Semplice logica

Esiste una semplice logica, descritta da Borges in un racconto, ed è questa: quello che penso accadrà, di certo non accadrà mai. Il mondo mi sorprende sempre.

Anche quando credo di averlo incastrato, si insinua da un lato e mi artiglia con qualcosa di inaspettato. Il che significa, come spiega Borges nel suo racconto, che “prevedere un dettaglio circostanziale è impedire che esso accada”. Il che significa, secondo una semplice logica, che tutto quello che devo fare è riflettere su tutti i possibili esiti di questo incontro – tutti, anche solo per una frazione di secondo – affinché nulla accada. È uno stratagemma difficile da realizzare, ma se mi riuscisse avrei il mondo in pugno. E se mi riuscisse prima di vederti, rimarremmo seduti nel caffè che hai scelto, e continueremmo a sedere. Non andremmo da nessuna parte, e non diremmo niente, e niente accadrebbe e niente cambierebbe.

Non sono vestita adeguatamente per la neve. Ho scordato il cappello. Il bar è grande, la luce fioca, e il posto è affollato da persone in cerca di un riparo dal freddo. Fra le centinaia di posti di questa città in cui abbiamo preso un caffè insieme, ne hai scelto uno sconosciuto. Sembra una mossa forzata.

Ordino il caffè. Mentre inizio a cercarti, faccio scorrere davanti a me i primi possibili esiti del nostro incontro, come carte da gioco, piatte e concise e sfuggenti, il lavoro di pochi istanti. Uno e poi un altro e poi un altro. Penso: non sarai qui. Penso: ti cercherò, ma non ti troverò. Penso: ci guarderemo e te ne andrai. Me ne andrò io.

La tua sagoma ad un tavolo vicino alla finestra in fondo al locale: vedendo quella sagoma, mi sorprendo a pensare che potrei non riconoscere nemmeno uno dei tuoi tratti presi singolarmente. Se il tuo naso mi si avvicinasse per strada, probabilmente continuerei a camminare. La tua bocca, i tuoi occhi – non so se li riconoscerei. Temo di no. Ma nella loro semplice combinazione mi appiattiscono, mi svuotano. Questo è il punto: il tuo viso. E poi la relativa puntura, come un ago da qualche parte dietro al collo, il fremito dell’averti riconosciuto.

Fremendo, lascio cadere le monete sul bancone, prendo il caffè e mi avvicino a te. Sei più alto di quanto mi aspetto, come sempre, persino da seduto, e tieni la parte alta della schiena un po’ curva, come una lampada da tavolo pieghevole. Penso: alzerai lo sguardo dal libro e tu non sarai tu alla fine, ma uno sconosciuto. Penso: sarai duro e inflessibile, come quando dai il peggio di te. Penso: mi sgriderai, come fai sempre, perché non ho addosso abiti abbastanza pesanti. Penso: il tempo peggiorerà e saremo bloccati qui in una conversazione gelida e forzata, per ore. Forse giorni.

Sono quasi arrivata al tuo tavolo, abbastanza vicina perché tu mi abbia notata. I tuoi capelli sono illuminati per metà dalla luce che entra dalla finestra accanto a te, chiazzati di castano e biondo cenere. Continui a leggere. Sembra forzato. Penso: dirai che hai cambiato idea. Dirai che non hai cambiato idea. Penso: leggerai ancora una riga del tuo libro e mi guarderai pieno di aspettative. Avrai l’aspetto di un estraneo.

Appoggio la tazza al tuo tavolo, goffa, e rovescio del caffè.

La mia semplice logica, penso, potrebbe proprio funzionare. Tu chiudi il libro, lentamente, senza guardarmi, lo spingi da una parte, ed è solo quando ti alzi, distendendoti, che mi guardi attentamente, e allora sento che davvero il tempo sembra già aver rallentato un po’, anche solo di un istante, e il mio cuore batte un po’ più forte, e tu sorridi e hai un sorriso a metà tra l’agitato e l’esausto in faccia, come un pesce che annaspa, e noto che non ti sei fatto la barba e non ho idea di come possa apparirti il mio sorriso. Ti siedi e io armeggio con il cappotto e con la borsa e con la sciarpa e con la mia goffaggine e mi siedo di fronte a te, lisciandomi i capelli umidi di neve sulle spalle. Smettiamo di sorridere. Che creature avvilenti, tu ed io.

Nel silenzio, scorro altri possibili esiti del nostro incontro. Penso: sarai testardo. Sarai crudele. Sarai pentito. Penso: litigheremo. Mi urlerai contro. Ce ne andremo. Passeggeremo lungo il canale. Penso: manderemo tutto a fanculo e ci ubriacheremo. Penso: mi infilerai qualcosa nel bicchiere. Penso: andremo a casa tua. A casa mia. Penso: mi dirai insistentemente che questa sarà l’ultima volta, l’ultimissima. Penso: un incendio, da qualche parte in città, nel tuo condominio, che cresce, il fumo denso. Penso: lo appiccherai tu. Lo appiccherò io.

Un ricordo riaffiora, interrompe i miei pensieri, ed è l’immagine fluttuante del tuo viso sul letto, per un milione di mattine, gli occhi spalancati e fissi su di me, ma presi da sé stessi.

Bevi un sorso di caffè. Bevo un sorso del mio. Intanto la morsa di una semplice logica stringe la presa su di noi e ogni cosa si irrigidisce e immobilizza. Non diciamo niente. Ci guardiamo e continuiamo a guardarci e non succede niente. E qualcosa nel tuo sguardo assente mi dice che sto perdendo, nonostante tutto. È qualcosa che non avevo preso in considerazione: cosa si prova se non succede niente. È un sentimento nuovo, inaspettato. Il tuo viso, vuoto e indeciso, è qualcosa che riconosco appena. Sono tratti fuori contesto, disordinati. Un pesce molle, che si dimena, qualcosa di simile all’apatia, gonfia e stupida tra di noi. Non siamo noi, affatto. Dopotutto, non è la mia storia.

Sprofondo nella sedia e bevo un sorso di caffè. Un po’ mi si versa sul mento.

«D’accordo» dico al mondo indifferente. «Hai vinto tu» dico al mondo, e sento il mondo sogghignare.

E quando le cose ricominciano a muoversi e le tue labbra da pesce rosso si mordicchiano e scosti lo sguardo e poi lo riporti su di me e quando sembra che finalmente tu stia per dire qualcosa, il mio petto si stringe e mi si chiude lo stomaco e come all’inizio di una corsa o alla fine di un libro o nel momento in cui il mio corpo sospeso sta per sdraiarsi sulle lenzuola, chiudo gli occhi e mi concedo quest’ultimo attimo d’incertezza su cosa stia per accadere.

Traduzione di Irene Brighenti