Arti intatti

Verna non è più la stessa da quando quel mago l’ha ipnotizzata allo spettacolo di raccolta fondi per la Sindrome di Marfan a luglio. Dice che le sedie le vede di colore rosso, quando in realtà sono rosa. Vede anche sedie bianche, ma solo quando tiene gli occhi chiusi. Mi verrebbe da pronunciare una diagnosi, ma la presenza di particolari circostanze aumenta il carattere paradossale della questione; e questo è proprio quanto, dopotutto, io, durante le ultime due settimane, ho tentato di, in un certo senso, impedire. Non che io stia cercando di creare confusione o voglia essere accusato di aver tentato di offuscare la faccenda per mia soddisfazione personale. Ci sono fiocchi da annodare attorno a quest’affare e, da quanto ho capito, un modo o due se non qualcuno in più per gettarci uno spicchio di luce sopra.
Ho mandato i miei saluti alla lavanderia a gettoni. Sono tornati indietro scoloriti e tiepidi di asciugatrice. Ho fatto fatica a riconoscerli. La maniera in cui erano piegati mi ha fatto sentire quasi super, ma non proprio.

È da un po’ che mi sento come un’auto con la freccia sinistra lasciata accesa a lampeggiare mentre l’auto continua dritto senza svoltare. Ultimamente ho anche capito che mi piace di più aspettarmi che le cose succedano piuttosto che le cose che mi aspetto succedano veramente. Questo non fa per niente piacere a Verna. Ma è gentile da parte sua, dato che riesce ad indovinare il mio istinto meglio di me, e preferisce annoiarsi piuttosto che compiacersi o emozionarsi per qualcosa. In qualche modo, troviamo un compromesso.

Ogni mattina finiamo a mangiare pancake con la salsiccia affogati nel cren. Come contorno mettiamo i sottaceti invece del toast. A volte spalmo il burro sui cetriolini giusto per ricordare ai miei sensi com’era avere le cose nel modo in cui erano prima. L’orologio, col suo ticchettio pensieroso e deliberato (per non parlare del suo tocchettio), accarezza i nostri sogni sulla schiena mentre ancora si stanno sciogliendo via da noi. Verna allunga il collo per cogliere uno scorcio di postino attraverso il vetro rosa della porta d’ingresso. Io mi strappo i peli del naso e li impilo con cura sul giornale del mattino che, in maniera plateale, non leggo affatto. A volte ci afferriamo a vicenda i lobi delle orecchie per vedere quanto freddi sono. Questo avviene quando siamo seduti.

La porta del garage si apre e si chiude da sola. Senza seguire uno schema. Capiamo a malapena quando sta per succedere, ma quando lo fa, beh, diciamo che è quasi una concessione magnanima. Da queste parti, beh, è qualcosa di speciale. Vorrei lasciare l’affare staccato dalla corrente e riavvolgere la porta manualmente quando abbiamo bisogno dell’auto per andare da qualche parte, ma Verna è fermamente contraria. È arrivata al punto in cui odia staccare le cose, di qualunque tipo, dalla corrente. Mi ha detto che la luna ha cambiato colore, che ora è tinta isabella, mentre in precedenza durante diverse fasi del suo ciclo era stata pizzo antico, crema di latte scaduta, conchiglia, magnolia pallido, panna montata su tendaggio polveroso, bianco busta, tapioca, latte con cereali, cotone, mammella di mucca, e argento dollaro brillante. Ho paura di turbarla senza motivo. L’aspirapolvere è attaccato alla corrente da settimane.

