Aspetta un attimo

Mentre lui metteva il coltello unto nel cassetto delle posate, nel settore forchette, a rovescio, era già successo tutto. All’incrocio con via Torino, in uno scontro finito con un incendio, a settecento metri da lì. Lo avrebbe saputo due ore dopo, o meglio: glielo avrebbero fatto capire. Il tempo di liberare i corpi, dell’identificazione, e di trovar qualcuno che andasse a dirgli che sua moglie Iris e sua nipote Nina erano morte e che non era il caso di vederle: dei corpi era rimasto poco. L’infermiera Lorenzi, che lavorava al Pronto Soccorso da ventotto anni e che era in servizio alle emergenze, avrebbe detto a due colleghe di Pediatria, in pausa alla macchinetta del caffè, che non aveva mai visto uno scempio simile su un corpo, povera vecchia, e la bambina, ah la bambina pareva un angelo che dormiva, ma senza gambe. Un portantino fermo all’ascensore l’avrebbe sentita, e lo avrebbe detto rincasando alla moglie, commessa, a ore perse, alla tabaccheria dove amava far chiacchiera, così lo avrebbero saputo tutti in paese entro pochi giorni, quanto erano malridotte. Tutti eccetto lui: nessuno se la sarebbe mai sentita di dirglielo.

Guardò soddisfatto la pentola con il purè caldo, passò in rassegna con gli occhi le bucce di patate, il cartone del latte, il pelapatate, il panetto di burro, marmellata, tracce di farina: era tutto sparso sul ripiano e non gli andava di riordinare. Il suo purè sarebbe andato benissimo con la carne avanzata dal pranzo, pensò. Sua figlia Amanda doveva passare da loro, e avrebbe portato quanto aveva cucinato al corso di cucina, così serve solo che ve lo scaldate, diceva sempre, e mi dite se è riuscito buono. Se Amanda avesse dimenticato, qualcosa per la cena era pronto lo stesso.

«Non accendi la luce? Questo tempo nuvoloso fa sembrare già sera.» Amanda era arrivata: non faceva mai rumore.

Lei accese la luce e posò la borsa sulla sedia accanto alla credenza.

«La mamma e Nina non sono ancora qui?»

Non mi piace la luce accesa se fuori è ancora giorno, pensò lui senza spegnere.

Lei estrasse dallo zaino un pentolino sigillato, lo versò su un tegame, frugò nel cassetto delle posate, poi prese a mescolare con un mestolo di legno.

«Non hai portato Nina?»

Sua figlia alzò gli occhi dal tegame. «Ma no, Nina dovrebbe arrivare con la mamma, questa settimana ho il turno al pomeriggio.»

Il vento soffiava sui vetri appannati. Amanda sistemò burro, pelapatate, pulì il ripiano da bucce e farina. Non fece caso al purè.«“Che ci avrai fatto con la marmellata, papà» sussurrò. «La mamma passa a prendere Nina, arriveranno correndo sotto al temporale.»

Lui si avvicinò al tegame, annusò il budino. Sapeva di vaniglia.

«Devo timbrare entro undici minuti. Dai a Nina un po’ di questo budino, non dimenticartelo per favore! Scrivo un biglietto?» chiese baciandolo sulla fronte.

«Una riunione. Non mi ricordo. Se n’è andata prendendo delle chiavi. Credevo avesse lei la macchina» e la guardò mentre percorreva il corridoio salutandolo con la mano. «Lei usa la mia bici, saranno state le chiavi di casa» le sentì dire. Aggiunse qualcosa mentre chiudeva la porta d’ingresso, ma gli arrivarono solo le parole “lasciata”, “garage”, “tu” e “freni”, poi niente a parte l’abbaiare di Fox in giardino.

