Dal diario di Ester

Anthony Hopkins ha il volto di Dio
Se una mattina, una mattina come questa, uguale alle altre, a tutte le altre, mentre scendo di fretta le scale della metropolitana inciampassi nei lacci delle mie scarpe di tela sdrucita, atterrassi con tutto il peso sugli incisivi e si spaccassero sull’angolo di un gradino? I miei denti frantumati su una lastra di granito, il colpo sordo, sapore di ferro, passarci la lingua, trovare un buco, i rasoi dei monconi, sputare quel che resta, dolore.
In una pagella delle elementari una maestra scrisse che avevo difficoltà a distinguere le cause dalle conseguenze. Un fatto.
Al cinema non posso sedermi nell’ultima fila, salvo che per qualche motivo io non abbia voglia di concentrarmi sulle immagini e sulla storia, per tutta la proiezione penserei che un tale potrebbe passare un laccio intorno alla mia gola o infilarmi un sacchetto in testa e soffocarmi. Per questo motivo considero il centro sala un luogo sicuro ma noioso.
Mio padre mi portava a vedere le partite di calcio a San Siro, per me non comprava il biglietto, non che fossimo poveri, per lui era un gioco. Ai tornelli mi diceva di seguire, quando fosse passato, l’uomo in fila davanti a noi, tanto ero bassa e le guardie non se ne sarebbero accorte, lui poi mi avrebbe raggiunto. Ubbidivo e mi ritrovavo bambina di otto anni tra uomini cui erano perquisiti gli zaini, da dove uscivano coltellini da campeggio e bottiglie di birra. Un altro fatto.
Quando pulisco la doccia, percepisco sempre la presenza di un uomo sui sessanta con indosso un completo frusto, mi guarda dalla porta. Lo intravedo nello specchio, mi giro di scatto, non c’è, ma so di non averlo immaginato, qualcosa lo disturba. Allora tolgo i guanti, mi cambio e ravvio i capelli. Il fantasma si acquieta, scompare. Forse la moglie ci si è ammazzata in quella doccia, forse è lui ad avere battuto la testa contro il rubinetto, magari la moglie non sciacquò bene il detersivo sul piatto della doccia e lui scivolò e girò gli occhi all’indietro, oppure fu solo sposato a una sciatta.
Mio nonno nel suo salotto, in una cassa da morto, lo guardai, non capì, la mia prima perdita, toccai la bara, fui sgridata, poi si avvicinò la donna che lo preparò e mi disse che ebbe paura nel rasarlo, lo tagliò, ma non uscì sangue. Anche questo è reale.
Un sogno ricorrente. Un paese sulla costa atlantica, abito lì, lo conosco come se ci fossi nata, la scogliera spazzata da venti terrifici, la terra inaridita dal sale, giardini sterili circondano case solitarie e bianche, tetti amaranto nel cielo plumbeo, un pazzo omicida, uno scenario classico. Si dà il caso che l’omicida abbia il volto di Anthony Hopkins (anche in questo non mi sono sforzata troppo) e che sia arrivato nel paese per uccidere alcune persone, tra cui io. Hopkins ha una potenza ultraterrena, non serve scappare, non si può ferirlo con un proiettile o buttarlo giù da una scogliera, immune alle preghiere o a rituali magici. Non si sfugge al suo disegno, se ne andrà quando avrà collezionato le vittime prestabilite con la sua lama scintillante. Questa è l’idea che ho di Dio.
Sono nata e cresciuta in provincia, quella di Milano. Un appartamento in un palazzo rosa salmone, davanti al cimitero comunale. Di cortei funebri ne ho visti tanti. Le vecchie magre nei paltò di altre epoche, calze chiare e scarpe col tacco basso, poi la processione, avanza lenta l’auto funebre con il feretro, un paio di chierichetti, il prete con il megafono, il rosario uggioso, i familiari. Un pomeriggio arrivarono due pullman, il piazzale non fu mai così gremito, corone di fiori lungo tutto il muro di cinta, il funerale di un mafioso. Calò la notte, nella strada sterrata dopo la palazzina salmone qualcuno scaricò un cadavere, un proiettile in mezzo alla fronte, un pacchetto vuoto di sigarette buttato tra le gambe, la schiena appoggiata a un mucchio di terra, perché guardasse il cimitero, era il sicario del mafioso. Quella notte io rincasai molto tardi, non sono morta, non vidi nulla, non li incrociai, seppi tutto la mattina, non ero nella lista di Anthony Hopkins.
Ho difficoltà a distinguere le cause dalle conseguenze perché non credo al nesso di causalità. Esistono solo i fatti e i fatti sono monadi.
Immagino le conseguenze delle mie azioni in un rito magico, una preghiera spaventata. Invento finali potenti, rovesci terribili, come sono i fatti stessi. Creo vite vissute da altri, dei moniti alla mia.
Mi baci sempre come se fosse l’ultima volta, mi dice il mio compagno.
Le preghiere non servono, nemmeno i rituali magici. Una mattina, una mattina come questa, uguale alle altre, a tutte le altre, Anthony Hopkins mi prenderà e tutto quello che finora ho immaginato e inventato, non esisterà più.

