffo alla guancia di sua figlia e lei cicalò un lieve suono d’irritazione. Quito si massaggiò i tendini d’Achille. Si premette i polpacci per ricacciare il dolore dentro la carne. Sono qui, pensava, sono, io. Noi. Siamo nel punto più alto.

traduzione di Francesca Massarenti