Salì al piano di sopra. Sul letto, dal lato di Iris, allungò le gambe e i piedi dentro alle pantofole, le mani incrociate sotto alla nuca. Mentre sfregava il copriletto con la suola per un tallone che gli prudeva dentro alla pantofola, un allarme scattò lontano, ipnotico. Era un suono che Iris trovava divertente, diceva di immaginare ritmi africani e allora scuoteva la testa e i riccioli al ritmo monocorde. Provò a  muovere i piedi ubbidendo a tempo, cercando una melodia che però non trovava. Una folata di vento portò gocce pesanti contro i vetri. Sentì un’ambulanza. O pompieri? Cercò ritmo con i piedi. Non c’è nessuna melodia da inventare, concluse. L’allarme cessò. Sul baule ai piedi del letto, vide il rosso della cassetta degli attrezzi. Si sforzò di ricordare come ci fosse arrivata. Aveva aperto la cassetta in garage, per sistemare i freni della bicicletta di Amanda: quella ragazza approfittava dei freni, li logorava, e la bicicletta diventava pericolosa. Era ancora da fissare la vite anteriore, e aggiungere olio. Voleva aiutarla a comprare un’auto, anche usata, ne aveva bisogno specie adesso che aveva un bambina. Ne vendeva di buone Giancarlo, che era onesto e vendeva auto da quando erano tutti e due ragazzi, da dopo la guerra. Non poteva girare sempre con Nina in bicicletta, e quel suo compagno non le lasciava mai la macchina. Scese dal letto e prese la cassetta degli attrezzi. Pesava. Doveva averla portata fin là per aggiustare qualcosa. Si guardò intorno ma non gli venne in mente che cosa.


Quando l’appuntato Giordani suonò al campanello, lui era in garage e riordinava i bidoni della differenziata, carta, vetro, plastica, umido. Aveva trovato il vasetto del pesto tra la plastica, e carta del pane nell’umido. Non sentì neppure il quinto scampanio. Fu necessario il ripetuto battere sulla porta dell’avambraccio di Giordani, seccato che i suoi colpi fossero ignorati, per non parlare del conseguente male al gomito e al polso, e del fatto che lui certe missioni non le voleva proprio, piuttosto la vigilanza allo stadio, almeno là se dava colpi  quelli avevano effetto.

Sul principio non capì, vide solo la para di scarpe gocciolanti lasciare impronte sul parquet. Conosceva Giordani di vista, perché era stato lui a ricevere la sua denuncia del furto di portafoglio e patente, alla fila all’Inps otto mesi prima, e poi era il cognato di un suo vicino di casa quando abitava in Via Deledda. Brava gente, umbra, sempre cordiale. Cosa stesse dicendo non lo convinceva. Insisteva per sapere se era solo in casa. Certo che era solo, Iris non era tornata ancora. Gli permise di aiutarlo a mettere il soprabito appeso in ingresso, quello buono, e a cercare un ombrello dietro alla tendina delle scale. Ne trovarono uno, a scatto, dietro una ciabatta con il bordo scucito. «Pensare che è nuova» commentò lui prendendola tra le mani. «Non fanno più le cose come una volta» fece eco Giordani. Continuava a ripetergli qualcosa su Iris e Nina, con la faccia seria sotto al cappello con la fiamma da carabiniere. Ma che ne sapeva lui di Iris e Nina? Lo vide alzare di nuovo la tendina del sottoscala, guardare tra le sue scarpe. Non voleva uscire con la pantofole, no? gli diceva. Ma cosa davvero volesse, non si capiva. Sembrava del tutto a suo agio. Gli stava dicendo di indossare un paio di scarpe per uscire, di lasciar perdere la ciabatta. Prese le solite e se le infilò reggendosi al braccio di Giordani, che era molto più alto di lui, ed era un buon appoggio.

Poi si ritrovò fuori, aggrappato al braccio che Giordani teneva alto, con l’ombrello per tutti e due ma soprattutto per se stesso, fino all’auto di servizio. Così sentì il bagnato su scarpe pantaloni e manica sinistra, ma non la testa. Magari si sarebbe asciugato prima che Iris lo vedesse. Era capace di irritarsi per questo genere di cose. Infilò le mani in tasca per scaldarle, trovò una copia delle chiavi dell’auto. Ecco a cosa era servita la cassetta degli attrezzi. Aveva controllato la presa elettrica dietro al comodino, e dato che c’era, aveva aperto e controllato la chiave automatica dell’auto che Iris aveva lasciato sul comò. Così lei lo aveva visto, e gli aveva detto “controlla anche i freni della bicicletta”, solo che lui non lo aveva fatto: se l’era solo sognato.  Ecco. Lo aveva sognato la notte scorsa. Era una cosa che doveva fare. Lo raccontò a Giordani, quanto la memoria e l’età lo ingannassero, ma Giordani aveva messo in moto e attivato il tergicristalli e non gli faceva caso, stava attento al traffico. E così, quieto, si voltò verso il finestrino. Poteva essere un sogno anche quel viaggio in macchina, dopo tutto, no?