Pronto, ciao! Da dove chiami?

La prima notte non ho nemmeno capito quello che mi stavano chiedendo tanto ero intontito dal sonno. Ho alzato la cornetta al terzo squillo – erano le quattro del mattino, avrei notato nei giorni seguenti – e ho sentito una voce femminile che mi chiedeva, allegra:
«Pronto, ciao! Da dove chiami?»
Io continuavo a dire pronto pronto con la voce roca, ma non capivo quello che mi dicevano dall’altra parte. Mi avevano fatto venire un infarto con mia madre che vive da sola e tutto. Così ho messo giù: era notte, che andassero a quel paese.

Non mi sono ricordato della chiamata fino alla notte successiva, quando – ancora alle quattro del mattino – il telefono ha squillato. Ero andato a dormire da poco, quindi non ero ancora completamente addormentato. Mentre rispondevo ho guardato l’orologio e ho proprio pensato: ma chi cazzo chiama alle quattro? Poi ancora:
«Pronto, ciao! Da dove chiami?»
«Pronto? Ma chi è? Pronto?»
«Sì, allora Luca da Torino, qual è la risposta?»
«Guardi che ha sbagliato numero, mi sente?»
«No! Purtroppo non è il grammofono.»
«Oh, rincoglionita, sono le quattro!»
«Grazie Luca per aver giocato con noi. Prossima chiamata…»
E niente, la conversazione finiva con me che urlavo nel letto di ficcarselo dove lo sapevano, il grammofono. Ma dall’altra parte avevano già riagganciato.

A parte il nervosismo iniziale, non mi sono tanto preoccupato per quelle chiamate. La notte successiva ero di turno in ospedale, quindi non ci ho proprio pensato, finché non sono tornato a casa alle otto del mattino e ho trovato la spia rossa del telefono che lampeggiava: chiamata persa. Il numero era sconosciuto e la chiamata risaliva alle quattro . E che cazzo, mi sono detto. Ho pensato di staccare il telefono, ma mia madre è anziana; se le succede qualcosa mi chiama sicuro sul telefono di casa, non si ricorda mai il mio numero di cellulare. Alla sera sono andato a dormire sperando che non mi avrebbero chiamato. Ero anche stanchissimo per il turno massacrante della notte prima, mi aspettavo nel caso di non sentire nemmeno lo squillo. Chi fa ‘sti scherzi? I ragazzini, mi dicevo. E i ragazzini dopo un po’ si stancano di queste cavolate.

Però no, alle quattro in punto gli stronzi hanno chiamato. Ho preso la cornetta e l’ho sbattuta due volte, senza rispondere. Sentivo la voce che diceva “Pronto, ciao!”, ma ciao un corno, pensavo.

È andata avanti per un po’. Alla fine ho ceduto e ogni notte rispondevo. Una volta volevano che scegliessi tra due buste, un’altra tentavano di farmi indovinare una parola. Una notte mi hanno chiesto il titolo di una canzone. Ero Lucia da Roma, Antonio da Napoli, Fabio da Pescara. Era chiaro che fosse un gioco a premi, ma non capivo se fosse una voce registrata, le risposte dei concorrenti non si sentivano mai. Anzi, l’unico che parlava ero io che inveivo contro gli imbecilli che mi chiamavano. Ho anche cambiato strategia un paio di volte e ho risposto alle domande. Ovviamente rispondevo a caso, visto che non sapevo a quale gioco stessi partecipando. Comunque non c’è stato verso, sbagliavo e passavano alla chiamata successiva. Insomma, a parte il fastidio di essere svegliato, quello che mi incuriosiva di più era scoprire chi fossero e cosa volessero da me.