L’ipnotizzatore – un fustaccio scuro con una testa squadrata di spessi capelli castani che mi faceva pensare ad un ungulato con un numero di zoccoli dispari – ci aveva avvertiti che Verna avrebbe potuto avere una ricaduta e che eventi come essere ipnotizzati per la prima volta tendono a permanere nella psiche per molto tempo dopo che il fatto è avvenuto. Eravamo coscienti del piccolo azzardo in cui stavamo incorrendo, ma i benefici promettevano di superare di gran lunga gli effetti collaterali nocivi che ne sarebbero risultati, come, per esempio, il fatto che Verna non sarebbe più stata in grado di distinguere la zuppa di coccodrillo dallo stufato di alligatore. Quello che non ci aspettavamo era che avrebbe iniziato ad usare acronimi come CMQ nelle sue frasi, o che fare la doccia diventasse irrilevante. Sto cercando di non odiarla un po’ di più ogni volta, ma è sempre più difficile.

Verna ha preso l’abitudine di lasciarmi note scritte sopra ritagli di carta da salumiere in giro per la casa. Usa le matite colorate. Le sue preferite sembra che siano Terra d’Ombra e Mandarino Atomico. Le note dicono cose come “Ti amo con tutto il cuore. Stammi costantemente lontano.” “Porta dei fiori al tagliaerba.” “Sei sveglio.” “C’è una foto di noi due abbracciati a Catalina scattata quindici anni fa. Una volta sapevo dov’era. Ora mi ricordo meglio quel giorno. Faceva caldo. I tuoi capelli erano pieni di sabbia.” “Sali sull’auto da sinistra. Non starò ad aspettarti.” “Io sto camminando verso di te. Cammina nell’altro verso, amore mio.” “Solo gli stronzi e le femminucce bisticciano. Dovrei iniziare a mancarti, così tu potresti smettere di mancare a me.” “Vai a letto.” A volte disegna omini stilizzati come illustrazione. Le raccolgo tutte nel mio cassetto dei calzini, sotto i calzini.

Sono in camera nostra sopra il letto a baldacchino dove Verna non dormirà più con me. Tiro le tende. Spengo tutte le luci. Afferro un estintore dall’armadio, lo tengo sollevato sopra la mia testa con entrambe le mani, corro sul posto e faccio finta di scappare per mettermi in salvo. Verna bussa alla porta e chiede se ho bisogno di una spatola. Non reagisco. Nella gara a chi è più gentile stiamo perdendo entrambi. La sento respirare. Dice «Mi darò fuoco, ma solo se mi prometti che spegnerai le fiamme prima che mi si sciolgano le unghie.» Io continuo a correre. Cerco di ascoltare solo il suono dei pellicani che russano e delle ruote di skateboard che sferragliano in strada, e dopo un po’ non la sento nemmeno più Verna che respira. È così che dovrebbe essere.

La sera durante la settimana trovo spesso Verna che sussurra al tappeto, a gattoni come se stesse strappando erbacce. Si fa i fatti suoi; il che non potrebbe andarmi meglio; è solo la marmellata di frutti di bosco spalmata sui capelli che mi fa sentire come un forno lasciato acceso a bassa temperatura tutta la notte con dentro un barattolo di maionese. La spio, astutamente mi mimetizzo contro la parete, e cerco di origliare i suoi bisbigli esoterici. Niente. Quello che sta dicendo è incomprensibile e comunque è solo per le orecchie del tappeto. Le labbra sono così vicine all’ordito che a volte mi chiedo se non le scappi un bacio o due. Il sedere ondeggia avanti e indietro. La schiena si incurva. Le dita dei piedi nudi affondano nella trama di occhielli, scricchiolando e schioccando, contraendosi e rilasciandosi, trovano il loro contorno nei riccioli spessi e ruvidi. Esprimo un desiderio sui rebbi storti dell’argenteria di un vecchio sogno. Non c’è nessuno che mi porti a casa.

Nel nostro quartiere ci sono dei ladri. Che scassinano case delle bambole e saccheggiano fabbriche di parrucche. Scappano via dai poliziotti lanciandogli contro ciambelle alla crema. Verna dice che lei porta rispetto ai ladri, dato che fanno confusione ma non sono fastidiosi, è raro che facciano movimenti non necessari. Starsene seduti senza far niente gli si addice. Attaccano cani da guardia e gettano spiccioli contro il traffico. I ladri non stanno a preoccuparsi dell’orario dei pasti; non hanno uno stipendio; nessuno li ha mai accusati di far nomi; e c’è molta più decenza comune tra di loro che nelle Nazioni Unite. Verna vorrebbe che andassero a cavallo a rapinare le banche. Immagino ci siano dita incrociate in un gesto a forma di cuore là in mezzo da qualche parte. Finché dura, fino a nuovo avviso, mentre arranchiamo attraverso il purgatorio della vita, dato che non lo sapremo mai, lasciamo le porte aperte. Il tempismo è al di là della capacità di entrambi.