Riviera
Luce rosa, galleggio dentro un’alba tiepida. Nuvole innocue si specchiano nella piscina del residence. Prendo fiato, ammutoliscono le allodole, sprofondo nel calore che l’acqua ha incamerato ieri. Increspo lo schermo lucido, stravolgo una parte di cielo. Richiami ovattati, considerare le possibilità, residui di luce, analizzare le opzioni.
Cos’è la distanza tra un punto e un altro? La pianificazione di un percorso, risponderebbe certa gente, io non so trovare una risposta. Il cloro s’insinua nelle narici, trattengo il fiato oltre il limite, qualcosa mi spinge in superficie. Programmare, costruire, ci ho provato, non lo rifarei, né farei altre cose di questo tipo.
II sole è quasi alto, ombre basse spezzano le facciate arancioni delle palazzine del residence, la luce filtra tra le fronde dei pini marittimi e macchia la mia pelle appena abbronzata. Le tapparelle si arrotolano, finestre quadrate, tutte uguali, una è mia, un tempo ci si affacciava nonna, ho dimenticato la luce accesa.
Non ho un sogno nel cassetto, per molto tempo mi sono costretta ad averne uno o più di uno, cambiavano spesso, non mi convincevano del tutto, non si sono realizzati, ora ho smesso. Mi chiamano spesso al telefono. Allora che intendi fare, forse potresti, se ti ostini non c’è via d’uscita. Considerare le possibilità, rispondo, analizzare le opzioni, mento. Tra poco la piscina sarà invasa, ma io starò dormendo. Mi aggrappo al bordo della piscina, esco di slancio, ho un corpo, si muove.
Il giorno, la notte, mangio pomodori, indosso sempre rossetto e mascara, sporco le federe dei cuscini, scendo le scale e le risalgo, l’appartamento di nonna in un residence della riviera, una piscina dove nuotare all’alba, qualche vestito, sono sola, faccio nulla, nessuno dice cosa dovrei fare.
Pelle d’oca, mi avvolgo in un asciugamano frusto, schiaccio l’erba umida con le piante dei piedi. Lascerò passare l’estate, forse l’inverno, un anno, smetteranno di chiamarmi, un altro ancora, tutta la vita.

Balera
Torniamo a casa, ti cammino accanto, abbiamo mangiato troppo, avrei dovuto bere un secondo amaro, di certo non il caffè, ora sarei ubriaca, ci sopporteremmo meglio. Possiamo cambiare trattoria, locale, punto di partenza, alla fine del percorso la strada verso a casa è sempre la stessa.
Seguo i tuoi passi, guardo i miei piedi nudi intrappolati in un paio di vecchie scarpine, chissà magari alzo gli occhi e mi ritrovo in un posto nuovo, una festa, un’altra primavera, la sabbia, il mare.
Sandaletti da balera, chissà dove li ho trovati, li portavo la prima volta che mi hai baciato su un marciapiede, nella città in cui vivevo, quella dove tu non abiteresti mai. Quanti baci ti ho dato? Perché non ora? No, stasera fa caldo e tu hai caldo e io ti faccio caldo, se mi avvicino, ma non posso, ti tocco la schiena sudata, non vuoi, stai ferma.
Tu le odi queste mie scarpe, sono da vecchia, dici e poi le hai tutte sformate, dici ancora. Apri il portone, saliamo le scale, le scale di casa tua, volevi diventassero le mie, così ho lasciato i vecchi gradini e ho iniziato a salire i tuoi, facendoli miei.
Come faccio a buttare via le cose attaccate a queste suole consumate? Pavimenti, corridoi, asfalto, stazioni e metropolitane, pozzanghere e perfino scogli, sempre di corsa, sempre per raggiungere te.
Eccoci a casa, scalcio via i sandali, mattonelle tiepide, le tue mattonelle, che ora sono anche le mie, striature blu s’innervano ordinate sul pavimento. La trama s’irradia semplice, una linea interseca il mio alluce sinistro, la seguo, fino a che il suo fluire si arresta, il taglio impreciso di una piastrella non combacia con la successiva, le altre collimano perfette.
Tu prendi il portatile e ti sdrai sul divano, lo schermo luccica, chissà cosa stai guardando, non mi fissare, dici.
Quelle scarpine da balera io non posso ancora buttare via.