Un giorno ne ho parlato con dei colleghi e ho chiesto se fosse il caso di rivolgermi alla polizia.
«Ma che, chiami le guardie? Saranno dei ragazzi cretini» mi ha detto Salvatore, e io mi sono sentito un infame. Con che scusa, poi? Indagate sul giallo delle telefonate a premi. Avrebbero sicuramente allertato i servizi segreti per una cosa del genere. Sofia invece ha suggerito di fare domande nel mio condominio, giusto per sapere se anche qualcun altro riceveva quelle strane telefonate. Chiedere non costava nulla in effetti, e così ho fatto. Il mattino dopo mi sono fermato dalla Enza, la portinaia, e le ho chiesto se qualcuno si fosse lamentato. È venuto fuori che quello del terzo piano, il padre divorziato, si era lamentato in portineria, ma lei non ne sapeva niente, figuriamoci. Mentre salivo le scale per andare a sentire cosa diceva lui, mi è venuto in mente che quella notte non mi aveva chiamato nessuno. Che strano, ho pensato, magari sto iniziando a non sentire più lo squillo. Quando sono riuscito a parlare con Luigi, quello divorziato, ho scoperto che non eravamo i soli a ricevere le telefonate, ma anche quelli del quinto e una del piano terra. Stesso modus operandi: da circa venti giorni la fastidiosa domanda “Pronto, ciao! Da dove chiami?” e la conseguente conversazione a indovinelli. Sempre attorno alle quattro. Pensavamo di avere ormai in pugno lo stronzo, ma proprio da quel momento – anzi dalla sera prima per essere precisi – le chiamate si erano interrotte.

Per un paio di settimane la notizia ha fatto il giro del condominio; la Giannelli era sconvolta: «In un palazzo così rispettabile» diceva, come se avessero sparato a qualcuno nell’androne. I nostri sospetti si concentravano sul figlio dei Maggi, un diciassettenne un po’ balordo, che sembrava fumasse ogni tanto. Ma visto che nessuno riceveva più quelle chiamate la cosa ha smesso presto di fare scalpore e, poco a poco, ce ne siamo dimenticati.

Poi, quando le acque si erano calmate del tutto, hanno scoperto che quella del primo piano era morta in casa. Era una signora molto anziana, non la si vedeva mai in giro. Per questo ci abbiamo messo un po’ a capire che era morta; iniziava a far odore, se devo dirvela tutta. Insomma, abbiamo chiamato i vigili che hanno sfondato la porta ed eccola lì, seduta in poltrona come se niente fosse. Peccato che fosse stecchita. Mentre i vigili intervenivano, sul marciapiede si era radunata una piccola folla di curiosi. Sono uscito anche io per vedere quando la portavano fuori e, mentre aspettavo, mi si è avvicinata questa vecchina, coi ricci bianchissimi che sembravano nuvolette.
«È morta la Maria?» mi ha chiesto.
«Eh sì signora, parrebbe proprio così» le ho risposto io, non volendo entrare nei particolari.
«Te pensa» ha continuato lei «la conoscevo da quando lavorava in radio.»
«Davvero?» ho fatto io, fingendo interesse.
«Sì, giochi a premi» ha aggiunto la signora. A quel punto ero realmente incuriosito.
«Aveva iniziato negli anni ’70 con una trasmissione notturna sull’arte, poi l’hanno spostata in fascia pomeridiana con le chiamate al pubblico. Era brava la Maria, una voce da ragazzina, anche da anziana. Peccato le sia venuto l’Alzheimer.»
Io ascoltavo in silenzio. Ricordavo improvvisamente che le avevo dato il mio numero di telefono quando mi ero trasferito, nel caso avesse avuto bisogno di qualcosa. Pensare che volevo chiamare la polizia.
«Scusi eh» ha tagliato corto lei, mentre stavo lì a rimuginare «ma adesso devo andare. Arrivederla.»

Devo essere rimasto imbambolato per qualche minuto, perché quando Luigi mi ha toccato il braccio ho fatto un piccolo salto.
«Tutto a posto? Hai una faccia» mi ha chiesto lui.
«Sì, è solo che…» non sapevo che dirgli. «È solo che ho visto quello stronzo del figlio dei Maggi» mi sono inventato al volo.
«Drogato bastardo» mi ha dato subito corda lui «suo padre alla prossima riunione condominiale mi sente. Lui e i suoi scherzi di merda.»
«Sicuro, bravo» gli davo ragione io, mentre ci allontanavamo verso il bar.