«Dimmi ancora di quel cantando hai iniziato a raccontarmi di un giorno senza gomma o caffè.»

Verna canta.

«Dentro non mi sono rimaste più risposte.»

«La pena di vivere!» sta urlando ora. «Ne vale la pena? Vivere un giorno? Senza? Senza gomma o caffè? Gomma o caffè! Un giorno senza gomma o caffè non vale la pena di chiamarsi giorno!» Non è che stia proprio cantando. Ma ci va vicino.

«Ti conosco.»

«Mi conoscevi.»

«Chi?»

«Te.»

«Me?»

«Cosa? Chi?»

«Niente. Nessuno.»

Questa era una conversazione che abbiamo avuto mentre eravamo sdraiati sull’erba del cortile un pomeriggio mentre un dirigibile aleggiava in aria. Mi ricordo com’era il cielo. Orlato di pizzo. Cirrocumuli. Macchiato di sole, arancione e appannato. Giuggiole viola spiaccicate e un mucchietto di bucce d’uva. Curvo e logoro. Avrei voluto avere arco e freccia per forare il dirigibile, toglierlo via dal cielo. Strinsi la manina di Verna mentre ci pensavo. La mia lei non la strinse.

Se sapessi ora quello che l’ipnotizzatore allo spettacolo di raccolta fondi per la Sindrome di Marfan sapeva allora, beh, saprei almeno che cosa aspettarmi per il dopo, e anche come andrà a finire, se è per questo. Verna ha messo su un pesante accento tedesco e continua a finire le sue frasi sconclusionate sempre con un “…finché sono viva e vegeta.” Si tratta, fortunatamente, di qualcosa che, ora, date le circostanze, sono arrivato a capire.

Tardi, la notte, mentre i grilli crepitano l’uno all’altro dai punti morti del muro e io crollo a 180 gradi sotto le lenzuola, ripenso a quando Verna ancora non articolava sillabe pieghevoli, quando si offriva di insegnarmi inni per pappagallini e mi annodava i lacci delle scarpe a filoni di pane. Sono quelli i momenti che custodirò, non questa usura cartilaginea di mancanza di comprensione.

La calma zittisce il bottino arioso del nostro senso di perdita localizzato. Io voglio che il guaciaro di quello che abbiamo alle nuvole grigio polvere, ed in qualche modo il qualche giorno di quanto conoscevo solo a pezzetti e brandelli nelle fauci delle spatole bianche.

Dico a Verna che stasera usciamo, e che sarà meglio che si metta quel vestito rosso, quello che mi piaceva così tanto. La sua bocca si apre a ovale. Le dico che conosco un posto dove si balla gratis. Lei si gratta l’orecchio e mi fa l’occhiolino, con la mano sinistra stringe una pallina da baseball, la ruota un po’ con le dita nel palmo, si prepara ad essere qualcuno. Io me ne sto lì, appoggiato allo sportello della dispensa, contemplo la differenza tra il là di qui e il qui di là che è sempre un là anche quando qui non lo è. La distanza mi sfugge. Non mi avvicino a lei, ma nemmeno mi allontano. Verna, come al solito, conduce le danze, trasforma in acqua il whisky dentro me. Stanotte guido il furgoncino del latte del mio passato contro il muro di cemento del mio futuro. Non chiedete di me alla porta. Me ne sarò andato prima che la rugiada cada sui fiori la mattina. Sedimentare, come premere sette numeri in un telefono, è fuori questione.

Traduzione di Francesca Massarenti.

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